Ci sono pony che diventano leggende.
Rock Dee Jay è uno di questi: nato in Irlanda, figlio di un grande cavallo da salto ostacoli (Arko III, lo stallone Oldenburg che ha accompagnato la rinascita sportiva dell’immenso Nick Skelton) e di una pony, è considerato uno dei più medagliati pony d’Europa.
Altri giovani cavalieri lo hanno montato, ma per l’amazzone italiana Sofia Manzetti Rock Dee Jay è stato molto più di un compagno di gara: lui è diventato un vero maestro di vita.
Abbiamo chiacchierato con lei per farci raccontare la loro storia straordinaria.
Sofia, come ha conosciuto Rock Dee Jay?
«L’ho visto per la prima volta agli Europei di Arezzo del 2013: vinse con la sua amazzone irlandese, Susan Fitzpatrick e io rimasi incantata dal binomio che formavano insieme. Da lì ho pensato: “Anch’io voglio arrivare a quei livelli!”. Nel 2015 ho avuto l’occasione di provarlo in Irlanda e mi sono trovata subito bene. Così è arrivato in Italia con me».
Sapeva già che fosse un pony speciale?
«Eccome! Era già famoso, aveva vinto tante medaglie. Per questo, quando ho iniziato a montarlo, sentivo addosso tanta pressione: tutti si aspettavano risultati immediati. In realtà non è stato facile, ci sono state gare con eliminazioni, momenti di crisi e io mi sentivo inadeguata. Ma lì ho capito che non basta avere un campione sotto la sella: bisogna anche costruire un vero binomio».
Come è riuscita a superare quella fase difficile?
«Con tanto lavoro e grazie all’aiuto del mio istruttore, Gianluca Bormioli. Mi trasferii a Salsomaggiore per allenarmi con lui: avevo solo 14 anni e vivevo praticamente in hotel. Mi ha insegnato disciplina, precisione, attenzione ai dettagli e pian piano Rock ed io abbiamo iniziato a capirci davvero».

Qual è stato il momento più emozionante con lui?
«Senza dubbio il 2016, quello del mio primo Campionato d’Europa in Danimarca. Con la squadra italiana abbiamo vinto l’oro e io ho chiuso con un bellissimo quinto posto individuale. Non mi aspettavo un risultato simile, è stato incredibile. Talmente incredibile che io e mia mamma avevamo fatto una scommessa: se avessi vinto, lei si sarebbe tagliata i capelli a caschetto e io mi sarei fatta un tatuaggio dedicato a Rock… e così è stato».
Poi però ha dovuto lasciarlo…
«Sì, a fine 2016 il contratto d’affitto scadeva e Rock è tornato in Irlanda. È stato un dolore enorme. Ma a Natale i miei genitori mi hanno fatto una sorpresa: una lettera scritta come se fosse lui a parlarmi. “Cara Sofia, sono stati due anni fantastici… ho deciso di tornare in Italia per il tuo ultimo anno pony”. Io piangevo come una fontana! Era vero: mio papà e mia mamma avevano rinnovato il contratto, e Rock tornava da me per un’altra stagione».
E come è stato quell’ultimo anno insieme?
«Indimenticabile. Nel 2017 abbiamo fatto ancora Coppe delle Nazioni, Europei in Ungheria e infine il Campionato Italiano ad Arezzo, che ho vinto con cinque percorsi netti su cinque. Rock Dee Jay non ha toccato nemmeno una barriera in quei 5 giorni. È stato il modo più bello per chiudere la mia avventura nel mondo pony».
Che tipo di pony era Rock Dee Jay, al di là delle gare?
«Un vero “professore”: dolce in scuderia, serio e concentrato in gara. Non regalava nulla: se lo montavi male, si fermava. Dovevi essere precisa e rispettosa, lui semplicemente voleva essere montato bene, non accettava nulla di meno: e questo mi ha insegnato tantissimo. Credo che proprio questo lato del suo carattere lo abbia reso speciale».
Pensi che ti abbia reso una amazzone migliore?
«Assolutamente sì. Con lui ho capito che non esistono scorciatoie: anche un pony campione deve trovare l’intesa con il suo cavaliere. Mi ha insegnato la perseveranza, la cura dei dettagli e a non arrendermi nei momenti difficili».
Cosa fa oggi Rock Dee Jay?
«Si gode il meritato riposo in Irlanda, su una collina che guarda il mare. Vive in branco con altri pony e cavalli, libero e felice. Sono andata a trovarlo: quando l’ho rivisto mi sono commossa, e credo che mi abbia riconosciuta».
Che consiglio daresti ai ragazzi che sognano un pony campione?
«Di non farsi spaventare dalle difficoltà. Anche con Rock all’inizio non funzionava niente, eppure con impegno e pazienza abbiamo costruito qualcosa di speciale. I cavalli (e i pony) ci insegnano che gli errori sono i nostri veri maestri».
Rock Dee Jay resterà sempre una leggenda del salto ostacoli, ma per Sofia è stato soprattutto un amico e un maestro.

La loro storia ci ricorda che anche i campioni hanno bisogno di tempo, fiducia e lavoro per brillare. E che ognuno di noi in sella, con passione e determinazione, può vivere la propria favola.
Un Super Papà
Il padre di Rock Dee Jay era lo stallone Oldenburg Arko III, da Argentinus x Beach Boy: miglior stallone da salto ostacoli nel 2004, 2005 e 2006. Uno dei suoi figli più noti (oltre a Rock Dee Jay!) è Argento, anche lui dimostratosi un grande stallone..
Arko III è mancato a 27 anni nel 2021, all’età di 27 anni: pochi mesi dopo la sua scomparsa è nato un suo clone, un gemello genetico.
Tutti gli allievi di Rock Dee Jay
Max O’Reilly Hyland, Lisa Nooren (ai Campionati Europei Pony di Fontainebleau Rock Dee Jay con lei ha vinto la medaglia d’argento individuale nel Salto Ostacoli), Susan Fitzpatrick, Sofia Manzetti…una lunga lista di allievi di successo per questo grande pony: la sua mamma si chiamava Dee Jays Rio Grande, era figlia di un KWPN, Belisar e di una pony. Di lei non si conosce il nome: ma dova essere fantastica, visto il figlio! Il nome di scuderia di Rock Dee Jay, nato nel 2002 in Irlanda, è Buster.






















