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Home | Cultura equestre | La macchina del tempo

La macchina del tempo

Una storia vera raccontata da Carlo Fossi, ultimo dei facocchi e la FIAT Aquilana dentro le mura della città di Federico II. Tratto da a un'accurata ricerca di Vincenzo Di Battista

18 Dicembre 2020
di
La macchina del tempo

L'Aquila, Palazzo Alfieri, 1910

Bologna, 18 dicembre 2020 – Partiamo dal personaggio, Carlo Fossi, “l’attore” principale nella sua “location”, e da un presupposto, apparentemente lontano nel tempo: la luce, quella luce particolare che scende inondando come una cascata e finalmente si fa giustizia senza più compromessi dentro quel vuoto d’ambiente, quel rettangolo inclinato, disegnato molti secoli fa nella “città nova”, come invece viceversa è la luce che “cambia” colore tra le quinte dei palazzi, i cortili, i vicoli stretti, gli slarghi della città dell’Aquila, che penetra diagonale, maldestra che si insinua, tagliente e irriverente.

Quella luce invece è tutt’uno con piazza Duomo, il mercato, gli ambulanti, le bancarelle, i prodotti agricoli, la gente: esplode, si manifesta, regna sovrana monocromatica e dà forza al rettangolo magico della città che accomuna, unisce, aggrega le persone che lì hanno vissuto, nella piazza, gran parte della loro vita, con tutte le loro storie personali.

Era il 1996 quando tutto ebbe inizio. Per cercarlo, il personaggio, Carlo Fossi insomma, siamo partiti dal mercato di piazza Duomo, dagli ambulanti, dalle immagini d’epoca della città e dai carri trainati dagli animali, come in una sceneggiatura che si tiene in un cassetto, e forse non diventerà mai un film.

Il facocchio, il nostro personaggio, ci dice subito “la Fiat dell’Aquila”: l’annuncio, di un “programma” la sua dichiarazione, forse un manifesto, sicuramente una storia leggendaria della città dell’Aquila.

Tra le mani alcune fotografie d’epoca relative agli Orti Cipolloni, nei pressi della Villa Comunale, e via dei Giardini, dentro le mura, a sud – est della città dell’Aquila dove incontriamo il facocchio, in grande stile, davanti una grande porta in metallo scorrevole.

I TEMPO

Via dei Giardini fu aperta con un lavoro di sventramento, secondo il progetto del 1933, e sicuramente creò perplessità e apprensione, quasi una premonizione a Mastro Alberto, classe 1861, che nella piazzetta delle Acacie, lì vicino, aveva la “bottega deglju Facocchiu”, in dialetto IL diventa Jù.

La stessa fu demolita per allargare Corso Federico II e lui, con gli attrezzi, le manbrucche e i conigli che fino a un paio di decenni prima, giornalmente, si muovevano in direzione degli orti Cipolloni nella Villa comunale, tra le gambe delle signorine dagli eleganti abiti lunghi del Liberty con gli ombrellini per coprirsi dal sole, si trasferì in via dei Giardini «perché dovevamo rimanere nella zona» ci dice Carlo Fossi, che ci ha raggiunto, nipote di Mastro Alberto, terza generazione da facocchio (facòcchio singolare maschile, composto da fare e cocchio). Tradotto: colui che costruisce o ripara carrozze trainate da animali.

Ma torniamo a noi… mentre si apre la porta scorrevole dell’officina che immette in una sorta di macchina del tempo, si scorge un “deposito” di conoscenza della cultura materiale, uno scrigno dei saperi di un’arte povera, un catalogo di un mestiere di un’altra città, e lo vedremo: l’officina in via dei Giardini, la bottega del facocchio, ancora perfettamente conservata con cerchi in ferro, assi di legno, forgia, macchinari a mano per il trapano, utensili di lavoro, banco per tornire il legno e lavorarlo: reperti, che potremmo vederli in un museo di archeologia industriale. All’interno, nel cortile e sotto le tettoie, si costruivano i carri, le mambrucche (grossi birocci), le “vignarole”, i calessi, le bighe, “le cosiddette vetture di oggi della Fiat”. Per metterle insieme, ci dice, «ci voleva una settimana con tre o quattro persone che lavoravano i vari pezzi».

Entriamo, Carlo Fossi chiude la porta scorrevole alle nostre spalle e inizia questo viaggio nella cultura materiale e nella memoria dei costruttori di carri,  tra le pieghe di una micro storia tutta Aquilana.

II TEMPO

«Dai Piani di Cascina – continua Fossi – i contadini, all’imbrunire, per cercare di nascondersi, arrivavano all’Aquila, passavano per via XX Settembre che era tutta polverosa, con i muli che portavano sul basto, la sella, due tronchi lunghi di faggio sproporzionati come carico, ma che noi lavoravamo per fare le stanghe al carretto. Nel 1937 un carretto costava anche 800 lire; nel 1947 in media costava 10.000 lire.  Si combinava, a volte si faceva il baratto con il valore del grano, del maiale, delle patate pur di  comprare un carro».

Quattro erano le arti minori, le quattro stelle dell’artigianato locale aquilano, che si riunivano intorno alla costruzione del carro, raro esempio di capacità interdisciplinare che sommava i diversi mestieri.

Il lavoro di falegname si integrava con quello del fabbro. La ferramenta e la decorazione pittorica erano arti fondamentali: «Dai blocchetti di legno di cerro, a mano, si ricavavano i raggi del carro; dalla noce le centine e il mozzo; l’olmo per le traverse e il faggio per le stanghe; oppure i bulloni si facevano a mano. Preparavano le teste battute calde all’incudine e scaldate alla forgia. Le sbarre in ferro si tagliavano, si piegavano con il calore della forgia, si battevano e si univano a caldo sull’incudine, poi diventavano i cerchi intorno alle ruote in legno. I carri infine venivano dipinti con i colori aquilani».

«Mio nonno – continua Fossi – aveva la bottega nello slargo della piazzetta delle Acacie, dove oggi c’è il cinema Massimo, il Grande Albergo e la Previdenza sociale. I carrettieri venivano da Porta Napoli, si fermavano da mio nonno. Era una posizione strategica. A piazzetta delle Acacie facevano la sosta con i cavalli, i muli, gli asini e i buoi. Erano i toccolani o i contadini della Valle Peligna. Avevano viaggiato da due giorni per vendere al mercato dell’Aquila. Dormivano dentro i carri, al fianco degli animali. L’ultimo carro l’abbiamo costruito nel 1966».

Un procedimento complesso, articolato, la costruzione del carro.

Le regole erano molte, i componenti autonomi si lavoravano separatamente, in una sorta blocchi di montaggio, e poi si assemblavano, “ come alla Fiat”: si parla di convergenza delle ruote di legno, di assale, di sponde in legno, capacità di carico, vano in legno che conteneva gli utensili per la manutenzione e riparazione del carro, freni manuali, lampada a petrolio per i viaggi notturni, catene per tenere il carico, agibilità del carro dentro i terreni sterrati, montacarichi, giogo ed equilibratura, cinghie e perni laterali in ferro, messa a punto della trazione: il carro, trainato dall’animale, non doveva scomporsi. Poteva accadere, anche due volte l’anno, che i carri dovevano essere riparati e consegnati subito per i lavori nei campi. Si lavorava anche di notte nella stagione dei raccolti e dei mercati stagionali del comprensorio aquilano, e soprattutto nelle fiere.

Da Arischia, le arche (madie) in legno di faggio, smontate a pezzi e numerate, venivano trasportate sui carri trainati dagli animali. Si acquistavano, e poi venivano ricomposte nelle cucine contadine.

Questo “arsenale” dei saperi fuori dal tempo, di tradizione orale, non ha scrittura ed è stato ereditato quasi fisiologicamente attraverso la trasmissione delle esperienze, con la conoscenza sul campo dei materiali e delle tecniche di lavoro.

THE END: LA “FIAT AQUILANA” E IL SUO INDOTTO

La bottega del facocchio, quella che in città era nota come la “Fiat dell’Aquila” aveva il suo indotto: tanti i laboratori artigiani che provvedevano a realizzare i “componenti” del carro che poi venivano allestiti nell’officina del facocchio.

In via Castello “i funari”, Rovo Giuseppe; in piazza della Prefettura “i sellari”, finimenti per i cavalli, Di Pasquale; in via S. Antonio Pinto “i mastari” De Santis; in via S. Giusta e S. Flaiano “i sellari”, Liberatore; in via Cascina e in Vico Troiani i falegnami del legno grezzo, Di Cola; in via Fontesecco e via Giorgetto il tornitore, Armando Tanturri.

Ma ancora sulla strada statale 17 bis, sotto le mura il tagliatore tronchi, Paolo Parisse e la segheria del Vetoio;  in via S. Giusta la ferramenta Maurizi, forniva i colori per decorare i carri con i colori storici della città. Il rosso, il minio di piombo, il blu oltremare.

Si utilizzava l’olio di lino come base, e la biacca, una polvere bianca fornita dalla storica ferramenta Fordigigli di piazza Duomo; così come dal collega Pierino in piazza della Prefettura.

 

AP

Tags: artigiani carri Fossi l'aquila storia carrozze
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