Si chiamava Flavio Scorpo, è morto a 27 anni e detiene un record di vittorie alle guide lunghe più che invidiabile: 2.048 allori accertati.
State cercando nella memoria delle corse al Trotto chi sia questo mago del sulky?
Lì non lo troverete: perché Flavio Scorpo – o meglio Flavius Scorpus, per i suoi contemporanei – è vissuto nei primissimi anni dopo la nascita di Cristo, precisamente dal 68 al 95 d.C., tra la penisola Iberica e Roma.
Era un giovanissimo schiavo quando venne avviato al percorso formativo dell’auriga: e divenne il migliore di tutti, una vera divinità in terra.
Era così famoso e noto che di lui sono rimaste molteplici informazioni su svariate lapidi dell’epoca.
E anche nei versi che gli dedicò il poeta latino Marco Valerio Marziale – che, tra l’altro, gli invidiava parecchio i ricchi proventi delle sue vittorie.
Grazie alle quali riuscì ad emanciparsi dalla condizione di schiavitù e riacquistare la libertà: divenne così un liberto, condizione che gli permise di contrattare ingaggi migliori per sè e i suoi cavalli.
I cavalli più noti di Flavio Scorpo sono quelli con lui raffigurati in una lapide conservata al Palazzo Ducale di Urbino: quella che Flavia Hesperis, vedova di Flavius Abascantus, dedicò al marito per ricordarlo.
I quattro corsieri, molto probabilmente di origine Berbera e provenienti dall’Africa come molti tra i migliori soggetti impiegati nelle corse, si chiamavano Ingenyo, Admeto, Passerino e Atmeto.
Nomi che ci sembra parlano un po’ di loro: Ingenyo era il cavallo esterno, alla destra di Flavius, quindi quello che nell’andamento antiorario tenuto dalle bighe nel circo percorreva il tragitto più lungo e poteva contenere eventuali letali ‘scarrocciate’ centrifughe.
Curiosamente Ingenyo era piccolino rispetto agli altri tre, ma a giudicare dal suo nome doveva essere un cavallo di grande testa, uno di quelli su cui sai di poter contare nei momenti difficili.
Admeto portava il nome del mitico re di Fere, in Tessaglia: in greco antico admetos significa, ‘indomito’, selvaggio’, e forse non per nulla era attaccato all’interno dell’affidabilissimo Ingenio.
Passerino è un nome gentile, sembra proprio quello di un cavallo di famiglia.
Nella posizione più interna a sinistra c’è Atmeto, quasi omonimo dell’altro: chissà se questo invece si riferiva al re dell’Epiro. Non male per un ex-schiavo avere agli ordini cavalli col nome di re.
Probabilmente Flavia Hesperis, inserendo accanto al ricordo del marito defunto l’immagine di un altro Flavius, liberto come lui, che raggiunse l’apice della notorietà voleva unirli – e unirsi – a una immagine positiva e di successo.
E nel farlo ha portato con sé anche i nomi di quei quattro cavalli, veri e propri protagonisti alla pari degli uomini di uno spettacolo tra i più amati dei tempi e che attirava anche 200.000 spettatori ogni volta al Circo Massimo.
In diversi mosaici romani vengono ritratti i cavalli con il loro nome e non erano rare brevi frasi affettuose, come quella del mosaico ritrovato a Cirta, nell’Algeria nord-orientale: “Vincas non vincas, te amamus Polidoxe”.
Che tu vinca o non vinca noi ti amiamo, Polidox: una delle pagine più belle del fondamentale lavoro di Paul Vigneron, ‘Il Cavallo nell’Antichità”.
«O Roma, io sono Scorpo, la gloria del tuo circo rumoroso, l’oggetto del tuo applauso, il tuo favorito di breve durata. L’invidiosa Lachesi, quando mi interruppe nel mio ventisettesimo anno, mi giudicò vecchio, a giudicare dal numero delle mie vittorie» fa dire Marziale a Flavio dopo la usa morte.
Probabilmente avvenuta in corsa: gli aurighi per guidare i loro cavalli spesso si legavano le redini attorno alla vita, così da poter agire direttamente anche con il peso sulle imboccature.
In caso di incidenti, frequentissimi, essere legati a quel modo ai cavalli poteva voler dire essere trascinati al galoppo sulla sabbia. Potevano finire travolti, schiacciati: era ogni volta una gara contro la sorte.
Flavio Scorpo rivive in un bellissimo documentario che potrete trovare qui, all’interno del programma a.C.d.C. di Rai Storia, di Alessandro Barbero.
Possiamo così conoscere meglio non solo la storia ma anche gli oggetti di lavoro degli aurighi, compresa una perfetta ricostruzione moderna di una quadriga.
Perché Flavius Scorpus è morto a 27 anni ma il suo ricordo vive ancora: e anche il suo record di vittorie è imbattuto, lui rimane il Campione.
Ringraziamo, di cuore, la Galleria Nazionale delle Marche per aver concesso a Cavallo Magazine l’immagine della lapide di Flavius Abascantus: pronti a scoprire altri tesori che riguardino i nostri amici cavalli, di ogni epoca.

Lapide di Flavius Abascantus © MiC, Palazzo Ducale di Urbino – Direzione Regionale Musei Nazionali Marche, ph. Claudio Ripalti.
























