Dopo l’infortunio e un’estate complicata, Cristiano Cividini è tornato in gara con Ircolando B al Campionato del Mondo FEI di Attacchi per Singoli di Monaco-Riem, dove era anche chef d’equipe della spedizione azzurra.
Ha portato a termine dressage, maratona e coni, ritrovando progressivamente fiducia nel proprio fisico, nella carrozza e in Nando dopo l’incidente che lo ha fermato pochi mesi fa.
Il risultato lascia anche qualche rimpianto, ma soprattutto la soddisfazione di avere raggiunto un traguardo che soltanto poche settimane prima sembrava tutt’altro che scontato.
Ci facciamo dare da lui, prima in veste di concorrente e poi in quella di responsabile del Team Italia a redini lunghe del Mondiale di Monaco, un resoconto finale della spedizione.
Signor Cividini, se un mese fa le avessero prospettato un Mondiale così, che cosa avrebbe risposto?
«Un mese fa avrei firmato qualunque accordo con il demonio pur di riuscire a partecipare e portare a termine un Mondiale in questo modo. Quando però ci si trova finalmente in gara emerge l’istinto competitivo e, se le cose non vanno esattamente come si vorrebbe, rimane sempre un po’ di amaro in bocca. Ma tornare in gara mi è piaciuto davvero».
In quali condizioni siete arrivati a Monaco lei e Ircolando B?
«Ero consapevole di avere una preparazione personale molto limitata e anche Nando non usciva da tempo sui campi gara. Nei primi due giorni di lavoro a Monaco mi è sembrato che fosse tornato indietro di alcuni mesi: soffriva un po’ la confusione del campo prova, le bandiere e tutto ciò che lo circondava. È un cavallo particolare e mi era servito molto tempo per renderlo più sereno. Con un po’ di esperienza, però, siamo riusciti a portarlo al giorno del Dressage nelle condizioni giuste».
Come giudica la prova di dressage?
«Credo sia stato quasi certamente il miglior Dressage che Nando abbia mai eseguito in gara. Avrebbe forse potuto fare ancora qualcosa in più, ma siamo andati molto vicini a quella che, in questo momento, è la sua piena capacità di esprimersi in una prova del genere.
La cosa più bella è che durante il Dressage la spalla non mi ha dato alcun problema: non ho sentito dolore e non ho avuto difficoltà. Abbiamo concluso la prova soddisfatti».
La Maratona rappresentava probabilmente il passaggio più delicato. Con quale strategia l’ha affrontata?
«Abbiamo studiato molto attentamente le traiettorie, sapendo che avrei potuto incontrare qualche difficoltà nei passaggi verso sinistra. Non avevamo neppure un ordine di partenza particolarmente favorevole: siamo partiti alle tre e mezza del pomeriggio e, in alcuni ostacoli, il fondo era ormai davvero al limite, con solchi diventati molto profondi.
Nel primo ostacolo Nando funzionava bene e le girate venivano, ma per me era la prima volta che tornavo ad accelerare dopo l’incidente. Non avevo ancora ritrovato il giusto feeling con la carrozza: mi sembrava che si muovesse e ondeggiasse molto. Dopo quanto era accaduto a Verola, un po’ di “braccino” c’era. Mi sono anche distratto e ho compiuto un giro in più».
Che cosa è accaduto nel secondo ostacolo?
«Ho provato ad aumentare il ritmo per verificare la risposta di Nando e lui si è immediatamente proiettato in avanti. In una discesa, anche per un pizzico di sfortuna, ho toccato un palo e sono stato costretto a intervenire con una certa decisione sul cavallo. In quel momento ho avuto la sensazione che avrei potuto farmi nuovamente male e ho preferito rallentare».
È stato allora che ha deciso di cambiare completamente impostazione?
«Nel trasferimento dal secondo al terzo ostacolo sono stato seguito da Claudio Fumagalli, che per autentica amicizia e spirito di squadra mi è rimasto vicino per tutta la gara. Ci siamo detti che avremmo dovuto guidare con la testa, senza correre rischi e ricordando quanto fosse ancora ridotta la mia preparazione.
Dal terzo ostacolo ho quindi cominciato a guidare senza forzare, seguendo il ritmo del cavallo e senza assumermi rischi sui pali. Abbiamo affrontato salite, discese e acqua senza alcun problema, semplicemente mantenendo un’andatura più tranquilla. Non volevo mettere in pericolo me stesso, Nando o il resto dell’equipaggio».
Rimane però un po’ di rammarico proprio perché la Maratona è probabilmente la prova più adatta a Nando…
«Sì, abbiamo concluso un po’ indietro e questo mi lascia dell’amaro in bocca, perché è forse la prova nella quale Nando possiede l’attitudine maggiore. La Maratona era bella e ben disegnata; i cavalli non l’hanno sofferta e anche lui è arrivato alla fine senza alcun problema. In quel momento, però, la priorità era portare tutti al traguardo in sicurezza».
Come ha trovato il percorso dei Coni?
«Era veramente ben disegnato: non tortuoso, ma tecnico e costruito con soluzioni molto ingegnose. Il tracciato imponeva continui cambi di mano, mentre gli esercizi più impegnativi erano collocati in punti strategici del campo. Mi è sembrato un percorso quasi geniale.»
In quali condizioni siete arrivati all’ultima prova?
«Nando non aveva risentito della maratona, anche perché non gli avevo chiesto uno sforzo eccessivo, ed era veramente in ottime condizioni. Ho deciso quindi di provare a fare una bella gara.
Nel campo prova sono rimasto tranquillo, perché la Maratona qualche conseguenza sulla spalla me l’aveva lasciata. Una volta entrato, però, come era già accaduto nel Dressage, non ricordo di avere avvertito alcun dolore».
Come si è sviluppato il percorso?
«Siamo partiti molto bene e Nando ha superato brillantemente le prime due parti tecniche. Poi, in una successione di tre oxer stretti, ha faticato un po’ a uscire dal secondo. Ho dovuto spingerlo con maggiore decisione e lui ha inserito una marcia superiore, diventando piuttosto forte.
Da quel momento ho avuto qualche difficoltà in più. Nella parte conclusiva, con la serpentina, il zigzag al numero 19 e l’oxer finale al 20, non riuscivo più ad avere attraverso la spalla il controllo che mi sarebbe servito. Ho quindi raddrizzato un po’ alcune curve. Abbiamo comunque concluso bene e, soprattutto, con un cavallo ancora in perfette condizioni».
Alla fine ha prevalso la soddisfazione o il rimpianto?
«Sono contentissimo di avere portato a termine questo Mondiale. Tutta la fatica dell’estate ha finalmente acquistato un senso: sono stati tre mesi davvero difficili e tormentati, ma ne è valsa la pena.
Un mese fa il mio obiettivo era semplicemente esserci e finire la gara. Poi, naturalmente, quando ci riesci vorresti anche qualcosa in più. Ma è stato veramente bello».
Che Campionato del Mondo è stato dal punto di vista organizzativo e sportivo?
«È stato un bellissimo Mondiale, molto ben organizzato e caratterizzato da una grandissima attenzione nei confronti dei cavalli. I controlli degli steward sono stati estremamente scrupolosi, in qualche occasione quasi eccessivi perché riguardavano anche particolari apparentemente insignificanti. Ma quando tanta attenzione è rivolta alla tutela del cavallo, il giudizio non può che essere positivo.
L’affluenza è stata altissima, con 22 nazioni al via e una rappresentanza davvero mondiale. Anche il livello tecnico era molto elevato: i primi dieci o quindici cavalli erano fantastici, così come i loro driver».
Questo Mondiale potrebbe avere segnato anche la conclusione di un ciclo?
«Probabilmente è stato l’ultimo Campionato del Mondo per molti cavalli importanti, soggetti di 16 o 18 anni che hanno segnato la storia recente della specialità. Diversi top driver hanno scelto proprio questa gara per concludere la loro carriera agonistica.
Assisteremo quindi a un ricambio, ma alle loro spalle è già pronta una generazione di giovani driver con cavalli davvero importanti. È un segnale molto positivo per il futuro dello sport».
Lei era anche capo équipe: come ha vissuto il rapporto con Antonio Rigamonti ed Enrico Tortella?
«È stata una squadra coesa e compatta, con una bellissima atmosfera. I miei compagni hanno fortemente voluto che fossi presente, mi hanno chiesto di esserci e mi hanno sostenuto e incoraggiato continuamente, già prima della partenza e poi durante tutta la gara.
Anche nel mio ruolo di capo équipe mi hanno reso la vita molto semplice. Ci siamo goduti il Mondiale rimanendo uniti e, nei miei confronti, sono stati davvero molto affettuosi: mi hanno spronato a resistere e ad andare avanti».
Come valuta il Mondiale di Antonio Rigamonti?
«Antonio si è presentato con Mito, un cavallo di altissima qualità, con il quale lavora già da diversi anni. È un soggetto molto bello e con ottime prospettive, ma deve ancora trovare il giusto feeling quando passa dal campo prova all’arena di gara, soprattutto nel Dressage e nei Coni.
In Maratona ha già dimostrato abilità, velocità, destrezza e resistenza. La differenza tra quello che riesce a mostrare in campo prova e ciò che esprime in gara è ancora evidente, ma credo sia soltanto una questione di tempo e di esperienza».
E la prova di Enrico Tortella, unico amatore in squadra tra due driver professionisti?
«Per Enrico questo Mondiale ha rappresentato il ritorno in una grande competizione internazionale dopo alcuni anni di assenza. È stato un ottimo compagno di squadra.
Nel Dressage è stato anche un po’ sfortunato: la prima parte della prova era stata molto bella, poi il vento e la particolare situazione dell’arena hanno creato un po’ di tensione nel cavallo.
Nella Maratona il suo Markus ha pagato la propria preoccupazione nei confronti dell’acqua, incontrando qualche difficoltà nell’ostacolo che la prevedeva, ma Enrico ha continuato senza commettere errori importanti. Anche nei coni ha eseguito una prova lineare, tranquilla e ben guidata, senza assumersi rischi inutili. Penso che anche per lui sia stato un buon rientro: è riuscito a ottenere il massimo che il suo cavallo poteva offrire in questo momento».
A Monaco, però, gli italiani non erano soltanto tre…
«Esatto. Nel collegio giudicante era presente anche Roland Morat. Fa sempre piacere ritrovare un connazionale tra gli ufficiali di gara di un appuntamento così importante. Possiamo quindi dire che a rappresentare gli Attacchi italiani al Mondiale non eravamo in tre, ma in quattro».
Cinque con il veterinario della squadra Giacomo Botticini, molti di più con groom e staff dei nostri tre equipaggi…e speriamo di poter aggiungere ancora molti fan e supporter al mondo delle redini lunghe, continuando a raccontarne avventure sportive e protagonisti.

Podio individuale del Campionato del Mondo FEI di Attacchi per Cavalli Singoli 2026: oro a Stefan Ulrich e argento a Mario Gandolfo, entrambi svizzeri; bronzo alla tedesca Anne Unzeitig. Monaco di Baviera, 6 settembre 2026. © FEI/Martin Dokoupil
Ulrich e Bombardier, sono svizzeri i Campioni del Mondo
A completare il quadro del Mondiale di Monaco è stato il trionfo dello svizzero Stefan Ulrich, che insieme a Bombardier ha conquistato il suo primo titolo iridato individuale.
«Sono felicissimo del mio cavallo: è stato bravissimo per tutta la settimana», ha commentato Ulrich, sottolineando anche l’importanza dei consigli e del sostegno ricevuti dalla famiglia e dalla sua squadra.
Pomeriggio d’oro per la Svizzera, che ha festeggiato anche l’argento individuale del campione uscente Mario Gandolfo con Favela e il primo titolo mondiale a squadre nella categoria Singoli dopo quello conquistato nell’edizione inaugurale del 1998, in Austria.
Il bronzo individuale è andato alla tedesca Anne Unzeitig con De Niro 29.
Nella classifica a squadre, alle spalle della Svizzera si sono piazzati i Paesi Bassi, medaglia d’argento, e la Francia, campione uscente, che ha conquistato il bronzo.
Nella foto sotto Lars Ulrich e Bombardier, dal sito Fei

























