Dopo il riconoscimento istituzionale dato dagli Stati Generali del Turismo Equestre ospitati dal CNEL, il confronto tra chi lo vive nei vari ruoli entra nel vivo.
Dal confrontotra istituzioni, associazioni, federazioni sportive e operatori del settore, sono emersi alcuni temi condivisi che potrebbero costituire la base di una futura strategia nazionale.
Proprio perché provenienti da esperienze e competenze diverse, la notevole convergenza su alcune questioni centrali è particolarmente significativa.
Nello specifico: il rapporto con il turismo lento, la valorizzazione delle aree interne, il ruolo delle ippovie, il benessere del cavallo. E la necessità di costruire reti territoriali capaci di mettere in relazione ambiente, cultura, economia locale e mobilità sostenibile.
E ‘valorizzazione del territorio’ è stato sicuramente uno dei concetti chiave principali.
Renato Brunetta ha indicato nel turismo equestre uno strumento capace di contribuire alla rinascita delle aree interne, sottolineando come i borghi restaurati abbiano bisogno non solo di edifici recuperati ma anche di attività economiche, persone e opportunità per tornare a vivere.
Una visione ripresa anche dalla vicepresidente della Regione Lazio Roberta Angelilli, che ha evidenziato la capacità del turismo equestre di creare connessioni tra settori differenti: turismo, cultura, agricoltura, produzioni tipiche, ambiente e servizi.
L’idea che emerge è quella di un turismo che non si limita a portare visitatori in un luogo, ma che contribuisce a generare economia diffusa e a mantenere vive comunità e tradizioni locali.
Altro punto di forte convergenza riguarda il rapporto con il turismo lento.
Il ministro del Turismo Gianmarco Mazzi ha inserito esplicitamente il turismo a cavallo tra le espressioni più significative di una domanda turistica sempre più orientata verso esperienze autentiche, sostenibili e immersive.
In questa prospettiva il turismo equestre viene affiancato a cammini, ciclovie e altre forme di mobilità dolce, condividendone valori e finalità.
Una visione che trova riscontro anche negli interventi di Natura a Cavallo, Federparchi e ASI. Tutti orientati verso una maggiore integrazione tra percorsi equestri, sentieristica esistente e reti della mobilità lenta già presenti sul territorio.
Se esiste un tema tecnico destinato a occupare una parte importante del lavoro futuro, questo è certamente quello delle ippovie.
Emilio Minunzio ha annunciato la costituzione di uno specifico tavolo di lavoro dedicato alla definizione di standard minimi e linee guida nazionali.
L’obiettivo non sembra essere quello di creare una nuova rete separata, ma piuttosto di individuare criteri condivisi per rendere più leggibili, sicuri e riconoscibili i percorsi destinati ai cavalieri.
Una questione che coinvolge aspetti molto diversi: segnaletica, punti sosta, accoglienza, manutenzione, sicurezza e interoperabilità con altre infrastrutture della mobilità lenta.
Nessuno degli interventi ha messo in discussione quale debba essere il punto di partenza di qualsiasi progetto di sviluppo: il cavallo.
Dal Ministero dell’Agricoltura alla Federazione Italiana Sport Equestri, fino alle associazioni presenti, è emersa una posizione sostanzialmente unanime: il benessere animale non rappresenta un capitolo separato, ma il fondamento stesso della qualità del turismo equestre.
Particolare attenzione è stata dedicata alla valorizzazione dei cavalli al termine della carriera sportiva e alla possibilità di una loro seconda vita nelle attività turistiche, educative e sociali, purché supportata da adeguati percorsi di formazione e riconversione.
Un tema che si intreccia inevitabilmente con quello della sicurezza degli operatori, dei cavalieri e degli stessi animali.
Tra gli spunti più interessanti emersi durante i lavori vi è anche la riflessione proposta da Mauro Ferrari, presidente nazionale di Natura a Cavallo.
Secondo Ferrari è necessario distinguere chiaramente il turismo equestre dall’equitazione di campagna.
Nel primo caso il cavallo diventa il compagno di viaggio attraverso cui si scoprono territori, culture, produzioni locali e comunità. Non conta soltanto il percorso, ma l’esperienza complessiva vissuta lungo il cammino.
Una distinzione che potrebbe avere ricadute importanti sul piano normativo, organizzativo e promozionale e che probabilmente accompagnerà il lavoro dei tavoli tecnici nei prossimi mesi.
Più che fornire risposte definitive, gli Stati Generali del Turismo Equestre sembrano aver individuato alcune domande comuni e alcuni obiettivi condivisi.
L’impressione è che il settore abbia iniziato un percorso volto a ottenere una maggiore riconoscibilità istituzionale.
E anche una più chiara collocazione all’interno delle politiche dedicate al turismo lento, alla sostenibilità e allo sviluppo delle aree interne.
Molto dipenderà ora dal lavoro dei tavoli tematici annunciati dal CNEL e dalla capacità di trasformare il confronto avviato a Villa Lubin in proposte operative.
Ma un primo risultato appare già evidente: il turismo equestre non viene più osservato soltanto come una pratica di nicchia legata al mondo del cavallo, bensì come una possibile leva di sviluppo territoriale, economico e culturale.























