La presenza dei cavalli nella rievocazione storica di Monza non è stata un semplice dettaglio scenografico. Per secoli gli equidi hanno reso possibili gli spostamenti di persone e merci, contribuendo allo sviluppo dei trasporti e delle città. Ricordare quel ruolo significa anche interrogarsi su come il rapporto tra esseri umani e cavalli sia cambiato, soprattutto in termini di attenzione al benessere animale.
Un omnbibus del 1880 trainato da una pariglia di cavalli grigi è stato il ‘pezzo forte’ della rievocazione che ieri, domenica 25 ottobre 2026, ha celebrato i 150 anni del collegamento pubblico Milano-Monza.
Un appuntamento al centro di critiche animaliste, che hanno tacciato il tutto come ‘riproduzione di uno sfruttamento’.
Dal punto di vista di chi scrive, al contrario, si è trattato della riproduzione di una piccola parte di quella lunga storia di collaborazione tra l’uomo e il cavallo che è stata indispensabile per portarci – letteralmente – dove siamo oggi.

Senza i cavalli – e gli asini, e i muli e anche i bardotti, solo per limitarci agli equidi – noi non saremmo quello che siamo oggi. E rispetto al nostro ‘ieri’ comune oggi possiamo aggiungere, a questa storia, la possibilità di investire sul loro benessere.
La rievocazione di ieri, come dice la parola, vuole richiama alla mente tempi e situazioni che oggi non esistono più.
Grazie al progresso che per molti secoli è stato possibile solo grazie alla vita e al lavoro comune tra uomini e animali oggi nella nostre società le condizioni di vita e di lavoro sono profondamente cambiate.
Nella vita reale di un secolo e mezzo fa pensare allo ‘sfruttamento animale’ sarebbe stato ridicolo. Erano sfruttate allo stesso modo, e spesse volte peggio, anche le persone di ogni età.
Centocinquant’anni fa davvero c’era chi non poteva permettersi di chiamare il medico per un figlio malato, ma si indebitava per il veterinario perché una vacca o un bue o un cavallo erano indispensabili per sfamare tutta la famiglia.
Oggi. grazie anche alla fatica fatta insieme agli animali che ci hanno accompagnati, i tempi sono ben diversi. I bambini non vanno pià a lavorare in fabbrica, i cavalli che vengono attaccati – o sellati – possono contare su una possibilità di attenzione al loro benessere che fa onore al nostro essere umani.
Perché il rispetto si dimostra con i fatti, non con le parole o la retorica: e il benessere animale no si misura con l’assenza di lavoro, ma con le condizioni in cui un lavoro è svolto.
Ma per esserne consapevoli bisognerebbe essere coscienti dell’impatto che 5.000 anni di selezione umana hanno avuto sull’evoluzione delle razze equine: da 50 secoli privilegiamo la nascita di soggetti che mostrino una spiccata volontà di collaborare con l’uomo.
E i cavalli di oggi, se adeguatamente preparati e rispettati nelle loro esigenze, possono partecipare volentieri alle attività condivise con l’uomo. Qualcosa di così magico e meraviglioso che solo chi li pratica può sapere, conoscere e apprezzare.
Per questo a Monza, ieri, sarebbe stata una rivisitazione storica, sbagliata, deforme e ingenerosa se fossero mancati i cavalli: perché è stato giusto celebrare con quei due bei grigi anche tutti gli altri che ci hanno accompagnati nella nostra crescita – anche in omnibus, ovviamente.
























