Il benessere degli equidi è un tema centrale per tutto il comparto equestre e zootecnico e la proposta di legge A.C. 2187 ha aperto un dibattito che coinvolge sensibilità, competenze tecniche e interessi economici differenti.
Come testata specializzata, riteniamo che il confronto diretto tra posizioni diverse sia il modo più utile per offrire ai lettori strumenti di valutazione completi.
Abbiamo quindi inviato 12 domande sulla PdL A.C. 2187 nello stesso momento, il 19 febbraio scorso, a un rappresentante a favore dell’approvazione della proposta di legge contro la macellazione degli equidi e a un rappresentate della parte contraria.
Per la precisione abbiamo individuato per i ‘pro’ Michela Vittoria Brambilla, Deputata alla Camera e sostenitrice del divieto di macellazione degli equidi, e per i ‘contro’ l’Associazione Nazionale Allevatori Razze Equine e Asinine Italiane nelle persone di Luca Marcora e Matteo Vasini.
L’obiettivo è offrire ai lettori elementi tecnici comparabili, lasciando a ciascuno la propria valutazione.
Di seguito, una per una, le domande che abbiamo posto e dopo ognuna le risposte degli interpellati.
Domanda – La proposta nasce su tre pilastri: giuridico, etico ed evidenze scientifiche sul benessere animale. Qual è, secondo lei, il fondamento più solido e quale il più debole?
Risposta Brambilla: “Sono tutti egualmente forti: sul piano giuridico c’è il sostegno dell’art.9 della Costituzione e della legge Brambilla che riconosce gli animali come esseri senzienti, sul piano etico l’imperativo di non uccidere e non causare sofferenza ad esseri senzienti, sul piano scientifico l’evidenza di uno sfruttamento che sconfina molto spesso nel maltrattamento e, per quanto riguarda il consumo di carne, degli elevati rischi per la salute derivanti dalla non sicura tracciabilità. Ricordo che per la carne equina non è obbligatoria l’etichettatura di origine”.
Risposta Anareai: “La proposta di legge, sebbene si possa fondare su nobili intenti, evidenzia diversi punti strutturali critici nei tre pilastri citati, che generano conseguenze gravi e non trascurabili.
Aspetto giuridico:
- la propostagenera un conflitto di status: trasformando gli equidi in “animali d’affezione” crea una frizione normativa con l’attuale classificazione Europea che li considera animali da reddito (quindi anche Destinati alla Produzione Alimentare). Gli equidi oggi sono già classificati come DPA o Non DPA e tale scelta va effettuata entro i primi mesi di vita dell’animale, limite oltre il quale l’equino viene classificato obbligatoriamente NON DPA, inoltre tutti gli animali sportivi definiti “atleti” in seguito alle norme volute da FISE e FITETREC-ANTE sono già NON DPA, quindi la normativa vigente permette già al proprietario di scegliere sia all’origine se il proprio animale potrà essere macellato o meno, sia ad eventuali proprietari successivi in qualsiasi altro momento, perché un equide inizialmente DPA può esser sempre irreversibilmente classificato Non DPA dal suo proprietario, mentre il passaggio inverso non è mai ammesso. Un divieto generalizzato sarebbe quindi una forzatura legislativa che ignora questa distinzione volontaria già esistente e normata.
- Tutela della biodiversità: su direttive FAO e regolamenti comunitari, in Italia è istituita l’Anagrafe Nazionale delle Biodiversità di interesse agricolo ed alimentare (Lg. 194/2015) con finalità la salvaguardia e valorizzazione delle razze locali dall’erosione genetica. I Piani di Sviluppo Rurale della PAC prevedono aiuti per gli Allevatori Custodi di queste razze. Tutte le razze equine ed asinine Italiane sono iscritte nell’Anagrafe Nazionale delle Biodiversità e specifici piani di tutela e valorizzazione sono svolti dagli Enti Selezionatori come ANAREAI per preservare queste realtà, radicate alle tradizioni rurali locali ed ai territori marginali in cui da sempre si allevano, svolgendo anche ruolo di contrasto all’abbandono e lotta al dissesto idrogeologico. Queste razze autoctone con i loro Allevatori Custodi con tutto l’indotto, sarebbero quelle maggiormente danneggiate dalla proposta, con ingente perdita di Biodiversità: senza la possibilità di avviare alla destinazione alimentare gli equidi non idonei alla selezione o alla conservazione della specifica diversità genetica, molte razze italiane rischierebbero l’estinzione perché non più economicamente sostenibili.
- sanzioni e loro applicabilità: la proposta prevede pene severe (reclusione fino a 6 anni e multe fino a 100.000 euro) assolutamente sproporzionate rispetto alle pene per altre specie previste per analoghe violazioni del Codice Penale in materia animale (trattare male un vitello è meno grave di trattare male un asino??).
- gestione degli “esuberi“, la proposta impone il divieto di macellazione ma lascia incertezze sulla gestione a lungo termine di decine di migliaia di animali a fine carriera o provenienti da allevamenti in chiusura.
Aspetto etico:
- la proposta genera incoerenza tra specie, poiché il riconoscimento dei soli equidi come “animali d’affezione” basato sul legame emotivo con l’uomo è un criterio soggettivo, non si estende ad altre specie allevate, crea una gerarchia etica non giustificabile scientificamente (se venisse reputato più empatico il maiale del mulo, allora si vieterebbe la macellazione dei suini?).
- In Italia gli equidi, rispetto ad altre specie, sono da sempre allevati in modo estensivo, quindi in ambiente aperto allo stato brado e semibrado, con una dimensione di capi per azienda pari a 2.5 (423.000 equidi in 168.000 aziende nel 2025, dati BDN-Vetinfo) tale per cui il concetto di allevamento intensivo non è applicabile agli equidi. Di fatto, la quasi totalità degli equidi DPA vivono all’aperto in branco tutta la loro vita, con una garanzia del benessere animale molto più forte di altre specie allevate in modo intensivo o in gabbia e batteria.
- impatto economico in confronto ai valori, la chiusura di un’intera filiera produttiva pone un dilemma etico-sociale riguardo alla sussistenza dei lavoratori del settore, nonostante il previsto “fondo per la riconversione” che poi vedremo esser assolutamente insufficiente.
Evidenze scientifiche sul benessere animale:
Attenzione: la tutela del benessere animale proposta rischia di diventare un paradosso poiché, contrariamente alle intenzioni, se non supportato da adeguate risorse scientifiche e gestionali il divieto di macellazione potrebbe peggiorare le condizioni di vita degli equidi, portando a un calo delle cure veterinarie o a fenomeni di abbandono per l’insostenibilità dei costi di mantenimento “a vita” degli equidi non più macellabili. Considerando che l’Italia è oggi il primo Paese per consumo di carne equina in Europa, il divieto potrebbe incentivare un mercato nero di macellazioni clandestine privo di controlli veterinari e del rispetto delle procedure di abbattimento senza sofferenza, con anche il forte rischio che gli equidi allevati in Italia siano oggetto di esportazioni verso paesi con normative meno stringenti, venir lì macellati e la loro carne esser riesportata e consumata nel nostro paese.
Considerando che il Benessere Animale è già regolamentato in Italia (Dir. 98/58/CE e Reg. CE 1099/2009), occorre prima di tutto porre molta attenzione su quanto previsto dalla proposta fatta al di là della questione macellazione, in quanto riporta anche il divieto di utilizzo degli equidi in “esercizi innaturali o stressanti per l’equilibrio psicofisico dell’equide, contrari alla dignità degli animali ”: molte delle pratiche di addestramento possono esser soggettivamente interpretate come stressanti o innaturali (un cavallo in natura non trasporta certo altri esseri viventi sulla schiena e la definizione di ciò che è “naturale” o “dignitoso” può variare e non sempre coincide con le misurazioni fisiologiche di stress, cortisolo, ecc.. usate dai ricercatori sul benessere animale). Analoghe considerazioni si possono fare per l’età minima di 4 anni (o oltre) proposta per l’accesso al mondo delle gare o il divieto di utilizzo di imboccatura, speroni e frustino in equitazione, condizioni che comporterebbe la fine del comparto allevatoriale sportivo italiano e l’uscita dell’Italia da questo sistema internazionale, con conseguenze disastrose per tutto un comparto ben più ampio. L’allevamento del cavallo in Italia ha storia antichissima e tradizioni equestri millenarie come le Giostre, il Palio di Siena o la Sartiglia, solo per citarne alcune talmente radicate e importanti da esser riconosciute e tutelate dalla “Carta di Nizza” (Carta dei diritti fondamentali dell’UE, proclamata nel 2000 per la tutela di tradizioni e rituali attraverso il riconoscimento di diritti civili e culturali universali) non sono affatto “tradizioni che hanno fatto il loro corso” (parole dell’On. Brambilla, C.St. presentazione proposta del 24.02.2026)”.
D – È una legge di principio o una riforma strutturale di settore?
R Brambilla: “Distinzione un po’ artificiosa: tutte le leggi sottintendono dei principi e si applicano a determinate attività. Di sicuro è una proposta aperta alla discussione e alla definizione, in Parlamento, di tutti gli aspetti della transizione, nessuno escluso”.
R Anareai: “La proposta, pur partendo da una forte premessa di principio, si configura come una riforma strutturale di settore, non limitandosi a dichiarazioni d’intento ma intervenendo sulla disciplina giuridica ed economica degli equidi attraverso un mutamento dello status giuridico (impone il passaggio definitivo da “animale da reddito” a “animale d’affezione” alterando l’intera filiera produttiva), modifiche al Codice Penale (introduce nuovi reati e inasprisce le pene) ed obblighi amministrativi. In sintesi, è una riforma che mira a smantellare la filiera della carne per riconvertire un settore che conta centinaia di migliaia di strutture e occupati attorno a servizi, allo sport (forse, salvo le limitazioni proposte) e alla pet therapy, ma senza creare le condizioni perché questo possa avvenire.
Tuttavia il divieto etico alla macellazione rischia di esser un’enorme equivoco: uno dei maggiori punti critici risiede nell’automatismo giuridico che ne deriva, classificando l’equide come “animale d’affezione” si determina l’immediata applicazione delle tutele previste per cani e gatti. Sebbene il testo della proposta A.C. 2187 non citi esplicitamente il “divieto di vendita” della carne equina (ma lo prevede la proposta di legge A.C. 48 collegata a questa, presentata sempre per mano dell’On. Brambilla) e che l’Italia è il paese con il maggior consumo di carne equina in Europa, l’effetto pratico sarebbe la soppressione della filiera commerciale dedicata, che si verificherebbe attraverso l’indisponibilità della materia prima di provenienza nazionale(vietare la macellazione in Italia significa privare le macellerie equine della produzione locale, quindi costringere i commercianti a dipendere esclusivamente dalle importazioni, con un aumento esponenziale dei costi e una perdita totale di controllo sulla filiera corta nazionale “dal pascolo alla tavola”, sicuramente più controllata di quella delle carni importate), attraverso il paradosso del Mercato Unico UE (l’Italia potrebbe vietare la macellazione degli equidi sul proprio territorio, ma non potrebbe vietare gli scambi intracomunitari di carne equina, creando così una concorrenza sleale letale per gli allevatori italiani che a queste condizioni sarebbero costretti a chiudere, mentre il consumo continuerebbe a favore dei grandi produttori esteri come Francia, Polonia, Ungheria e Romania, vanificando l’intento etico della legge), infine, attraverso la cessazione delle attività specializzate (la vendita della carne equina è il fulcro di un sistema economico che comprende laboratori di trasformazione, logistica refrigerata e punti vendita dedicati, ma ancor più in alcune zone d’Italia sostiene una vera a propria tradizione culturale gastronomica che verrebbe sostanzialmente criminalizzata e costretta ad utilizzare carne importata).
Per concludere, il divieto di macellazione agirebbe come un divieto commerciale “occulto”: pur non proibendo direttamente lo scambio, elimina la possibilità di produrre e approvvigionarsi legalmente, portando all’estinzione naturale di un intero settore economico senza prevedere alcuna forma di indennizzo per questi operatori”.
D – Esistono stime attendibili sull’impatto economico complessivo della proposta (allevamenti, occupazione, indotto)? In assenza di dati ufficiali, su quali numeri dovrebbe basarsi il legislatore?
R Brambilla: “Non vedo stime aggiornate e attendibili, anche perché la filiera non è trasparente. Nell’attuale fase di passaggio, mentre si sta implementando la Banca dati nazionale istituita nel 2021, vi sono discrepanze perfino sul numero delle macellazioni e dei capi provenienti dall’estero. Il che la dice lunga. Tuttavia l’esame di ogni proposta di legge è di regola preceduto da audizioni di tutte le categorie interessate che ne faranno richiesta e che potranno esporre il proprio punto di vista e le proprie valutazioni, anche quantitative. Sulla base dei dati potremmo definire le esigenze per la riconversione”.
R Anareai: “Non esiste nessun documento ufficiale di Analisi di Impatto delle Regolamentazioni nella Pdl A.C. 2187: tale grave mancanza dimostra i limiti della proposta che, nonostante le sua rivendicazioni etiche di principio, non è sostenibile per le pesanti – ancorché non esattamente quantificate – conseguenze economico-sociali che genererebbe.
Analizzando in modo oggettivo i numeri, una valutazione attuale potrebbe basarsi sui seguenti parametri:
- Consistenza della filiera: in Italia oggi si macellano circa 25.000 equidi l’anno (dati BDN-Vetinfo), lo stop azzererebbe il valore commerciale di questi capi, stimato mediamente tra i 1.200 e i 2.000 euro per animale, per un impatto diretto di circa 40-50 milioni di euro. Inoltre il settore coinvolge circa 500 macellerie equine (con sola vendita carni equine) diffuse soprattutto in Puglia, Emilia-Romagna, Veneto, Sicilia e aziende di trasformazione e trasporto, con perdita di posti di lavoro diretta e dell’indotto di migliaia di occupati.
- Svalutazione del patrimonio zootecnico, censito in Italia con oltre 423.000 equidi di circa 168.000 allevatori/proprietari, subirebbe un ricalcolo del suo valore al ribasso, soprattutto per le razze autoctone ed i cavalli non sportivi, con una perdita patrimoniale per gli allevamenti che risulterebbe drastica, poiché il “prezzo carne” funge da paracadute finanziario per il reddito aziendale.
- Costi di gestione del mantenimento a “vita” e per il “fine vita”: ogni anno finiscono la carriera sportiva o produttiva circa 15.000 equidi: gli oneri finanziari, al costo minimo di 2.000 €/anno per il mantenimento di un cavallo anziano/non produttivo, generano un impatto economico per i proprietari di oltre 30 milioni di euro annui, con effetto additivo di anno in anno. Da rilevare anche i costi di gestione del “fine vita” per eutanasia e smaltimento, necessari a trasformare tutti i decessi in smaltimento di “rifiuti speciali” con un costo annuo totale basato su una mortalità naturale fisiologica della popolazione equina stimato tra i 15 e i 20 milioni di euro annui.
Pertanto, una stima al ribasso dell’impatto economico tra perdite dirette e nuovi oneri di gestione che la proposta andrà a generare si attesta su cifre superiori ai 150-200 milioni di euro annui: basare la riforma su una dotazione di soli 6 milioni di euro appare velleitario.
Occorre infine riflettere sul fatto che la maggior parte degli equidi in Italia è allevato in zone marginali, sfruttando territori poveri e risorse naturali scarse, soprattutto sulla dorsale appenninica e nelle isole, non più utili per allevare in modo remunerativo altre specie: la forte contrazione delle aziende e degli allevatori di equidi che si verificherebbe, comporterebbe uno spopolamento di queste aree, il crollo della loro economia, un abbandono sociale ed il conseguente dissesto idrogeologico diffuso (la cui ingente quantificazione economica è tuttavia di difficile taratura)”.
D – Quali sono, a suo avviso, i vantaggi e i limiti di un divieto totale rispetto a un rafforzamento dei controlli e delle condizioni di trasporto?
R Brambilla: “Con i divieti si affronta e si risolve la questione sul piano culturale, si mette fine dall’ambiguità e si decide una volta per sempre che gli equidi non sono animali da reddito, ma d’affezione. Con tutte le conseguenze del caso. Rafforzare i controlli e migliorare le condizioni di trasporto sono ottimi propositi, ma ciò che la maggioranza degli italiani chiede – ne sono convinta – è che cambi lo status degli equidi”.
R Anareai: “Non vedendo alcun vantaggio dalla proposta fatta e avendo illustrato le ragioni tecniche ed economiche della sua insostenibilità, occorre rilevare che nella storia i divieti assoluti imposti su settori ad alta domanda o radicata tradizione hanno generato solo effetti negativi, come la nascita di mercati clandestini (come il proibizionismo americano degli anni ‘30 che non fermò il consumo di alcol ma ne spostò il commercio nelle mani della criminalità organizzata, peggiorando la qualità del prodotto), la delocalizzazione del “problema” (il divieto in un territorio sposta l’attività oltre confine, restrizioni severe sulla macellazione in un Paese causerebbero lunghi trasporti verso stati con norme meno stringenti, paradossalmente aumentando la sofferenza animale) o abbandono e incuria (se un divieto come quello di macellazione non è accompagnato da sussidi per il mantenimento, l’animale perde valore economico e diventa un costo insostenibile, portando ad abbandoni di massa o eutanasie non dichiarate).
I divieti radicali distruggono settori economici mentre una regolamentazione rigorosa incentiva la qualità, anche etica, come valore aggiunto. In politica e nel diritto il dilemma tra proibizionismo (vietare) e regolamentazione (normare e controllare) è centrale: la regolamentazione permette di mantenere le attività alla luce del sole, i divieti motivano il “mercato nero”.
Rilevando che, a differenza di quanto indicato in premessa nella proposta di Legge, sia l’allevamento che il trasporto di equidi in Italia sono settori già abbondantemente normati (Reg. UE 2016/429 – Animal Health Law e Reg. UE 2021/963, identificazione e Anagrafe degli Equidi, Reg. CE n. 1/2005, D.M. 6 settembre 2023- formazione addetti e operatori, Codice della Strada per la circolazione) e considerato che tutte queste norme sono in continua evoluzione e revisione, non avrebbe più senso incrementare le risorse disponibili per far rispettare tali norme, attuando efficaci controlli, non tanto su allevatori o utilizzatori ma nelle “zone grigie” del sistema, facendo luce proprio su quelle fasi critiche che la proposta giustamente denuncia?
Idem sulle carni, posto che in Italia la carne equina si mangia ancora ed è un alimento ufficialmente controllato dagli organi sanitari preposti (Reg. CE 852e 853/2004, HACCP, D.Lgs. 27/2021, Reg. UE 1169/2011) e fino a prova contraria non è un reato nonostante il “totale disprezzo per chi mangia un cavallo” (parole del Pres. ENPA Rocchi – C. St. del 24.02.2026) e l’invito a “non tenere più carne equina sui banchi alimentari” dato che “chi la consuma non sa quello che sta mangiando”, parole dell’On. Brambilla (stessa C. St.), non avrebbe più senso investire i fondi disponibili per dare ulteriori garanzie ai consumatori su origine (in particolare l’origine nazionale), tracciabilità ed etichettatura come già avviene per altre filiere di carni italiane?”.
D – Il riconoscimento degli equidi come animali di affezione può creare disparità rispetto ad altre specie allevate?
R Brambilla: “Queste disparità esistono già. Saranno eliminate solo quando smetteremo di mangiare gli animali. E sono certa che un giorno accadrà”.
R Anareai: “l riconoscimento di “animali d’affezione” basato sul legame emotivo con l’uomo è un criterio estremamente soggettivo, dettato da posizioni personali e che non si estende ad altre specie allevate, creando una gerarchia etica non giustificabile scientificamente.
Il riconoscimento degli equidi come animali d’affezione rappresenta quindi una forte disparità, sia sul piano giuridico che su quello scientifico ed etico, creando una distinzione tra animali di “serie A – affezione” e animali di serie “B – da reddito” fondata non su basi biologiche o sulla capacità di soffrire, ma sul valore emotivo che l’uomo attribuisce loro soggettivamente.
Mentre per bovini, suini o ovini la macellazione resterebbe una pratica legale e normata, per gli equidi diventerebbe un reato penale: questo frammenta l’ordinamento giuridico, che non segue più un principio generale di tutela della vita animale, ma un pericoloso criterio di “simpatia” personale verso la specie.
L’Europa classifica gli equidi come animali da reddito (Reg. UE 2016/429), un loro diverso inquadramento solo in Italia creerebbe disparità di trattamento per gli allevatori italiani rispetto ai concorrenti europei, alterando la libera circolazione delle merci e dei servizi.
In sintesi, la proposta sposta il confine della tutela animale dal piano scientifico-etologico uguale per tutti i senzienti, a quello affettivo-empatico, definendo per legge un privilegio di specie eletto da gradimenti assolutamente personali.
Occorre anche riflettere sul precedente giuridico che un’eventuale recepimento della proposta di legge creerebbe, estendendo in futuro tutele simili ad altre specie. Il riconoscimento di animali da affezione non ha basi oggettive o scientifiche, nonostante questo i movimenti animalisti vedono in questo provvedimento un passo fondamentale per “rispondere alla sensibilità dei cittadini” e allargare gradualmente il riconoscimento della tutela ad altre specie capaci di instaurare legami affettivi con l’uomo, infatti esistono già discussioni su ulteriori limitazioni che propongono il divieto di macellazione per altre specie animali. Che ripercussioni sociali ed economiche avrebbe un futuro divieto di macellazione anche per bovini, suini, ovi-caprini ed avicoli, e soprattutto, chi ha davvero rilevanti interessi (economici o politici) a porre tali divieti? In altre parole, la vera questione sottesa alla proposta di legge è se l’uomo abbia il diritto di macellare gli animali: non vi è alcun dubbio e le statistiche lo confermano che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei ritenga ancora di sì, infatti un’alternativa sarebbe il ricorrere alla carne sintetica con conseguenti problemi di mercato arrogato al potere delle grandi multinazionali alimentari (e costi energetici ed ambientali di produzione non ancor bene definiti)”.
D – L’obbligo universale di classificazione “Non Dpa” elimina davvero il rischio di frodi?
R Brambilla: “Nessuna legge elimina il rischio di frodi. Nessuno può oggi pensare che tutti i cavalli Non-Dpa restino Non-Dpa anche alla fine della carriera, come prevede la normativa europea. Se poi parliamo di cavalli provenienti da paesi terzi, chi controlla davvero che gli esportatori forniscano le dovute garanzie? Lo dico per completezza, perché personalmente non mi interessano i rischi per la salute di chi decide di mangiare cadaveri e, a maggior ragione, di mangiare cavalli pur sapendo che le etichette non danno adeguata informazione sulle origini del prodotto”.
R Anareai: “L’imposizione dell’obbligo “Non DPA” non solo non eliminerà automaticamente il rischio di frodi, al contrario, le incentiverebbe, con probabili fenomeni già citati come l’a umento dell’illegalità (l’Italia è il paese che in Europa consuma la maggior quantità di carne equina e continuerebbe ad esserlo) o lo smaltimento abusivo (il mantenimento a vita o l’eutanasia e lo smaltimento certificato di una carcassa “Non DPA” hanno costi elevati e per evitare tali spese, alcuni proprietari senza scrupoli potrebbero ricorrere alla macellazione “in nero” o al commercio verso l’estero, falsificando documenti di trasporto o con emissione di duplicati di Passaporti falsi per far “ritornare” DPA un animale che la legge italiana ha dichiarato d’affezione). Pertanto, la classificazione universale DPA o Non DPA è un efficace strumento di principio, ma l’eliminazione delle frodi dipende esclusivamente dalle capacità dei controlli e dall’efficienza della Banca Dati Nazionale (BDN), non dalla norma in sé”.
D – Le ASL hanno oggi risorse sufficienti per gestire un registro così strutturato?
R Brambilla: “Cancellare una categoria, gli animali Dpa, dovrebbe rendere la gestione più semplice, peraltro nell’ambito di un progetto di per sé ambizioso come quello della Banca dati nazionale veterinaria. Le risorse ci sono”.
R Anareai: “In Italia, il sistema di tracciabilità degli equidi si basa sulla Banca Dati Nazionale (BDN) e i sistemi di alimentazione dei dati dei Servizi Veterinari e degli Organismi di Rilascio, coordinati dal portale VETINFO del Ministero della Salute, operando all’unisono ai sensi del D.M. 30.09.2021.
Il Sistema I&R (Identificazione e Registrazione), sotto la competenza del Ministero della Salute, prevede che ogni equide debba essere registrato nella BDN entro i termini di legge con un’identificazione univoca (microchip e codice UELN), abbia un suo passaporto cartaceo (SLID) che segue l’animale in ogni spostamento, sia sempre associato ad un codice aziendale (luogo fisico di detenzione) censito nella BDN.
Gli Organismi di Rilascio autorizzati accedono alla BDN per inserire i dati anagrafici degli animali, rilasciare i documenti di cui sopra, registrare gli spostamenti, ecc.. I Servizi Veterinari ASL e gli altri organismi di controllo ufficiali accedono alla BDN per svolgere compiti di vigilanza e sanità pubblica, controllando la gestione ed il rispetto dei tempi per le anagrafiche e gli spostamenti, effettuano i controlli sanitari registrando i risultati dei test obbligatori e i trattamenti farmacologici.
Il sistema è progettato per incrociare tutti questi dati anche con i macelli (quando un cavallo DPA entra in un macello, il veterinario ufficiale verifica il suo stato in BDN e che non siano stati somministrati farmaci incompatibili con il consumo umano) e per la vigilanza stradale dei trasporti (le forze dell’ordine possono consultare la banca dati durante i controlli su strada per verificare la congruenza tra l’animale trasportato e il documento di identificazione e trasporto).
Il sistema è pertanto completo, definito nei ruoli e funzionante, il punto debole è sempre il far rispettare tali norme, attuando efficaci controlli mirati sulle criticità giustamente riscontrate”.
D – Come si riconverte un allevamento da carne? Verso quali modelli economici sostenibili?
R Brambilla: “Un esempio per tutti: in Corea l’uso di mangiare carne di cane risale al Neolitico. Ma nel gennaio 2024 il Parlamento di Seul ha approvato una legge che vieta il consumo di carne di cane a partire dal 2027 e stabilisce incentivi specifici: risarcimenti per ciascun cane (più alti se si anticipa la chiusura), consulenze amministrative, supporto per la transizione ad allevamenti di altro genere, sussidi per trovare nuova occupazione a tutti gli addetti della filiera, dagli allevatori ai ristoratori specializzati”.
R Anareai: “Posto che la maggior parte degli allevamenti di equidi DPA non allevano con l’intento di produrre carne ma selezionano prima di tutto soggetti per un loro utilizzo nello sport e nel tempo libero nelle attività equestri, la riconversione di un allevamento di equidi da carne non è un processo automatico, poiché richiederebbe di passare da un modello di prodotto (la carne) a un modello di servizio (l’animale vivo).
Premesso che vi sono razze di cavalli appositamente selezionati per la produzione di carne e che poche altre attività possono fare, il passaggio presenta criticità strutturali importanti, quali costi fissi per gli animali ingenti (uncavallo vivo “costa” per alimentazione, veterinario, maniscalco, profilassi, ecc.. molto più di quanto renda come servizio, soprattutto se il mercato locale è saturo), competenze (allevare per la carne richiede competenze zootecniche, gestire servizi richiede competenze relazionali, turistiche o terapeutiche). Verrebbero stanziati fondi per la riconversione per 6 milioni l’anno: si tratta di un importo gravemente insufficiente a fronte dei 150-200 milioni stimati necessari, cifra che se divisa tra le migliaia di aziende interessate, si traduce in un “una tantum” insufficienti a garantire qualsiasi sopravvivenza aziendale.
Inoltre, le attività proposte come soluzioni per questa transizione verso modelli “non-DPA” hanno molti punti critici:
Centri di pensionamento: rischio insolvenza (se il proprietario dell’animale smette di pagare la retta mensile, l’allevatore si ritrova legalmente responsabile di un animale che non può macellare né vendere facilmente, diventando un “sequestrato economico” nella propria azienda), costi sanitari crescenti (un cavallo anziano richiede cure mediche e alimentazione speciale, rendendo il margine di profitto molto volatile).
ippoturismo e turismo rurale: soggetto alla saturazione del mercato (non tutti i territori hanno vocazione turistica, un allevamento in una zona industriale o degradata difficilmente attirerà flussi costanti), alla stagionalità (i ricavi sono concentrati in pochi mesi l’anno ma i costi di mantenimento corrono per 365 giorni) con costi assicurativi (il rischio civile legato all’uso di animali con turisti inesperti comporta premi assicurativi obbligatori elevatissimi che erodono i margini).
Interventi assistiti “pet therapy”: costi di certificazione (formare il personale e ottenere l’idoneità delle strutture secondo le Linee Guida Nazionali richiede tempi lunghi ed investimenti iniziali che un piccolo allevatore spesso non può permettersi), selezione etologica (non tutti i cavalli hanno il temperamento adatto alla terapia assistita, molti animali risulterebbero “inutilizzabili” diventando solo un costo).
Fattorie didattiche e sociali: bassa redditività (letariffe per visite scolastiche sono spesso simboliche o contenute, non possono rappresentare la voce di entrata principale per un’azienda agricola strutturata), burocrazia (le norme igienico-sanitarie e di sicurezza per l’accoglienza di minori in azienda sono estremamente stringenti e costose da implementare).
Gestione del territorio “Eco-Pascolo”: dipendenza pubblica (questo modello regge solo se supportato da convenzioni con Enti Locali o Parchi, e in caso di tagli ai bilanci pubblici l’allevatore resta con gli animali ma senza entrate), redditività minima (il risparmio che l’ente ottiene dalla manutenzione del verde spesso non copre i costi vivi di gestione di una mandria numerosa per recinzioni, sorveglianza, assistenza veterinaria, profilassi, ecc..)”.
D – Come si evita il rischio di sovraccaricare strutture di recupero e associazioni?
R Brambilla: “Con la gradualità. E comunque per chi ama questi animali sarebbe un sovraccarico benvenuto, che potrebbe essere finanziato dallo Stato o da apposite polizze-vita per i cavalli a fine carriera”.
R Aanareai: “Il rischio di saturazione delle strutture di recupero e delle associazioni di pensionamento equidi è l’ennesimo punto critico della proposta, poiché trasformare automaticamente centinaia di migliaia di animali da “reddito” in animali “da affezione” senza un adeguato piano di uscita con strategie definite, creerebbe inevitabilmente un imbuto gestionale di difficilissima gestione. Senza un pesante intervento pubblico e una regolazione delle nascite, il divieto di macellazione imposto trasforma il cavallo da “risorsa” a “rifiuto speciale“, saturando in brevissimo tempo la capacità d’accoglienza di queste strutture: le conseguenze tragiche per gli animali e quindi per allevatori e operatori del comparto sono facilmente deducibili”.
D – La dotazione prevista (6 milioni annui) appare proporzionata rispetto agli obiettivi di riconversione indicati? Quali parametri dovrebbero essere utilizzati per valutarne l’adeguatezza?
R Brambilla: “Lo stabiliremo, come ho già detto, nel confronto con le categorie interessate”.
R Anareai: “Come già detto, la dotazione di 6 milioni di euro annui per soli 3 anni prevista dalla proposta è considerata palesemente sproporzionata e insufficiente rispetto agli obiettivi prefissati. Occorre osservare che:
- Costo a capo: come già detto in Italia sono censiti circa 423.000 equidi, se anche solo il 10% di questi – circa 42.000 animali all’anno – necessitasse di supporto per il fine carriera o la riconversione, i 6 milioni si tradurrebbero in meno di 150 euro ad animale all’anno. Se il costo minimo di mantenimento dignitoso di un cavallo in vita (fieno, lettiera, maniscalco, profilassi) ammonta ad un minimo di circa 3.000 euro annui, la dotazione non copre nemmeno un mese di vita dell’animale.
- Ambizioni e risorse: come detto, la proposta mira a una trasformazione strutturale (chiusura di una filiera alimentare, riconversione professionale di migliaia di lavoratori e strutture), ma trasformare un allevamento da carne in un centro per ippoturismo o pet therapy richiede investimenti in infrastrutture e formazione che superano mediamente i 50-100 mila euro per singola azienda. I 6 milioni equivarrebbero a finanziare la riconversione completa di appena 60-100 aziende l’anno in tutta Italia (le aziende detentrici di equidi oggi sono oltre 168.000).
- Costi del “fine vita” e smaltimento: il divieto di macellazione impone l’eutanasia e l’incenerimento per tutti i capi, che ha un costo di circa 1.000 euro a carcassa. Se lo Stato dovesse sussidiare anche solo 6.000 smaltimenti l’anno (una frazione minima dei decessi naturali attesi) l’intero fondo di 6 milioni verrebbe azzerato solo per tali costi, senza investire 1 euro nella riconversione proposta.
- Gestione dei sequestri: la proposta affida ai centri di recupero gli animali maltrattati o abbandonati, ma senza un fondo massiccio queste strutture andrebbero in default finanziario immediato, trasferendo l’onere economico sui bilanci dei Comuni (quando un’associazione o un privato non può più farsi carico degli animali, l’onere ricade legalmente sul Sindaco – autorità sanitaria locale – che attua un sequestro amministrativo, le ASL intervengono dovendo poi gestire a spese pubbliche il mantenimento e le cure di questi capi).
Concludendo, se paragonata alla stima necessaria di 150-200 milioni all’anno, la cifra di 6 milioni proposta appare più come una dotazione simbolica che come un piano industriale di settore, con il rischio concreto che vengano imposti obblighi etici e divieti conseguenti senza fornire gli strumenti economici per sostenerli, scaricando i costi interamente sugli allevatori, sui proprietari e sul terzo settore”.
D – Le pene previste (fino a 6 anni) sono proporzionate rispetto ad altri reati in ambito zootecnico?
R Brambilla: “L’apparato sanzionatorio è da armonizzare con quanto previsto dalla “legge Brambilla”, la mia riforma dei reati a danno degli animali entrata in vigore il 1 luglio del 2025, che finalmente rende loro giustizia ”.
R Anareai: “No, le pene previste dalla proposta con reclusione da 2 a 6 anni e multe fino a 100.000 euro sono fortemente sproporzionate se confrontate con l’attuale ordinamento penale zootecnico e generale. Ad esempio l’attuale reato di maltrattamento di animali
(Art. 544-ter c.p.) prevede la reclusione da 3 a 18 mesi, la proposta punirebbe la macellazione di un cavallo con una pena detentiva quattro volte superiore a quella prevista per chi sevizia un animale; per un omicidio colposo oggi si sconta una pena massima di 6 anni, avvicinando il reato di macellazione equina a fattispecie gravissime contro l’essere umano (Art. 589 c.p.) creando un’anomalia nel sistema dei valori tutelati dal Codice Penale. Per le altre specie animali le violazioni delle norme di macellazione o il maltrattamento restano punite con sanzioni prevalentemente amministrative o pene detentive lievi, elevare solo l’equide a questa soglia crea un precedente non giustificabile giuridicamente e quindi impugnabile da un punto di vista costituzionale. Riassumendo, la proposta sposta la tutela dell’equide dal piano della polizia amministrativa
a quello dei crimini di massima gravità, una scelta paradossale che mina l’equilibrio del sistema sanzionatorio italiano”.
D – Se la legge non venisse approvata, quale sarebbe per voi la priorità immediata per migliorare la tutela degli equidi?
R Brambilla: “Controlli ferrei sulle modalità di trasporto e sulla fine carriera dei cavalli non-Dpa: se non possono passare all’altra categoria, perché non si vedono in giro più cavalli anziani?”.
R Anareai: “Come già detto, se la proposta non sarà approvata, la priorità immediata per elevare realmente la tutela degli equidi non sarebbe un nuovo divieto ma il potenziamento degli strumenti di controllo e gestione già esistenti:
- Piena operatività di BDN e I&R in un’unica banca dati, azzerando la residuaframmentazione dei dati e completando l’integrazione digitale in un unico data-base ufficiale, con obiettivo la totale tracciabilità in tempo reale di ogni movimento, farmaco e cambio di proprietà.
- Inasprimento sanzioni amministrative: spesso la sanzione penale è lenta e inefficace, quella amministrativa è immediata e paralizzante per chi delinque; risulta necessario prevedere la revoca definitiva del codice aziendale e della licenza di trasporto per chiunque venga sorpreso a falsificare documenti o a maltrattare gravemente animali, escludendo dal mercato gli operatori scorretti e rendendo quindi il rischio economico della violazione superiore al possibile guadagno illegale.
- Implementare la certificazione del benessere animale: come già avviene in altre specie, la autorità di controllo potrebbero estendere il sistema volontario SQNBA ai detentori di equidi, monitorando parametri etologici oggettivi (spazi, socialità, alimentazione) e non solo sanitari.
- Creare una filiera controllata della carne equina Italiana: “dal pascolo nazionale alla tavola” con origine, passaggi e lavorazioni certificate e controllate, sempre consultabili a piena tutela dei produttori, lavoratori del settore e soprattutto consumatori finali.
Quindi, la priorità è far applicare le leggi che abbiamo, promuovere i sistemi di certificazione volontaria per il benessere animalee puntare sulla qualità certificata, dotando le autorità ufficiali di mezzi tecnologici e fondi adeguati per controlli mirati e capillari su tutto il territorio nazionale, specifici nelle criticità e mirati a far luce sulle “zone grigie” che il funzionamento del sistema ha oggi evidenziato.
Un’ultima riflessione più generale mi permetto di farla sul piano sociale: analizzando il trend statistico dei consumi di carne dal 2010 ad oggi, in calo in Italia del 7% ed in Europa di oltre il 10% per tutte le carni, ancora più in calo per la carne equina (oltre il 50% sia in Italia che in Europa), quello che si prospetta è un cambiamento epocale delle abitudini alimentari sociali. Se tale trend proseguirà, la richiesta di carne e nello specifico di carne equina andrà a limitarsi a nicchie di mercato riservate a quelle poche zone d’Italia in cui la tradizione culinaria ne fa uso. Nessuno si può opporre ai cambiamenti sociali e all’evoluzione delle abitudini umane, i mercati hanno le loro leggi e le dinamiche economiche conseguenti sono inevitabili. Se il mercato non richiederà più questo prodotto, la domanda calerà ed il prezzo scenderà, gli allevatori e gli addetti del settore non venderanno più il loro prodotto, fisiologicamente si adatteranno spostandosi su altre produzioni e mansioni. In sociologia e storia economica, combattere contro un cambiamento sociale ed epocale è un’impresa che raramente ha avuto successo: quando i valori di una società cambiano, i mercati tendono inevitabilmente ad adeguarsi. Se è inutile provare a bloccare un cambiamento sociale, in uno stato di diritto come il nostro non è necessario nemmeno imporlo con divieti, soprattutto in un settore già fortemente normato: che l’evoluzione faccia il suo corso, senza il bisogno di cavalcare correnti estremiste ed irresponsabili con scopi come la visibilità politica o di fare l’interesse di grandi gruppi che hanno valori ben lontani da quelli dal Benessere Animale”.
Ringraziamo, di cuore, chi ha partecipato a questo confronto tecnico: i cavalli hanno bisogno dell’impegno di tutti noi, e solo insieme riusciremo davvero o a migliorare il loro benessere.
























