Dalla Federazione Equestre statunitense ci arriva la notizia di un importantissimo studio. Il Dott. Guerreiro e la Dott.ssa Erin Williams, Ph.D., Research Assistant Professor e co-direttrice dell’Acquired Neurosensory Disorder Research and Treatment Laboratory (ANDRTL) presso l’Università di Miami (UMiami), stanno conducendo delle nuove ricerche sui traumi alla testa negli sport equestri.
Partendo da punto di vista di due persone di cavalli, i ricercatori stanno cercando di approfondire la natura dei traumi alla testa con valutazioni che oltre a essere legate all’aspetto clinico più stretto, tengono conto anche delle risposte neurologiche di chi partica una disciplina equestre piuttosto che un’altra.
Un percorso fin ora del tutto inesplorato…
Secondo una casistica ben perimetrata, i ricercatori statunitensi hanno rilevato che spesso il trauma viene diagnosticato sulla base di risposte oggettive. Che potrebbero non essere così indicative quando parametrate con l’approccio neurologico di una persona che monta a cavallo. Da qui la necessità di un approfondimento che ampli i confini della questione.
L’idea nata sul campo
Lo spunto per raccogliere dati specifici sull’equitazione è arrivato quando Will Martin, un cavaliere canadese di salto ostacoli, si è rivolto al Dott. Guerreiro in seguito a due gravi commozioni cerebrali. Martin aveva ricevuto il via libera per tornare a montare dopo una caduta. Ma poco tempo dopo era stato coinvolto in un altro incidente: l’ostacolo che aveva di fronte gli era sembrato in movimento. La seconda caduta aveva aggravato la commozione cerebrale già subita, rendendogli impossibile continuare a montare.
Il Dott. Guerreiro e la Dott.ssa Erin Williams hanno esaminato Martin utilizzando una tecnologia chiamata PNRT che si avvale di una piattaforma multi-assiale che consente movimenti delicati in diverse direzioni: su e giù, lateralmente e avanti e indietro. Durante il trattamento, i pazienti vengono inoltre esposti a diverse lunghezze d’onda della luce (analogamente alla terapia a luce rossa) e a stimolazioni uditive.
Un approccio diverso
In pratica, cosa succede? Il cervello viene sollecitato ad agire nella sua parte ‘automatica’ subcorticale, ovvero quella responsabile dei processi abituali a cui normalmente non pensiamo.
Le risposte che si ottengono non sono assolutamente mediate e quindi totalmente veritiere.
Nell’approccio normale invece il cervello viene sollecitato sulle funzioni esecutive: viene chiesto di svolgere un compito e il paziente lo esegue. Tuttavia, in presenza di una commozione cerebrale, ciò risulta difficile, poiché il cervello fatica a funzionare normalmente e proprio su ciò si traccia una diagnosi.
Il dubbio che insinuano Guerreiro e William sta però proprio nel fatto che il cervello, quando gli viene chiesto di agire attraverso le funzioni esecutive, potrebbe ‘mentire’ e inficiare la valutazione dei medici. Esattamente come era accaduto nel caso del jumper canadese.
Da qui la necessità di definire valori di riferimento per i praticanti di equitazione. Tale lavoro riveste particolare importanza poiché il 42,5% dei soggetti che subiscono commozioni cerebrali legate all’attività sportiva pratica l’equitazione e oltre l’80% dei cavalieri subisce almeno un trauma cranico nel corso della propria vita.
Diversi fattori, quali l’età, il sesso biologico e condizioni preesistenti, possono influire sui sintomi, sulla gravità e sul recupero in caso di commozione cerebrale. Anche le attività svolte e le competenze della persona possono incidere sulla diagnosi stessa dell’evento. Gli strumenti diagnostici fisici valutano i movimenti oculari, l’equilibrio, la funzione visiva e la consapevolezza spaziale, confrontando i risultati del singolo individuo con un valore di riferimento (o, ove disponibile, con il punteggio basale del soggetto stesso).
Sebbene esistano valori basali per i non praticanti di equitazione e per gli atleti di altre discipline, i valori di riferimento per i cavalieri potrebbero differire notevolmente da quelli degli altri gruppi.
Cavalieri e amazzoni? Mica gente qualsiasi!
«Osservando l’esecuzione di alcuni esami optometrici — incentrati sostanzialmente sulla percezione della profondità e sulla coordinazione oculare a diverse distanze — notiamo che la capacità dei cavalieri di compiere tali movimenti oculari è davvero notevole», ha affermato il Dott. Minesinger della UMiami. «Sono in grado di eseguire movimenti oculari estremamente complessi, che solitamente non si riscontrano in persone della stessa fascia d’età. Ecco perché è fondamentale stabilire dei valori di riferimento per i cavalieri che non hanno subito traumi cranici: i loro parametri fisiologici, infatti, differiscono probabilmente da quelli di altri atleti».
Si sta inoltre cercando di raccogliere dati trasversali alle diverse discipline, poiché i valori di riferimento di un cavaliere di dressage potrebbero differire da quelli di un saltatore.
Dicipline e talenti diversi
«Chi pratica solo dressage non necessita della stessa capacità di valutare le distanze rispetto a sé di chi affronta percorsi di cross-country ad alto livello, superando ostacoli imponenti al galoppo su terreni irregolari», ha affermato Erin Williams. «I cavalieri di concorso completo richiedono sistemi oculomotori più efficienti rispetto a chi pratica altre discipline».
Poiché i cavalieri mostrano valori di riferimento superiori alla media della popolazione generale, una commozione cerebrale potrebbe non essere diagnosticata. Pur registrando prestazioni inferiori rispetto al proprio standard abituale, il risultato potrebbe comunque risultare superiore a quello di una persona comune. Potrebbero quindi ricevere il via libera per tornare in gara – come accaduto a Martin – pur continuando ad avvertire sintomi o correndo il rischio di ulteriori infortuni.
«Il medico potrebbe dire: “Il tuo punteggio è nella norma, quindi non hai subito un trauma cranico”, ma non è necessariamente vero, perché tutto va rapportato alle condizioni precedenti l’infortunio», ha spiegato la dottoressa Williams. «Il nostro obiettivo è approfondire la conoscenza della materia, non solo ai fini diagnostici, ma anche per monitorare l’efficacia di eventuali terapie future. A nostro avviso, disporre di maggiori informazioni è sempre un vantaggio».
La ricerca va avanti
Su queste interessanti basi iniziali, lo staff di Miami con il supporto di Usef continuerà a raccogliere dati. Al momento sono a disposizione quelli di 30 casi ma i ricercatori contano che nel lungo inverno equestre di Wellington troveranno altri casi su cui lavorare per stabilire un sistema sempre più mirato per diagnosticare i traumi cranici con grande precisione nei praticanti degli sport equestri. E magari un giorno, a ogni medico basterà una app per centrare la diagnosi… Intanto che scenziati e ricercatori lavorano per noi, ricordiamoci di indossare sempre il cap: aiuta sempre a evitare il peggio.
Fonte: Usef





















