Molto spesso ci si trova di fronte a una voragine semantica che divide la cronaca dal resto. Come se i fatti che si leggono sui giornali non riguardassero pezzi della realtà che viviamo quotidianamente.
Questa riflessione è stata ‘solleticata’ da un titolo apparso su una testata online per un fatto accaduto nel weekend: “Cavallo investito sulla strada tra Termoli e San Giacomo degli Schiavoni, carcassa da rimuovere”.
Che tecnicamente il cadavere di un cavallo venga chiamato carcassa è cosa risaputa. Così come è chiaro che tentare operazioni di umanizzazione nei confronti degli animali è una forma antropocentrica non rispettosa del loro essere. Però…
In un contesto in cui si parla di cavalli come animali d’affezione e si è pronti a riconoscere loro una sfera emotiva, la crudezza del termine ‘carcassa’ fa un po’ impressione.
Che cavallo era? Da dove veniva? Quale era la sua storia? Cosa lo aveva portato sul ciglio della strada dove è stato investito? Per chi ama i cavalli e li rispetta, per chiunque abbia condiviso con loro del tempo, sono tante le domande che precedono lo stato di ‘carcassa da rimuovere’.
La lingua italiana è ricca e varia. La scelta di una parola apparente sinonimo di un’altra comporta mille sfumature. Quando si parla di una carcassa il pensiero va a una cosa inerte, morta senza un’emozione. Un cavallo, seppur privo di vita, rimane sempre un’altra cosa.
Se siamo davvero convinti che il cavallo sia un essere senziente, capace di emozioni e sentimenti, dopo che ci siamo davvero adoperati per custodirlo in modo che non corra rischi, dobbiamo partire anche dal dettaglio di una singola parola per far crescere il prezioso germe del rispetto.






















