Secondo una nuova ricerca della Colorado State University, la terapia occupazionale che prevede l’utilizzo dei cavalli contribuisce a ridurre la risposta allo stress nei bambini con disturbi dello spettro autistico.
In una interazione spesso definita come magica, la scienza e nella fattispecie Caiti Peters – assistente presso i dipartimenti di Terapia Occupazionale e Scienze Animali della CSU, capo della ricerca presso il Temple Grandin Equine Center di Denver e Fort Collins e coautrice di questo studio- ha voluto ricercare dati empirici che ne spiegassero la natura fisiologica.
La ricerca, pubblicata sul Journal of Autism and Developmental Disorders, ha esaminato come il corpo dei bambini abbia reagito a 10 settimane di terapia occupazionale con i cavalli. E ha confrontato tali dati con i risultati ottenuti dalla terapia tradizionale in ambito clinico. I ricercatori del Temple Grandin Equine Center della CSU, situato nel campus CSU Spur di Denver, hanno coinvolto 72 bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni e hanno misurato due marcatori biologici presenti nella loro saliva: il cortisolo, un ormone coinvolto nella risposta allo stress dell’organismo, e l’alfa-amilasi, un enzima legato all’attività del sistema nervoso.
La chimica parla
Secondo quanto rilevato oggettivamente in laboratorio, i livelli di cortisolo sono diminuiti durante le sedute terapeutiche in entrambi i gruppi. Ma la riduzione è stata maggiore tra i bambini sottoposti alla terapia con i cavalli rispetto a quelli impegnati nella terapia tradizionale. Ciò indica che i bambini si sentivano più tranquilli e a proprio agio.
I ricercatori hanno inoltre riscontrato che i livelli di alfa-amilasi sono aumentati durante le sedute terapeutiche in entrambi i gruppi, per poi tornare ai livelli basali entro 20 minuti. Questo andamento suggerisce che l’organismo dei bambini abbia subito una maggiore attivazione fisiologica durante la terapia, per poi recuperare. Secondo i ricercatori, questa risposta, associata alla diminuzione del cortisolo, potrebbe riflettere eccitazione e coinvolgimento positivo.
«I bambini autistici spesso sperimentano un’iperattivazione fisiologica quando entrano nel centro terapeutico. Ciò può manifestarsi con un comportamento irritabile o iperattivo. Che limita la loro capacità di partecipare. Ma spesso, mentre un bambino autistico cavalca, è possibile vederlo calmarsi. Quasi come se tirasse un grande sospiro di sollievo. Il che gli consente poi di interagire meglio a livello sociale» ha spiegato la dottoressa Peters.
«Il coinvolgimento nella terapia è un forte indicatore dei risultati terapeutici – ha aggiunto la Peters. – Riteniamo che l’integrazione dei cavalli nella terapia possa essere sia calmante sia motivante per molti bambini autistici, aumentando il loro coinvolgimento e migliorando quindi i risultati terapeutici».
Un legame indissolubile
Mentre si osservavano i risultati della ricerca sui bambini autistici, lo studio condotto dalla Peters è stato anche terreno di indagine per una ricerca guidata da Ellen Rankins in collaborazione con Cristal Morales Chavez. Lo studio parallelo analizzava come i cavalli rispondono agli ambienti terapeutici in cui vengono impiegati.
Durante lo studio, la Rankins ha monitorato la risposta fisica degli animali, nonché la loro frequenza cardiaca e i livelli di cortisolo. Ovvero informazioni oggettive che possono indicare i livelli di stress e di sforzo nel corso di una sessione di terapia.
«Lo studio del cavallo nell’ambito dei servizi di terapia assistita è un campo ancora agli albori. Non comprendiamo appieno come queste interazioni con gli esseri umani influenzino i cavalli e il loro benessere, – ha affermato Rankins. – La speranza è che questo possa aiutare gli operatori a prendere decisioni migliori per tutelare il benessere degli animali. Continuando a fornire un’importante terapia alle persone».
Mentre noi ci interroghiamo su quale sia la vera magia dell’interazione spontanea tra uomini e cavalli, la ricerca continua…
Per approfondire la lettura (in inglese) dell’intero studio della dottoressa Caiti Peters vai al link https://link.springer.com/article/10.1007/s10803-026-07540-9#ref-CR59?utm_source=miragenews&utm_medium=miragenews&utm_campaign=news





















