E’ febbraio 1972, un vento gelido avvolge l’arena del National date Festival nella Coachella Valley. Non è un giorno qualsiasi, non è un momento qualunque. E’ il barrage della Knock Down and Out Jumper Stake o anche nota come Touch and Out o Knockdown and Out. Da un primo sguardo potrebbe sembrare come la nostra categoria di “potenza”, ma non è così. In questa versione americana, per essere esclusi dal barrage bastava toccare la barriera, ossia fare il famoso knock. Una tipologia di gara del genere ci farebbe tremare solo al pensiero, con tutti gli knock senza far cadere la barriera che sentiamo fare quando si è in concorso.
Ebbene, questa potenza americana prevedeva un primo percorso con 5 o 6 salti, chi non faceva errore, cioè non aveva toccato nessuna barriera, allora andava al barrage che era fatto di 1 o 2 salti e si alzavano finché anche l’ultimo in gara non toccava.
Tornando al nostro barrage del 1972, mentre fuori il deserto era gelido, dentro al national date festival tutti gli occhi erano puntati sull’ultimo binomio in gara che stava facendo il suo ingresso in campo. Il silenzio per la tensione del momento si trasforma subito in un brusio e applausi perché in campo entrano loro: Twinkie Nissen, un’amazzone molto minuta, in sella a Crocodile, un appaloosa molto grande e decisamente fuori taglia per la sua razza. Per non farsi mancare l’effetto sorpresa, Crocodile aveva anche l’abitudine di entrare in campo e immediatamente alzare la testa verso il pubblico e iniziare a nitrire.
Nessuno sapeva come, quando e perché si comportasse così appena entrato in campo gara, solo in campo gara, ma lo faceva sempre e non c’era motivo di punirlo. Era il suo modo di dire: “Ehi ragazzi, è tutto molto bello, ma adesso arriviamo noi!”
Per cui, dopo il suo nitrito di rituale, Crocodile si guardò intorno, nel suo 1,83 mt di altezza al garrese, ma con una coda veramente piccola e spelacchiata, purtroppo non era la sua dote più grande, e iniziò a galoppare con Twinkie verso il muro, l’ultimo muro, che era stato alzato fino a quota 2,06 mt. Man mano che si avvicinano, tutto lo stadio smette di respirare e in un sospiro generale, con qualche urlo, Crocodile supera il muro con facilità, senza knock, portandosi dietro anche la sua amazzone.
Nella gioia generale, viene chiesto a Twinkie se vuole continuare ad alzare ma lei accarezza il collo di Crocodile e dice di no. Basta così. Bastano 2.06 mt per siglare il record della categoria americana di knockdown (che oggi non esiste più).
Un muro di 2.06 metri senza toccare, ecco quanto aveva saltato Crocodile, ma non è questo l’ostacolo più alto che questo enorme appaloosa ha dovuto affrontare nella sua vita. Nato nel 1964 e registrato come Rose Ridge Dynamite, ma chiamato semplicemente Rosebud, non aveva dato soddisfazione ai suoi primi proprietari tanto da classificarlo un fallimento commerciale e destinarlo al macello. Era troppo grande, con la coda spelacchiata, dal carattere ingestibile e troppo potente. Non ne valeva la pena, andava eliminato.
Il muro del macello si stagliò davanti a Crocodile (che era ancora Rosebud). Un muro gigantesco, fatto dei suoi difetti fisici e caratteriali. Fortunatamente, Twinkie Nissen e suo marito Bill non erano d’accordo. Video questo enorme appaloosa e decisero di dargli una chance: 25 dollari per saltare il muro del macello e portarselo a casa. Ai proprietari del cavallo non parve il vero e si presero subito i soldi.
Una nuova vita e, come spesso succede, un nuovo nome. Basta con Rosebud, Bill decise che da ora in avanti sarebbe stato Crocodile, perché aveva dei cerchi intorno agli occhi che gli ricordavano un coccodrillo, e così sia. Croccodile cambiò casa e iniziò una nuova vita, era il 1969 e ben presto divenne una leggenda per tutta la West Coast. Da Santa Barbara al mitico Cow Palace di San Francisco, il pubblico pagava il biglietto solo per veder comparire quel mantello maculato, registrando picchi di decibel che rimasero imbattuti per anni nei fonometri delle arene americane.
Ma la vera grandezza di Crocodile non si misurava in centimetri o in applausi, bensì nella sua straordinaria capacità di essere parte della famiglia. Certo, non è che fu facile fin dal principio. Inizialmente qualche intoppo c’è stato, ma Twinkie comprese subito che buona parte del nervosismo di Crocodile era dato anche dai finimenti troppo piccoli, così gliene fece fare su misura, che fossero “comodi”, in quanto, un’altra grande intuizione di Twinkie, a Crocodile piaceva saltare “senza costrizioni”. Una volta che riusciva a metterlo davanti ai salti, lasciava quasi completamente le redini, dandogli solo un minimo appoggio necessario per la battuta, poi nient’altro. Infatti, le foto che ritraggono Crocodile e Twinkie sono quasi tutte a redini lunghe in parabola. A Crocodile serviva spazio di movimento, e Twinkie gliene lasciò quanto ne voleva.
Come dicevamo, una volta risolte tutte quelle incomprensioni per cui i suoi primi padroni lo definirono “fallimento”, Crocodile entrò a far parte della famiglia Nissen. Corby, la figlia di Bill e Twinkie, fin da piccola saliva sulla staccionata del suo paddock e saliva su Crocodile, sdraiandosi completamente su di lui mentre mangiava l’erba. Un amico e custode, così come è stato anche con Wendy, la sorella di Corby, che nata con una grave forma di atrofia muscolare spinale. I medici le avevano dato due anni di vita; Wendy ne visse quasi trentatré, custodita da un amore familiare che trovò in quel appaloosa gigantesco il suo sostegno più solido.
Nelle domeniche in cui andavano in concorso, la mattina Crocodile si muoveva lentamente e in modo cauto nelle categorie leadline (diciamo di “avviamento”), portando in sella la piccola Wendy, sorridente e sostenuta da una sella speciale progettata appositamente per lei. Il pomeriggio, Crocodile gareggiava con la mamma di Wendy, Twinkie, nelle categorie di salto ostacoli, diventando un cavallo caldissimo e al limite della gestione.
Oltre la parabola sul salto che faceva esplodere interi stadi in urla e applausi, Crocodile ci ha insegnato che l’accettazione di sé è spesso la medicina più potente. Karine, la figlia minore di Twinkie e Bill, fece un libro illustrato (The Horse with the SKINNY Tail) dedicato alla sorella Wendy, dove la coda spelacchiata di Crocodile divenne una favola sull’accettazione di sé stessi e delle proprie fragilità, di qualsiasi tipologia: “Lo chiamavano il cavallo dalla coda spelacchiata, un gigante dall’aspetto un po’ grezzo e fuori posto in un mondo di perfetti cavalli da concorso. Ma alla fine, non importava quanti peli avesse sulla coda: ciò che contava davvero era la grandezza del suo cuore e l’altezza delle sue ali.”
Le ali di Crocodile divennero così celebri ai molti per la sua potenza a saltare ma importanti ai pochi per la protezione che dava alle fragilità della sua famiglia. Ali per saltare il muro del macello, per saltare il muro di 2.06 metri ma, soprattutto, per saltare il muro della diagnosi di una malattia.























