Gli Stati Uniti sono un grande paese. Giovane se vogliamo, ma comunque affascinante. Un solo paese che occupa quasi un intero continente. Con tante contraddizioni e controversie ancora da affinare… Un paese che deve la propria storia in larga misura ai cavalli, che rimangono un tratto identitario. Tanto che nella mente dei legislatori a un certo punto si è deciso di vietarne la macellazione su tutto il territorio nazionale. Il tema è abbastanza diverso da quello che anima il dibattito in Italia. Nei paesi anglosassoni non c’è una vera tradizione per il consumo di carne equina. E i soggetti potenzialmente destinati alla macello non sono prodotti di una filiera alimentare.
Quindi, il passo del divieto di macellazione è stato pressoché ‘atraumatico’. Però…
Però il divieto di macellazione statunitense non ha risolto il problema. Perché non impedisce che i cavalli comunque destinati al macello vengano esportati, a pochi chilometri al di là del confine, in Canada o in Messico, dove un elettorato meno suscettibile non ha dovuto essere blandito.
Di fatto negli States non c’è una vera legge contro la macellazione, bensì dei provvedimenti adottati di volta in volta dal Congresso che proibiscono l’uso di fondi pubblici per pagare gli ispettori sanitari nei macelli equini. Senza ispettori, nessun impianto può operare.

Ma chi sono i cavalli che viaggiano dagli Stati Uniti verso il proprio destino? C’è di tutto. Ma soprattutto ci sono dei cavalli verso i quali, in teoria, sono stati presi impegni molto precisi.
Gli ippici
Negli States operano da anni serissime associazioni che tutelano il dopo-carriera dei cavalli che hanno lavorato in ippodromo. C’è la Equus Foundation, la Thoroughbred Aftercare Alliance, la Thoroughbred Retirement Foundation, la Thoroughbred Charities of America, la United Horse Coalition, l’Animal Welfare Institute… Tante sigle e tanti soldi che dovrebbero scongiurare che gli ex-ippici finiscano nei kill pen, letteralmente recinti della morte, ovvero i ring in cui i cavalli vengono radunati e messi all’asta e dove i mercanti di carne fanno affari d’oro e riempiono i propri trasporti verso i confini.
Le evidenze di questa condizione sono ricorrentissime. Solo pochi mesi fa, un allevatore ha dimostrato e denunciato la presenza di 24 fattrici Purosangue in un kill pen in Texas. Una denuncia che è partita da un insider per un motivo preciso. È opinione comune tra molti addetti ai lavori che ogni cavallo da corsa che finisce in un kill pen l’intero settore perde credibilità. E ciò influisce negativamente su allevatori, trainer, scuderie e naturalmente sui cavalli. Di tanto in tanto ci sono cavalli che hanno avuto anche una carriera di successo nei recinti della morte. Quando qualcuno li nota fanno notizia. Ma è verosimile pensare che molti loro ‘colleghi’ meno famosi seguano il proprio destino senza che nessuno se ne accorga.
I wild
Protetti da leggi del Congresso e da normative che variano da stato a stato, tra i più tristemente assidui nei kill pen ci sono i poi i wild. Radunati dal Bureau of Land Management, i cavalli vengono poi venduti per il loro ricollocamento. Ma secondo quanto emerso da inchieste giornalistiche recenti molto attendibili, del New York Times, ci sarebbero davvero molte falle nel sistema. Acquistati in stock in aste raccapriccianti, i cavalli vengono semplicemente stipati nei trasporti e partono direttamente per oltreconfine. Difficile pensare che chi è responsabile delle vendite non riesca a immaginare quale sia il destino dei cavalli.

Gli altri
Secondo molte associazioni che si occupano di protezione dei cavalli, nei kill pen finiscono anche cavalli qualsiasi. Vecchi, malati, fattrici con i puledri… Cavalli che i proprietari magari non sono più in grado di mantenere e che sperano magari questo passo estremo offra una nuova occasione ai propri animali. Oppure, molto più frequentemente, cavalli di cui non importa a nessuno: ci sono anche quelli…
Kill pen, aste statali e rescue
Insieme ai kill buyer, i recinti della morte vengono frequentati spesso anche dalle associazioni che hanno fatto del rescue la propria missione. Spesso si tratta di privati che, investendo tutte le proprie sostanze in piccole strutture, cercano di salvare quanti più ‘disperati’ possibili. Di solito li acquistano e se li portano a casa dove li curano e, quando possibile, li riaddestrano per far sì che possano davvero diventare i nuovi cavalli di qualcuno. Intervengono spesso sui casi più disperati, su quei cavalli che tra tanti hanno saputo scambiare ‘quello sguardo’. Ma è una lotta impari.
Le aste del BLM hanno caratteristiche un po’ diverse rispetto ai kill pen. Almeno formalmente. Lì è un ente governativo che vende i cavalli che provengono principalmente dai round up. Basta un pugno di dollari per portarseli a casa e anche in questi caso le associazioni spesso prendono la scorciatoia e acquistano i cavalli da salvare. Quelli che possono perché sono davvero moltissimi. Secondo dati ufficiali del 2025, il Bureau of Land Management ha venduto circa 3.700 cavalli. Tra vendite e adozioni il numero sale a poco più di 8mila.
È stimato che nei kill pen passino circa 25-30mila cavalli all’anno e il nuovo business model per i gestori di questa attività ha oramai anche un nome: bailout. I cavalli vengono pubblicizzati in rete e si chiede un ‘riscatto’ in denaro per salvarli. Ovviamente ai rescue vengono riservati prezzi ben superiori a quelli del valore della carne da macello.
Le immagini raccolte nei rescue spiegano più di molte parole. Proponiamo qualche link per comprendere meglio lo spirito di questi centri






















