Stella dello spettacolo equestre europeo, Bartolo Messina è tra i protagonisti di “CAVALLUNA – Gate to the Otherworld”, arrivato per la prima volta in Asia. Al Kai Tak Arena di Hong Kong porta in scena i suoi cavalli in libertà e gli irresistibili mini pony. Una tournée straordinaria, ma anche il punto d’arrivo di una gavetta che non ha dimenticato.
Bartolo Messina ci chiama da Hong Kong. È ancora immerso nell’entusiasmo di un pubblico che, in una città profondamente legata all’ippica e ai cavalli da corsa, sta scoprendo per la prima volta la magia del grande spettacolo equestre europeo.
Dall’8 al 13 settembre, al Kai Tak Arena, è andato in scena “CAVALLUNA – Gate to the Otherworld”: sette rappresentazioni, 54 cavalli e artisti provenienti da diversi Paesi. Tra loro c’è anche una nutrita presenza italiana.

Il debutto asiatico di Cavalluna fa parte delle iniziative promosse dallo Hong Kong Jockey Club per celebrare l’Anno del Cavallo. Per Messina, da anni uno dei volti più amati della produzione, è un’esperienza capace di superare anche i molti traguardi già raggiunti durante la sua carriera.
Bartolo, è la prima volta che Cavalluna porta il proprio spettacolo in Asia?
«Sì, è la prima volta che arriva oltreoceano e, in particolare, in Asia. Abbiamo portato a Hong Kong lo stesso grande spettacolo che il pubblico europeo ha visto in Germania. Qui esiste una fortissima cultura legata ai cavalli da corsa e al galoppo, ma ora si stanno aprendo anche allo spettacolo equestre di altissimo livello».
Quale accoglienza avete ricevuto?
«Straordinaria. Per le sette rappresentazioni siamo nell’ordine dei 40mila biglietti. C’è stato inoltre un grande interessamento da parte delle istituzioni: diverse autorità legate allo sport e alla cultura sono venute ad assistere allo spettacolo e sono arrivate delegazioni anche da Singapore e da altre parti dell’Asia. Si sta muovendo davvero molto intorno a questo progetto».
Questo debutto è legato anche alle celebrazioni per l’Anno del Cavallo?
«Sì, nasce anche all’interno delle iniziative organizzate per l’Anno del Cavallo. L’obiettivo è creare un progetto che comprenda non soltanto l’ippica, ma anche lo spettacolo equestre di altissimo livello. Cavalluna, che oggi è una delle produzioni equestri più importanti al mondo, si inserisce perfettamente in questo contesto».
Che cosa rappresenta personalmente per lei essere tra i protagonisti di un debutto tanto importante?
«Da italiano sono orgogliosissimo di fare parte di qualcosa che ha una dimensione mondiale e che sta andando oltre ogni mia aspettativa. Sono esperienze che, nella vita, non immagini neppure di poter vivere da protagonista.
Il mio è il numero più lungo dello spettacolo: presento il lavoro in libertà, quello con i pony e partecipo anche ad altre scene. Per me è una soddisfazione enorme. Grazie a Dio ho fatto tante cose nella mia carriera, ma questa esperienza le supera tutte».
Che cosa l’ha colpita maggiormente dell’organizzazione di Hong Kong?
«La precisione. L’organizzazione è impressionante e tutto è controllato nei minimi particolari. Abbiamo tre veterinari di servizio che verificano continuamente le condizioni dei cavalli e intorno alle scuderie è stata creata una vera bolla di sicurezza.
Soltanto noi possiamo entrare in contatto con i nostri cavalli: nessun estraneo può accedere al backstage o toccarli. Prima di entrare e di uscire bisogna disinfettare le scarpe e le mani; inoltre non è possibile utilizzare nelle scuderie le stesse calzature indossate all’esterno».
Anche il viaggio dei cavalli è stato organizzato con particolari precauzioni?
«Assolutamente. I cavalli sono stati visitati appena scesi dall’aereo e saranno controllati nuovamente prima della partenza. Siamo decollati da Liegi, in Belgio, e dopo circa dodici ore di volo diretto siamo arrivati a Hong Kong.
Vedere i propri cavalli salire su un aereo è un’emozione difficile da descrivere. Sono stati trasportati da una compagnia specializzata che si occupa anche dei più importanti cavalli da corsa del mondo. Sono arrivati in condizioni perfette, senza febbre e senza alcun problema».
Possiamo dire che hanno viaggiato in business class?
«Direi anche qualcosa di più! Dall’aeroporto all’arena sono stati trasferiti su camion dotati di aria condizionata. All’interno dell’arena la temperatura viene mantenuta costantemente intorno ai 23 gradi, mentre fuori ce ne sono 32 o 33. Ogni cosa è predisposta per tutelare il loro benessere».
Qual è stata la sua prima preoccupazione una volta arrivato a Hong Kong?
«Appena sceso dall’aereo sono andato direttamente dai cavalli. Non sono neppure passato dall’albergo, perché avevo bisogno di vedere come stavano.
Non è retorica: per me è come quando un genitore vuole vedere i propri bambini prima di andare a dormire. Prima di qualsiasi altra cosa, avevo bisogno di sapere che fossero arrivati bene».
Come reagisce un pubblico abituato soprattutto all’ippica davanti ai cavalli in libertà?
«Con un entusiasmo incredibile. Per loro è davvero una novità e partecipano moltissimo: applaudono, seguono ogni momento del numero e si emozionano. Il finale dello spettacolo è stato travolgente.
Qui sono tutti molto appassionati di corse, ma quello che proponiamo è completamente diverso e lo stanno apprezzando tantissimo. Un giorno abbiamo preso un taxi per visitare Hong Kong e l’autista ci ha riconosciuti: ha voluto scattare una fotografia con noi e ci ha detto che ormai siamo famosissimi in città. È stato molto bello».

Quale spettacolo avete portato al pubblico asiatico?
«È “Gate to the Otherworld”, la produzione con la quale abbiamo concluso a giugno la stagione europea di Cavalluna. Nel mio caso presento il numero con i coni, quello con i cavalli in libertà e la libertà con i mini pony.
Partecipo anche alla parte narrativa interpretando un guerriero che sostiene il capo della fazione avversaria al principe e alla regina. Tuttavia, i momenti centrali del mio lavoro rimangono quelli dedicati alla libertà».

I suoi mini pony hanno conquistato anche Hong Kong, oltre al pubblico europeo?
«Hanno ottenuto un successo impressionante, anche perché qui non sono abituati a vedere pony lavorare in quel modo. Molte persone non immaginano che un cavallo in libertà possa eseguire tanti esercizi mantenendo quella connessione con l’uomo.
Nel mio numero i cavalli fanno anche cose tecnicamente complesse: mi danno un bacio, si sdraiano oppure assumono determinate posizioni. Cerco però di conservare sempre quel piglio artistico che mi appartiene».
Guardando il suo lavoro, gli esercizi sembrano nascere spontaneamente, senza imposizioni. È questo il segreto?
«Il cavallo non deve essere continuamente toccato o comandato: deve essere connesso con me. Il punto fondamentale è proprio questo.
Con il tempo ho capito che, per emozionare gli altri, devo emozionarmi prima io. Devo credere profondamente in ciò che sto facendo e riuscire a trasmettere quell’emozione al pubblico. È quello che cerco ogni volta che entro in scena».

In un palcoscenico tanto internazionale c’è anche una presenza italiana importante.
«C’è un bel gruppo di italiani: con noi ci sono Sasà Improta, Giulio Longobardi, Andrea Galuppi, Sara Malatini con il volteggio e Rudj Bellini, impegnato in una parte molto artistica.
Sono felice di avere coinvolto tanti ragazzi e di averli visti crescere. Guardarli oggi esibirsi a questi livelli è per me un regalo e una soddisfazione enorme. Quando propongo qualcuno lo faccio perché conosco il suo valore e so di non fare brutte figure».

Lei è passato dagli spettacoli nelle piazze italiane alle più grandi arene europee e ora a Hong Kong. Che valore hanno avuto le esperienze degli inizi?
«Io ringrazio sempre gli eventi che mi hanno fatto crescere e mi hanno insegnato tanto. Non dimentico mai da dove vengo e torno ancora molto volentieri nelle piazze italiane, naturalmente quando esistono tutte le condizioni necessarie per rispettare i cavalli: box adeguati e una gestione fatta come si deve.
Devo molto a tutte quelle manifestazioni che ci hanno aiutato a maturare. Per arrivare su palcoscenici come questo bisogna avere percorso prima quella strada: senza quei passaggi non si arriva fin qui».
La parola “gavetta” le appartiene ancora?
«Credo di avere fatto una gavetta come poche altre persone. Sono andato avanti un gradino alla volta, lavorando sempre nella stessa direzione. Le esperienze più piccole non sono state meno importanti: mi hanno preparato a quelle grandi e mi hanno insegnato a stare davanti a qualsiasi pubblico e ancora oggi le ritengo fondamentali. Sono sempre un esercizio fondamentale e una occasione di crescita ulteriore».

Quando ripensa al percorso compiuto, che cosa prova?
«Non amo l’autocelebrazione, ma credo che il Signore mi abbia dato molto più di quanto mi sarei aspettato dalla vita. Se dodici anni fa qualcuno mi avesse detto che sarei arrivato a Hong Kong da protagonista di uno spettacolo di questo livello, avrei risposto che era impossibile.
A gennaio compirò cinquant’anni e sento di dover essere soltanto grato. Ogni giorno faccio fatica, combatto con le mie fissazioni e le mie debolezze, come tutti, ma alla fine nella vita contano i fatti. Le chiacchiere le lasciamo agli altri».
Tra tutte le immagini di questa tournée, quale pensa che rimarrà più a lungo nella sua memoria?
«Quella dei miei cavalli sull’aereo. Quando li ho visti lì ho pensato: “Adesso basta, per me va bene tutto, non ho bisogno di vedere altro”.
E poi porterò con me l’immagine dei ragazzi che ho visto crescere accanto a me e che oggi si esibiscono a Hong Kong. È un’enorme soddisfazione e uno dei regali più grandi che la vita potesse farmi».























