L’articolo 71 della nostra Costituzione sancisce che anche i comuni cittadini hanno la facoltà di proporre una legge. Ciò attraverso una proposta condivisa che porti le firme di almeno 50mila cittadini. Le famose raccolta-firme, baluardo di democrazia…
Per depositare un progetto di legge – redatto in articoli – servono almeno 10 promotori presso la Corte di Cassazione e la raccolta di almeno 50.000 firme entro 6 mesi. La raccolta di quelle per dare corso a una legge contro la macellazione e al riconoscimento del cavallo come animale di affezione ha raggiunto tutti i requisiti con largo anticipo rispetto alla tempistica della norma.
E adesso, la proposta depositata da Animal Equalitye Fondazione Islander potrà essere calendarizzata nei lavori parlamentari. Andando a dare corpo ad analoghe proposte già avanzate da parlamentari di maggioranza e opposizione e già depositate alle Camere. E da tempo oggetto di audizioni.
La differenza semmai è che la raccolta firme costituisce un termometro più diretto del ‘sentire’ delle persone che vivono fuori dalle sale della politica. E quindi sono un indicatore importante, soprattutto in un clima pre-elettorale come quello che si sta già vivendo nel nostro paese.
Numeri e valori
Politica a parte, la richiesta di riconosce il cavallo come animale di affezione, senziente e con una propria sfera emotiva è evidentemente un tema sentito anche da chi non è propriamente un insider del mondo dei cavalli. E ci sono alcuni numeri che nel dibattito potrebbero invitare alla riflessione promotori e detrattori di questo pdl.
In prima istanza, va immediatamente detto, il raggiungimento delle 50mila firme necessarie a depositare la proposta di legge non implica che questa venga adottata. Significativo il fatto che dalla nascita delle Repubblica a oggi, solo l’1% delle leggi proposte per iniziativa popolare sia stata adottata così com’era. Il che significa che nei due mesi da qui al termine dei sei previsti per il termine della raccolta firme, la massa critica di quanti continueranno a sottoscrivere sarà un elemento di peso per la valutazione dei politici.
Ci sono poi i numeri dei cavalli. In Italia, i consumatori abituali di carne sono il 92% della popolazione. Tra questi solo il 17% dichiara di consumare carne equina o di asino almeno una volta al mese. Il 73% di coloro che non consumano carne di cavallo (83% degli italiani) prova per il nobile animale la stessa empatia che ha per gatti e cani.
Secondo il Sistema informativo veterinario, controllato dal Ministero della salute, nel 2025 sono stati abbattuti per uso alimentare 22.854 cavalli. Le regioni che riportano i dati più significativi delle macellazioni legali sono Puglia (34,3%), Emilia Romagna (20,3%) e Veneto (13,7%).
Curioso che in questa classifica non figuri per esempio la Sicilia, dove pare che il consumo di carne equina sia radicato nella tradizione culinaria. L’unica spiegazione per questa rumorosa assenza è che la filiera della macellazione equina – come ritengono in molti – ha dinamiche tutt’altro che trasparenti. Il che costituisce un gravissimo pericolo per la salute dei consumatori. Oltre a rappresentare una possibile spiegazione per la crescita della farmaco-resistenza umana.
La filiera italiana e l’import
Un altro dato che va considerato con onestà intellettuale riguarda la provenienza dei cavalli per la filiera alimentare. Nell’eventuale adozione della legge, i più colpiti non sarebbero solo gli allevatori italiani. Bensì i commercianti e gli allevatori esteri, visto che una larga parte dei cavalli per la macellazione arrivano dall’estero. Per la Puglia il 25%, per l’Emilia Romagna il 50% e per il Veneto il 23%.
Nel 2026, secondo i primi dati, a fronte di 14.670 cavalli macellati, è approssimativamente aumentato l’import: +13% in Puglia e + 23% in Veneto.
Secondo una indagine de Il Sole 24 Ore, in Italia esisterebbero circa 11mila allevamenti di cavalli per la filiera alimentare, con una produzione di circa 46mila capi. Il che rende ancora più inspiegabile l’import da paesi come Polonia, Romania, Spagna, Francia e altri Paesi dell’est. Secondo il giornale economico italiano, l’incongruenza dei numeri sarebbe assimilabile alla più estesa crisi della zootecnia che a causa dei costi in aumento e dei minori margini di guadagno spinge a lasciare più spazio ai competitivi produttori stranieri che meglio rispondono alle dinamiche di mercato.






















