Dopo l’indagine sul presunto sfruttamento di un lavoratore marocchino in un maneggio del Crotonese, emergono nuovi particolari sulla sua vita, sull’alloggio in un garage e su un infortunio con un cavallo. La testimonianza riportata da LaC News24 racconta soprattutto la paura di perdere tutto.
I cavalli erano 23, poi sono diventati 30. Da accudire, nutrire, governare, con i loro box da pulire e tutto il lavoro quotidiano che chi conosce una scuderia sa bene quanto possa essere impegnativo.
A occuparsene, secondo la ricostruzione della Procura di Crotone, era un lavoratore marocchino, mantenendo l’anonimato adottato dalla collega Alessia Truzzolillo nel suo approfondimento pubblicato il 26 ottobre su LaC News24.
Un uomo arrivato in Italia dopo un lungo percorso migratorio, che cercava soprattutto tre cose: un lavoro, un posto dove dormire e la possibilità di regolarizzare la propria posizione.
Secondo gli elementi raccolti dagli investigatori, tra il 13 dicembre 2024 e il 28 maggio 2025 avrebbe lavorato in un maneggio del crotonese dal martedì alla domenica, mediamente dieci ore al giorno, ricevendo complessivamente per quei mesi di impegno 3.450 euro. Una retribuzione calcolata in circa 2,45 euro all’ora.
La vicenda ha portato all’applicazione degli arresti domiciliari nei confronti del titolare della struttura, indagato per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
Si tratta di una misura cautelare, non di una condanna: le responsabilità penali dovranno essere accertate nelle sedi giudiziarie competenti.
Ma sono soprattutto le parole attribuite al lavoratore, riportate nell’inchiesta giornalistica calabrese, a restituire la dimensione umana di questa storia.
La promessa di uno stipendio e di una vita migliore
Il lavoratore racconta di avere lasciato il Marocco dopo un’infanzia segnata da difficoltà familiari e privazioni. Attraversata la rotta balcanica, aveva cercato in diversi luoghi la possibilità di costruirsi un’esistenza dignitosa.
L’occasione sembrava essere arrivata con un impiego in un maneggio, per una retribuzione promessa di 700 euro mensili e la prospettiva di ricevere aiuto per ottenere un permesso di soggiorno.
Il lavoro, tuttavia, si sarebbe rivelato particolarmente gravoso. Pulizia delle scuderie, cura degli animali, movimentazione dei materiali: attività che richiedono forza fisica, esperienza e attenzione.
«Avevo spesso dolori alla schiena e alle braccia», racconta nella testimonianza riportata da LaC News24, riferendosi soprattutto alle operazioni di carico e scarico.
Secondo la sua versione, anche i pagamenti sarebbero stati irregolari. La prima somma ricevuta, dopo diverse settimane di lavoro, sarebbe stata di 200 euro. In seguito sarebbero arrivati importi più piccoli, spesso soltanto dopo ripetute richieste.
E chiedere quanto gli spettava significava esporsi al rischio di perdere ciò da cui dipendeva la sua sopravvivenza.
Il garage sotto casa
All’inizio il lavoratore avrebbe dormito nell’abitazione principale. Successivamente sarebbe stato trasferito in un garage di circa 25 metri quadrati, adattato ad alloggio.
Le condizioni del locale, descritte dagli investigatori del Nucleo Carabinieri Ispettorato del Lavoro di Crotone e riportate dalla testata calabrese, erano particolarmente precarie.
Muffa alle pareti e al soffitto, infiltrazioni, servizi igienici deteriorati, scarichi inefficienti, un angolo cottura senza lavandino. Per riscaldarsi, una stufa a gas alimentata da bombole che, secondo la ricostruzione pubblicata, il lavoratore doveva acquistare con il proprio denaro.
Un luogo che gli investigatori hanno giudicato inadeguato alla permanenza di persone.
Eppure lui temeva di perderlo. Perché quel garage, nelle condizioni descritte, rappresentava comunque l’unico riparo sul quale riteneva di poter contare.
L’infortunio con un cavallo
Alla fine di marzo 2025 si sarebbe verificato un episodio destinato ad aggravare ulteriormente la situazione.
Secondo il racconto dell’operaio mentre lavorava nei box un cavallo arrivato da poco nella struttura lo avrebbe schiacciato contro un’inferriata, provocandogli un forte dolore alla schiena.
L’uomo avrebbe terminato ugualmente la giornata di lavoro, ma nei giorni successivi le sue condizioni sarebbero peggiorate, rendendogli difficile perfino riposare.
Il primo aprile avrebbe comunicato di non essere in grado di presentarsi al lavoro.
Sarebbe iniziata allora, sempre secondo la testimonianza riportata da LaC News24, una successione di richieste di rientro, difficoltà nel ricevere assistenza sanitaria e timori legati alla possibile perdita dell’alloggio.
L’operaio racconta anche di essersi recato da solo al pronto soccorso di Crotone, senza riuscire a orientarsi tra le procedure necessarie per essere visitato. Una difficoltà aggravata dalla scarsa conoscenza della lingua italiana.
Secondo la ricostruzione dell’accusa, il titolare avrebbe insistito affinché riprendesse le attività nonostante il dolore, prospettandogli anche la perdita del lavoro e dell’alloggio.
Sono circostanze che dovranno essere verificate nel corso del procedimento, ma che nella testimonianza del lavoratore assumono un significato preciso: la paura di non avere più nulla.
L’arrivo dei carabinieri
Il 27 maggio 2025 un consulente dell’Associazione Comunità Progetto Sud ETS, impegnata anche nel contrasto alla tratta e allo sfruttamento, avrebbe segnalato la situazione ai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro di Crotone.
Il giorno successivo i militari hanno effettuato un accesso nella struttura, trovando l’uomo di origine marocchina impegnato nelle attività di scuderia, nonostante il dolore alla schiena.
Secondo quanto riferito da LaC News24, il lavoratore ha consegnato agli investigatori messaggi, immagini e altri elementi a sostegno delle proprie dichiarazioni.
Il giudice per le indagini preliminari, valutando gli elementi raccolti in questa fase, ha ritenuto sussistenti i presupposti per l’applicazione della misura cautelare nei confronti del titolare.
Il provvedimento non equivale tuttavia a un accertamento definitivo dei fatti contestati, né supera il principio della presunzione di innocenza.
Il benessere dei cavalli e quello delle persone
La vicenda che abbiamo raccontato riguarda responsabilità individuali ancora da accertare e non autorizza generalizzazioni sulle condizioni di lavoro nei maneggi italiani.
Pone però una questione che il mondo equestre non può ignorare.
Siamo abituati, giustamente, a parlare del benessere dei cavalli: delle loro esigenze alimentari, delle condizioni di stabulazione, della sicurezza degli ambienti e della qualità delle cure quotidiane.
Ma quelle cure dipendono da persone.
Stallieri, artieri, groom, addetti alle scuderie, lavoratori spesso lontani dai riflettori, il cui contributo è indispensabile al funzionamento di qualsiasi struttura equestre.
La loro sicurezza, la regolarità del rapporto di lavoro, il diritto al riposo e a una retribuzione adeguata non sono questioni secondarie.
Perché una scuderia non può essere considerata un ambiente davvero attento al benessere se quell’attenzione si ferma alla porta del box.
E la storia di questo lavoratore, al di là dell’esito giudiziario che dovrà stabilire le eventuali responsabilità, ci ricorda quanto possa diventare fragile la posizione di chi non ha alternative e teme di perdere, insieme al lavoro, anche un tetto sopra la testa.
Questo articolo riprende le informazioni e le testimonianze pubblicate da Alessia Truzzolillo su LaC News24 il 26 ottobre 2026. Le dichiarazioni riportate sono attribuite al lavoratore nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria e non sono state raccolte direttamente da Cavallo Magazine. Per l’indagato vale la presunzione di innocenza fino a eventuale condanna definitiva.























