L’Associazione Nazionale Medici Veterinari Italiani (ANMVI) ha recentemente reso nota una statistica che fotografa la condizione della professione veterinaria. Il dato, soprattutto dal punto di vista di chi del veterinario può sempre aver bisogno e si aspetta una professionalità al diapason, è un po’ preoccupante. – 40%.
È questo la percentuale che rappresenta lo stato di salute della professione veterinaria. Chiunque abbia un cavallo o un altro pet sa benissimo quale importanza abbia disporre di un serio professionista a cui affidare il proprio animale. Un professionista capace, qualificato e perimetrato nella propria deontologia da un ordine.
Eppure, secondo quanto rilevato dal Ministero della Sanità e dal Ministero della Giustizia, i laureati che ogni anno sostengono l’esame di Stato per ottenere l’abilitazione all’esercizio della professione veterinaria sono sempre meno. Il dato si ferma al 2024, in quanto a partire dal 2025, l’esame di Stato e quello di laurea sono diventati coincidenti e quindi non è più possibile discernere chi entra di fatto nel mercato del lavoro dei veterinari. Tuttavia è abbastanza verosimile pensare che anche nei prossimi anni il trend sarà a segno meno.

Si sottolinea che il dato di ANMVI riguarda la percentuale complessiva dei veterinari tra i quali, quelli che si occupano di cavalli costituisce un segmento esponenzialmente minore. Se 100 veterinari si occupano di cani, il dato -40% lascia comunque più margine del -40% che viene applicato alla platea degli ippiatri che sono già in partenza in numero significativamente minore.
Per chi è, come noi, innamorato degli animali, la domanda sorge spontanea: perché? Perché sempre meno persone scelgono di svolgere una professione tanto affascinante e coinvolgente?
Abbiamo provato a fare questa domanda a uno dei veterinari che per molti anni è stato insieme a un pugno di colleghi (quasi tutti coetanei o giù di lì) uno dei professionisti di riferimento del segmento equestre, il Dott. Roberto Alzati.
Il sogno del posto fisso
Evidenziato con grande ironia nel film con Checco Zalone Quo Vado, il tema del posto fisso, come sottolineato anche dal dottor Alzati ha preso il sopravvento tra i giovani sull’immagine del veterinario libero professionista. Perfino tra gli ippiatri. Poca voglia di mettersi in gioco? A volte. Ma soprattutto uno sguardo molto più pragmatico rispetto al futuro – leggasi il miraggio della pensione – e una minore disponibilità di risorse per iniziare un’attività in proprio.
Tra i costi certi delle apparecchiature oramai indispensabili, delle trasferte continue e le entrate ‘incerete’ a cui è soggetto un imprenditore di se stesso, in molti cercano di posizionarsi in un mercato del lavoro che dia un riscontro economico il più rapidamente possibile. E magari con una tassazione che non gravi per intero sul lavoratore-professionista. Del resto, il potere di spesa della gente di cavalli – eccezion fatta per chi con il cavallo ‘fa’ reddito – è sempre più ridotto. C’è meno denaro da investire nelle cure e perfino negli esami routinari. Restringendo così anche la prospettiva di lavoro dei veterinari. Dei quali spesso ci sarebbe molto bisogno ma che si rischia di non riuscire a pagare in maniera congrua con la loro professionalità e gli investimenti che hanno fatto per formarsi.
Non solo Italia
Lo stesso dato negativo rispetto al numero dei veterinari riguarda anche mercati più vasti come quello americano. Anche negli States da anni si lamenta una penuria di veterinari. Un problema che è vissuto con grande apprensione dai proprietari che non sono ‘appoggiati’ in grandi strutture ma condividono una vicinanza molto prossima con i propri cavalli, spesso custoditi con grande attenzione nel giardino dietro casa.
Se da un lato i ‘rural vet’ possono già avvalersi da tempo di reti abbastanza efficaci di telemedicina che consentono di abbattare almeno una parte dei costi di spostamento (date le distanze è una pratica comune anche in Australia…), si stima che entro il 2030 il mercato statunitense avrà bisogno di 5.300 veterinari equini solo per rimanere in pari. Attualmente il numero dei professionisti che lavora negli States è di circa 4.000 veterinari, con un tasso di sostituzione quasi negativo dato che il 30% degli attuali membri dell’AAEP (American Association of Equine Practitioners) ha 59 anni o più ed è quindi avviato verso il proprio fine carriera.
E tutto ciò accade nonostante secondo i dati contenuti in un report dell’American Horse Council, il mondo del cavallo negli USA viaggi intorno ai 6.7 milioni di cavalli. Il Texas è lo stato con il maggior numero di cavalli (quasi 749mila). Poi c’è la California (477.700) e la Florida (344.900). Il Kentucky, la patria del Purosangue americano, ne annovera ‘solo’ 224.600. Come dire, un mercato vasto che può esercitare un potere d’acquisto per l’indotto decisamente rilevante, veterinari compresi. Eppure… anche lì i professionisti continuano a calare.
La Swedish Warmblood Association, l’associazione allevatoriale nazionale svedese, ha segnalato già un paio d’anni fa che secondo uno studio il bilancio tra popolazione equina e i professionisti che dovranno occuparsi del loro benessere non è in equilibrio e il futuro parla di una carenza di professionisti, così come è successo per medici e infermieri.
In un contesto di One Health e di Social Licence, il benessere del cavallo è fondamentale. Ma il primo gradino del benessere rimane la salute. Senza i veterinari e la loro preparazione potrebbe non essere facile…























