Ci sono storie che spiegano le cose più complicate o delicate con una immediatezza che nessuna altra modalità può raggiungere: come quella di Erika e Camillo, un cavallo Quarab di 11 anni.
Camillo fa parte dello ‘staff’ di Milena Starita, ed è uno dei mediatori della sua opera di pet counseling: e una delle persone con cui ha interagito ultimamente è Erika.
Che da ragazza ebbe esperienze traumatiche con i cavalli, venendo disarcionata più volte. Erika pensa oggi che quelle difficoltà sono state dovute a un approccio basato sulla forza e la dominazione, anziché sulla comprensione e il rispetto.
A 33 anni, un incidente l’ha resa disabile, costringendola a usare una sedia a rotelle e facendola quindi… diventare ‘alta’ 130 cm, come dice Erika con molta autoironia.
L’incidente ha comportato la perdita di alcune sensazioni (come temperatura, dolore, motricità fine nelle mani) ma ha acuito decisamente altre, in particolare una profonda sensibilità tattile ed energetica.
CI siamo fatte raccontare da lei il primo incontro con Camillo e il suo nuovo inizio con i cavalli.
Possiamo partire da Camillo? Mi hanno detto che le è piaciuto moltissimo.
“Sì, moltissimo. Camillo è stata una scoperta. Anzi, a dire il vero, è stata una scoperta tutta l’esperienza”.
Le avevano spiegato prima che cosa avrebbe fatto?
“Non tanto. Mi era stato detto in modo piuttosto generico che sarebbe stato interessante raccontare le mie impressioni e capire dalla mia voce com’era andata. E io mi sono fidata”.
Che rapporto aveva avuto fino a quel momento con i cavalli?
“Disastroso. Ho provato a salire a cavallo dai 14 ai 25 anni circa, ma le mie esperienze sono state pessime. La prima volta mi hanno messo su uno stallone nero che mi ha lanciata per aria. Poi ci ho riprovato altre volte, ma finivo sempre sul cavallo sbagliato. Probabilmente avevo una gran paura, e i cavalli la sentivano tutta”.
Ma la facevano avvicinare ai cavalli prima, oppure le davano direttamente il cavallo da montare?
“Direttamente. Facevano queste passeggiate nei boschi: ti davano un cavallo e tu ci salivi sopra, fine. Nessun avvicinamento vero”.
Che ormai è accertato statisticamente sia il modo migliore per avere la possibilità di creare un trauma e allontanare le persone dai cavalli.
“Sì, col senno di poi assolutamente sì. Quando anni dopo mi è stata proposta questa esperienza dalla mia assistente sociale, avevo molta paura. Adesso io sono in carrozzina da sedici anni, quindi per me è tutto diverso”.
Le va di raccontare la sua condizione attuale?
“Certo. Sono finita in carrozzina a 33 anni, in seguito a un incidente in moto. Prima ero una donna molto attiva, alta un metro e settantacinque, piena di energie. Oggi vivo sulle ruote, come dico sempre io, e questo cambia completamente il modo di stare al mondo e di entrare in relazione con tutto”.
E com’è arrivata a incontrare Milena e i cavalli?
“Me l’ha proposta la mia assistente sociale. Io avevo già visto qualcosa online e la cosa mi incuriosiva, ma pensavo fosse la solita pet therapy. Invece no, è stato molto di più”.
Qual era la sua paura più grande prima di arrivare lì?
“La carrozzina. Ho una carrozzina 4×4, grossa, rumorosa, abbastanza impressionante. Da una parte mi permette di arrivare ovunque, dall’altra temevo che potesse disturbare i cavalli”.

E invece che cosa è successo?
“Siamo entrati nel campo e io ho voluto avvicinarmi subito a Wally. Lui mi ha guardata, io ho fatto qualche passo in avanti con la carrozzina, e lì Milena è stata bravissima: piano piano mi ha spiegato come guardarlo, come leggere gli occhi, le orecchie, il collo. Per me il cavallo era sempre stato “quello da montare”. Mi avevano insegnato che bisognava comandare, imporsi, tirare. Invece lì si è aperto un mondo diverso”.
E poi è arrivato Camillo.
“Sì. Camillo è un essere tranquillissimo. Si è avvicinato, l’ho accarezzato, e Milena mi ha detto di appoggiare la faccia sul suo muso. Io non avevo mai sentito niente del genere: morbido, caldo, vellutato, con un profumo buonissimo di fieno. È stato un impatto fortissimo. In quel momento si è aperto davvero un mondo”.
Qual è stata la cosa più forte che ha sentito?
“Che sono lì, e da nessun’altra parte. Se hai troppo casino in testa, il cavallo lo capisce subito. A un certo punto Milena mi ha chiesto di far arretrare Camillo usando solo intenzione e presenza: lui ha fatto un passo, poi un secondo. Io ero felicissima. Ma quando ho provato a farlo venire verso di me, non succedeva niente”.
Perché?
“Perché ero così felice che era come se avessi un condominio in testa che faceva la ‘ola’. Ero troppo felice, troppo piena di pensieri. Non stavo comunicando in modo chiaro. Allora mi sono calmata, mi sono centrata, ho fatto silenzio dentro di me. E solo allora lui ha risposto. Questa cosa mi ha emozionata tantissimo”.
Che cosa le ha insegnato?
“Che bisogna tirare fuori la propria forza, ma con delicatezza. Se è troppo invadente, il cavallo si allontana. Se invece è presente, calma, pulita nella sua intenzione, lui risponde. È una lezione enorme”.
Lei ha detto una cosa molto precisa: che questa esperienza dovrebbero farla tutti quelli che lavorano con le persone.
“Sì, lo penso davvero. Io ho una sensibilità particolare: non sento la temperatura, non sento il dolore in modo normale, ma sento moltissimo l’energia con cui le persone mi toccano o entrano in una stanza. E siccome io ho bisogno di essere aiutata anche nelle funzioni più intime, questa cosa per me è chiarissima. Se una persona è nervosa, arrabbiata, distratta, io lo sento subito”.
Quindi è vero che il cavallo insegna qualcosa anche sul rapporto umano.
“Assolutamente sì. Il cavallo ti sbatte in faccia una verità semplice: se sei troppo invadente, lui si ritrae; se sei confusa, lui non ti segue; se invece sei presente, lui risponde. Per questo dico che un’esperienza così dovrebbero farla medici, infermieri, operatori socio-sanitari, tutti quelli che si occupano delle persone. Non ci si rende conto di quanta energia si trasmetta agli altri”.
C’è anche un altro tema molto importante che emerge dalle sue parole: la mancanza di privacy dei malati e dei disabili.
“Sì, è una delle cose più dure. Quando si vive in una condizione come la mia, non si ha più privacy. Le persone entrano nella tua stanza, escono, toccano, fanno, spesso senza rendersi conto di quanto invadano. E non sempre per cattiveria: a volte per abitudine, a volte per falsa confidenza. Ma il risultato non cambia”
E con Camillo invece?
“Con Camillo no. Con lui non mi sono sentita invasa in nessun modo. Nemmeno da Milena. Dentro quel campo non c’erano “la disabile” e “il cavallo”: c’erano due esseri, uno inesperto e uno paziente. E lui aspettava me, il mio tempo, il mio spazio. Questa per me è stata una cosa enorme”.
Si può dire che il cavallo le abbia restituito una relazione pulita?
“Sì, direi di sì. Una relazione pulita, essenziale, vera. E infatti non vedo l’ora di tornare”.
La fine della seduta come è stata?
“Bellissima. Mi hanno fatto salutare Camillo e poi è arrivato anche Wally, geloso, a infilare il muso in mezzo. E poi c’è stata Blu, una cavallina piccola e delicatissima. Io ho le mani chiuse, quindi Milena mi aveva dato un biscotto nella mano un po’ più aperta. Blu, per un attimo, ha preso il mio pollice per il biscotto, ma senza farmi male: ha capito subito, ha cercato con attenzione, con delicatezza. Anche lì ho avuto la conferma che loro sentono quando una persona ha bisogno di più attenzione”.
Sembra che questo sia il punto centrale della sua esperienza: il cavallo come maestro di misura, di sensibilità, di rispetto.
“Sì, assolutamente. Per me è stato un incontro vero. E adesso c’è Camillo. Adesso bisogna tornare”.
























