Cresciuto fra i Maremmani della transumanza, Leonardo Dori ha scelto il Purosangue Arabo per l’allevamento e i grandi viaggi a cavallo. Dalla selezione delle linee polacche alla Transappenninica, racconta la sua esperienza e il rapporto speciale che lega cavallo e cavaliere.
C’è un filo che unisce i cavalli Maremmani della transumanza, i Purosangue Arabi delle grandi scuderie polacche e una lunga fila di cavalieri che attraversa le creste dell’Appennino. È la storia di Leonardo Dori, allevatore di Purosangue Arabi e uomo di cavalli cresciuto in una famiglia nella quale la transumanza non era una rievocazione storica, ma un lavoro.
I suoi nonni e bisnonni accompagnavano vacche e cavalli da Badia Tedalda, sull’Appennino tosco-romagnolo, fino a Orbetello, in Maremma. Lui ha cominciato con i Maremmani, poi ha incontrato il Purosangue Arabo e non è più tornato indietro.
Nel 1989 ha acquistato la sua prima fattrice araba. Per pagarla aveva venduto sette fattrici maremmane, uno stallone e i relativi puledri: una decisione che, racconta divertito, per poco non fece venire un colpo a suo padre.
Da allora ha allevato, addestrato, importato e venduto centinaia di cavalli, cercando soprattutto soggetti capaci di affrontare lunghi viaggi in sella. E nel 1994, insieme all’amico Omero Romualdi, ha dato vita alla Transappenninica, appuntamento che ancora oggi riunisce ogni anno oltre un centinaio di cavalli.
Per Dori il Purosangue Arabo non è soltanto un cavallo bello, resistente e generoso. È un compagno di viaggio che chiede qualcosa di particolare al proprio cavaliere: una mano decisa ma dolce, rispetto, determinazione e soprattutto un rapporto autentico.
Ne abbiamo parlato con lui, ripercorrendo la sua storia e quella di un modo di andare a cavallo che conserva molto della saggezza dei vecchi uomini di Maremma.

Dalla transumanza all’allevamento del Purosangue Arabo
Partiamo dalla sua storia. Lei ha cominciato subito con i Purosangue Arabi oppure ci è arrivato in un secondo momento?
«Vengo da generazioni di allevatori dell’Appennino. Già i miei nonni e bisnonni facevano la transumanza: portavano vacche e cavalli da Badia Tedalda, in provincia di Arezzo, sull’Appennino tosco-romagnolo, fino a Orbetello, in Maremma».
E lei che cosa ricorda di questa tradizione familiare?
«Io sono nato in mezzo ai cavalli, fin da bambino sono sempre stato a cavallo. In famiglia avevano cavalli Maremmani, naturalmente, perché erano quelli che servivano per quel lavoro. Io stesso ho continuato ad allevare Maremmani, anche selezionati, fino agli anni Ottanta.
Però ho sempre avuto una grande passione per il Purosangue Arabo. All’epoca erano cavalli difficili da trovare e costavano cifre incredibili. Nel 1989 ho acquistato la mia prima fattrice araba, che proveniva dalla Polonia, e nel 1990 sono andato personalmente in Polonia a cercare cavalli».
Erano gli anni di Doping, il famoso stallone arabo che era in Italia…
«Esatto, Doping, della Titti Becheroni! La mia prima cavalla l’ho acquistata proprio da Titti e Loris Becheroni. C’era Doping, c’era un figlio di Partner di cui adesso non ricordo il nome. Erano quegli anni lì.
Ma io, indipendentemente dalla razza dei cavalli, avevo sempre viaggiato a cavallo. Con uno stallone Maremmano ero già andato, per esempio, da Badia Tedalda fino ad Ariano Irpino, tanto per darle un’idea. Poi ho cominciato a organizzare viaggi con piccoli gruppi.
Nel 1989 mi sono iscritto all’ANICA: avevo una tessera con un numero bassissimo, una delle prime. Oggi siamo arrivati a oltre cinquemila iscrizioni.
Ho continuato a coltivare la passione per il trekking e i lunghi viaggi anche dopo essere passato agli Arabi.
Nel 1994, insieme al mio amico Omero Romualdi, abbiamo deciso di fondare la Transappenninica, che poi è diventata uno dei viaggi più ambiti e frequentati. Sono passati 32 anni e continuiamo a organizzarla ogni anno, sempre in una località diversa dell’Appennino italiano.
L’ultima edizione si è svolta quest’anno, a Norcia. Partecipano regolarmente 120-130 cavalli, a volte siamo arrivati anche a 150.
Nei primi anni ero uno dei pochissimi a partecipare con un Purosangue Arabo. Eppure, pur avendo cambiato razza, ho sempre mantenuto un certo modo di intendere i cavalli, la loro gestione e il lavoro. Mentalmente ero ancora molto legato alle tradizioni della Maremma.
Nell’Arabo ho trovato un motore incredibile, un’intelligenza superiore. È tutta un’altra musica. Però bisogna trattarli da Purosangue Arabo, con le maniere giuste e con una passione vera».

Che cosa l’ha convinta a smontare dai Maremmani e a mettere la sella agli Arabi?
«La passione che ho sempre avuto per questa razza. Non saprei nemmeno spiegarle perché, ma mi sono sempre piaciuti. Mi dicevo: se un giorno potrò permettermelo…
Le racconto un aneddoto. Ho venduto sette fattrici maremmane dell’Alberese e della Trappola, uno stallone e i puledri. Con tutti quei soldi mi sono comprato un’Araba e mezza!
Mio padre era ancora vivo e quando ha saputo che avevo venduto tutte le mie cavalle per comprare quei cavalli, per poco non gli è venuto un colpo!
Poi, però, ha visto quello che sono riuscito a fare.
Sono arrivato ad avere in allevamento 50-60 Purosangue Arabi iscritti. Oggi ne ho 25 e continuo con l’allevamento, l’addestramento e la vendita di cavalli destinati al trekking e ai viaggi».
Quindi non si occupa direttamente né di endurance né di morfologia o show?
«No, morfologia non ne faccio. Ho venduto qualche cavallo destinato all’endurance, anche a livelli importanti. Quest’anno, per esempio, c’era una cavalla selezionata per il Campionato del Mondo in Portogallo [passaggio da verificare].
Ma noi non pratichiamo direttamente altre discipline. Ci dedichiamo ai viaggi a cavallo e al trekking, sia organizzato sia in solitaria».
Come scegliere un Purosangue Arabo per il trekking: carattere, struttura e genealogia
Come seleziona i suoi Purosangue Arabi perché diventino i compagni ideali per il trekking?
«Le dico quello che penso io, naturalmente. Mi appoggio spesso alle linee polacche e russe, perché sono cavalli ai quali non c’è bisogno di appendere un cartello con scritto “Sono un Purosangue Arabo”: si vede benissimo!
Ma, nello stesso tempo, sono cavalli che hanno alle spalle una selezione nella quale si è tenuto conto anche dell’equilibrio mentale.
Io non cerco di insanguare eccessivamente, perché poi si rischia di creare degli scompensi anche dal punto di vista psicologico. Non cerco a tutti i costi la prestazione: altrimenti mi rivolgerei ad altre linee, come quelle francesi, oppure preferirei un bell’Anglo-Arabo.
Cerco un equilibrio nel pedigree, nella struttura e nei fondamentali.
Quando guardo un cavallo bello, non esclamo subito: “Oddio, che bel mantello!”. Dico: “Oddio, che bei garretti! Che belli gli stinchi! Che bel collo, che bella groppa, che bella spalla!”. E poi, magari, osservo anche il mantello».

Quello viene proprio per ultimo! Mentre parlava mi è venuto in mente uno stallone arabo polacco che ho conosciuto tanti anni fa. Si chiamava Amur ed era meraviglioso.
«I cavalli polacchi hanno qualcosa in più. Io dalla Polonia penso di aver importato 500-600 cavalli di qualità. Ho frequentato continuamente le aste e ho ancora molte amicizie là, anche se ultimamente non ci vado da un po’.
L’ultimo stallone che avevo acquistato alle aste in Polonia, purtroppo, è morto questa primavera, prima dell’inizio della stagione di monta, per un infarto.
Era un cavallo che rispecchiava perfettamente il modello che ho in testa».
E come stanno oggi gli allevamenti di Purosangue Arabo in Polonia?
«Le confesso che sto cercando proprio in Polonia un puledro appartenente alle vecchie linee polacche. Ma sono diventate veramente rare.
Purtroppo, per questioni economiche, gli allevatori polacchi si sono un po’ orientati verso il mercato dei Paesi arabi. Gli show la fanno da padrone e spesso gli accoppiamenti vengono fatti utilizzando stalloni selezionati esclusivamente per gli show.
L’Arabo polacco che piaceva a me era quello che conservava il giusto equilibrio fra le diverse famiglie tradizionali: i Kuhaylan, che danno forza e sostanza, e i Saklawi, che conferiscono tipicità.
La selezione polacca aveva saputo mantenere questo equilibrio per generazioni. Adesso, secondo me, è stato un po’ trascurato».

Le famose famiglie degli Arabi sono ancora riconoscibili oppure gli incroci successivi hanno finito per confonderne le caratteristiche?
«La seconda che ha detto!
Se le facessi vedere alcuni dei miei cavalli, lei riconoscerebbe immediatamente quelli di origine polacca. Ma altri no, e devo essere sincero: questo succede anche fra i miei».
La sua storia mi ricorda una convinzione che molti di noi hanno: il cavallo arabo, fin dalle origini, è il cavallo per eccellenza. Il cavallo al cubo, verrebbe da dire…
«Il cavallo vero! Il cavallo ideale».
Quando finalmente ha conosciuto davvero il Purosangue Arabo, ha trovato delle discrepanze rispetto a quello che aveva immaginato oppure ha ritrovato tutto ciò che aveva sempre sognato?
«Per me è stato un percorso di crescita continua.
All’inizio, devo ammetterlo, ero un po’ perplesso. Ero abituato da una vita a montare Maremmani. Inoltre, da giovane correvo anche i palii di provincia con i Purosangue Inglesi, montando a pelo.
Quando mi sono ritrovato sotto la sella la mia prima fattrice araba, mi sembrava quasi di essere a piedi!
Poi, con il tempo, ho visto una crescita complessiva: nella forza, nelle dimensioni, nelle proporzioni. Per me è stato sempre un miglioramento.
Le faccio un esempio. Alla Transappenninica di quest’anno, che ormai è diventata un appuntamento molto ambito, abbiamo avuto 30-40 Purosangue Arabi su circa 130 cavalli.
E pensi che ogni anno abbiamo una lista d’attesa di venti o trenta persone che vorrebbero partecipare e non trovano posto».

La Transappenninica: oltre cento cavalli in viaggio lungo gli Appennini
Come fate a selezionare chi chiede di partecipare a un viaggio così impegnativo?
«Prima di tutto abbiamo un regolamento molto rigido e lo facciamo rispettare.
Dottori, avvocati, notai, ministri: non importa chi siano. Tutti devono rispettare il regolamento, altrimenti vanno a casa. Punto.
La seconda regola è che accettiamo soltanto persone presentate da qualcuno che già partecipa».
Il vecchio sistema dei club inglesi!
«Esattamente. Se lei viene con noi e l’anno prossimo mi dice: “Leonardo, vorrei portare un’amica”, benissimo.
Però lei sa che, se la sua amica si comporta male, io non vado nemmeno a cercare lei. Telefono direttamente a lei e le dico: “Ma chi cavolo mi hai portato?”.
Questo sistema ci ha permesso di affrontare quest’anno i Sibillini con 130 cavalli. Quando percorrevamo le creste e mi voltavo indietro, vedevo una fila lunga un chilometro e mezzo.
Uno spettacolo bellissimo.
Naturalmente prendiamo tutte le precauzioni possibili: abbiamo medici, veterinari e maniscalchi al seguito, anche loro a cavallo.
Però, alla fine, siamo sostanzialmente in due a gestire tutto. Un po’ sappiamo come fare, un po’ forse abbiamo anche fortuna, non lo so. Ma finora le cose hanno funzionato.
La gente è entusiasta e tutti hanno paura di perdere il posto per l’edizione successiva.
Noi organizziamo una sola Transappenninica all’anno, di queste dimensioni. A cavallo siamo molto severi, ma la sera si ride, si scherza, si canta, si balla, si mangia insieme. È un meccanismo affascinante».
Lo immagino, anche perché per lavoro seguo spesso una realtà che, pur con caratteristiche diverse, ha alcuni aspetti in comune: Natura a Cavallo.
«Li conosco. Conoscevo molto bene Italo [cognome da verificare], che era con loro all’inizio.
Noi facciamo cose un po’ diverse. Loro si incontrano durante tutto l’anno, mentre il nostro è un appuntamento particolare, anche piuttosto impegnativo».

Trekking a cavallo: il passo, la preparazione e la lezione della transumanza
Certo, sono modi diversi di interpretare il viaggio a cavallo. Vorrei però tornare a una cosa che ha detto prima. Quanto hanno contato, nella sua esperienza con gli Arabi e nell’organizzazione della Transappenninica, le conoscenze e le tradizioni della sua famiglia? Che cosa ha portato con sé di quella cultura equestre?
«La prima cosa che mi viene in mente è il passo.
Noi facciamo trekking essenzialmente in montagna e io ho sempre avuto nelle orecchie quello che dicevano mio padre e mio nonno: “Trotto e galoppo li fanno tutti. Devi avere il cavallo che ha il passo”.
E per passo non intendo un cavallo che se ne va lentamente, trascinando i piedi. Intendo un passo ritmato, veloce, efficace.
I nostri Arabi, da questo punto di vista, sono quasi irraggiungibili. Perfino i Maremmani, che hanno un gran passo, fanno fatica a tenere il loro ritmo.
E poi sono importanti i recuperi.
Ma soprattutto abbiamo ereditato un concetto del cavallo basato sull’amore e sulla tutela.
Mio nonno diceva sempre che, quando si arrivava alla fine della giornata, prima bisognava mettere a posto il cavallo. Soltanto dopo potevi andare a mangiare, lavarti e pensare a te stesso».
Me lo diceva anche mio nonno!
«Vede? Alcune cose sono giuste per tutti.
Noi abbiamo cercato di trasmettere questa cultura anche alle persone che vengono a viaggiare con noi.
Prima di partire, il veterinario controlla tutti i cavalli. Non devono esserci cavalli non adeguatamente preparati e condizionati. Non ci devono essere, punto.
Quest’anno, per esempio, il veterinario ha avuto il sospetto che un cavallo fosse zoppo. Il proprietario avrebbe voluto proseguire ugualmente, ma gli abbiamo detto di no. Il veterinario aveva deciso che quel cavallo doveva fermarsi e si è fermato.
Questa rigidità, questa determinazione, ce l’hanno insegnata le nostre famiglie.
Sia io sia Omero veniamo dalla stessa scuola di pensiero. Siamo nati e cresciuti a quindici chilometri di distanza, entrambi in aziende agricole, e condividiamo lo stesso modo di intendere i cavalli».

La scuola è stata quella.
«Esattamente. E anche nell’allevamento dei Purosangue Arabi cerchiamo di seguire gli stessi criteri, anche se naturalmente non necessariamente gli stessi metodi.
I nostri cavalli imparano fin da puledri a stare legati, a dare le gambe, a rispettare le regole.
“Ma il mio cavallo si agita…”. Non esiste! Il cavallo deve imparare a fare il cavallo.
Io lo adoro, ma quando si lavora deve essere disciplinato. È un militare!
Poi, quando ha i suoi spazi, sta al pascolo e si gode la vita.
Il mio cavallo, per esempio, dopo la Transappenninica è stato messo in un prato con l’erba fino alle ginocchia. Ha diritto al suo riposo.
Si è già ripreso benissimo, ma è giusto che si goda questo periodo. È un premio che fa bene a lui e fa bene anche a me, perché so che sta bene e se la spassa.
Però, quando arriva il momento di lavorare, non devono esserci problemi. Il cavallo viene sotto, io monto e partiamo. Se dobbiamo fare cinque ore, facciamo cinque ore. Se ne dobbiamo fare sette, ne facciamo sette».
Quel “venire sotto” è proprio una cosa da Maremmani!
«Sì, e poi io non sono più un ragazzino, quindi è anche molto utile!».
Lo capisco benissimo. Io ho due Bardigiane, anche perché sono comode e non troppo alte. Ho insegnato anche a loro a venire sotto per montare.
«Io ho dieci anni più di lei, quindi per me ormai è quasi una necessità!».
La comodità di un cavallo ben educato è impagabile.
«Assolutamente. Però le dico anche un’altra cosa.
Io vendo cavalli da sempre, è il mio mestiere, è il modo in cui mantengo l’allevamento. E qualche volta mi piange il cuore quando devo venderne uno.
Altre volte, invece, sono contento che vada via, perché so che troverà una buona sistemazione.
Noi cerchiamo di insegnare ai cavalli tutto quello che possiamo, soprattutto i fondamentali. Non parlo di esercizi di alta scuola, ma delle cose che servono nella vita quotidiana.
Io ho un mio concetto del cavallo. Non amo molto il circo, gli spettacoli nei quali i cavalli sono costretti a fare certe cose. Non mi piacciono.
Amo i cavalli felici, quelli che viaggiano a testa alta e che, quando la mattina entri in scuderia, ti chiamano perché non vedono l’ora di uscire.
Vuol dire che si divertono.
Poi, se durante un viaggio c’è una discesa particolarmente brutta, io scendo da cavallo. E se un giorno, per qualsiasi ragione, il mio cavallo non ce la facesse, me la farei a piedi.
Per me il cavallo deve essere contento di quello che fa.
È una filosofia tipica di chi ama il trekking e il viaggio, ma si adatta particolarmente bene all’Arabo.
Perché l’Arabo non dice mai di no. È generoso da morire».
Le racconto una cosa, anche se forse non dovrei. Ho due Bardigiane che monto generalmente a giorni alterni. Ebbene, la mattina trovo sempre davanti alla porta della scuderia proprio quella che tocca montare quel giorno. Mi sembra quasi che mi stia aspettando.
«Questo significa che ha voglia di uscire con lei!».
Ed è la cosa più importante.
«La più importante del mondo, ma scherza?
Poi, naturalmente, quando c’è da lavorare, si lavora. Un’ora in più o un’ora in meno, se serve. Esattamente come facciamo noi».
Il carattere del Purosangue Arabo e il rapporto con il cavaliere
Prima ha detto una cosa che mi aveva incuriosito molto: che bisogna trattare gli Arabi “da Arabi”. Che cosa intende esattamente?
«Le dico quello che penso io, senza voler fare il sapientone di turno.
Se lei guarda un cavallo di un’altra razza, per esempio un Maremmano o un Peruviano, può trovare soggetti più riservati, un po’ schivi, che fanno volentieri il loro lavoro ma che, se possono starsene tranquilli per conto loro, magari sono anche più contenti.
Il Purosangue Arabo, invece, ha bisogno del rapporto.
È il cavallo che le viene incontro, che cerca il contatto, che ha bisogno anche di due coccole.
Poi, quando arriva il momento di lavorare, i ruoli devono essere ben distinti: lui fa il cavallo e io faccio il cavaliere.
Ma il rapporto è diverso.
Anche nell’addestramento bisogna tenerne conto. Ci sono Arabi che, per come sono fatti, sembrano quasi nascere già domati.
Io venivo da esperienze con cavalli che facevano certe capriole, me le ricordo bene! E con gli Arabi ho capito che qualche volta serve una mano diversa.
Una mano decisa, certamente, ma anche dolce.
Questo, almeno, è il mio modo di vedere le cose».
Nelle sue parole mi sembra di ritrovare quello che si legge nei vecchi libri, nelle descrizioni dei cavalli arabi che crescevano nelle tende dei Beduini, dentro la famiglia del loro cavaliere.
«Rispetto e determinazione. Sì, proprio così».
E rapporto. Hanno bisogno di questo rapporto. Mi dica, Leonardo: chi è il suo cavallo arabo del cuore?
«Quello che è stato o quello che è adesso?
Le racconto un piccolo aneddoto.
Cinque anni fa ho avuto un aneurisma all’aorta. Sono rimasto in ospedale due o tre giorni in attesa di un intervento e, a un certo punto, ho pensato che forse stavolta non ce l’avrei fatta.
In quei momenti mi è passato davanti tutto il mondo.
E ho pensato anche ai miei cavalli.
Io organizzo viaggi, parto con un cavallo, magari incontro una persona benestante che me ne offre una bella cifra e finisco per venderlo.
Perché devo farlo: devo mantenere gli altri cavalli che sono a casa, pagare il ragazzo che lavora con me, mandare avanti l’allevamento.
Ma quel giorno, in ospedale, mi sono detto: “Leonardo, da oggi i tuoi due cavalli non li vendi più”.
Sono un maschio e una femmina, Arcan e Artica [nomi da verificare]. Oggi hanno otto anni.
Mi hanno offerto anche delle belle cifre, ma non sono in vendita.
Sono i miei cavalli e voglio continuare ad andare a cavallo con loro finché potrò. Come si dice nei film: finché morte non ci separi».
Sperando che il pezzo di ricambio duri a lungo!
«Per ora funziona benissimo! Faccio tutte le cose che facevo prima».
E che caratteristiche hanno Arcan e Artica?
«Sono i cavalli che mi sono costruito un po’ su misura, secondo le mie esigenze.
Dal punto di vista del lavoro sono delle macchine. Dal punto di vista del carattere sono degli angeli.
Hanno entrambi un gran passo, sono molto resistenti e soprattutto hanno un equilibrio eccezionale.
Pensi a quello che devono fare durante la Transappenninica.
Quando hai dietro 130 o 140 cavalli, quello che sta davanti deve avere una testa particolare.
Se lasciassi fare a loro, se ne andrebbero al loro passo e ci rivedremmo il giorno dopo!
Invece devono fare da tappo, rallentare, allungare, tornare indietro, aspettare. E non devono agitarsi mai.
È un equilibrio che si costruisce con tanto lavoro, naturalmente, ma per il quale serve anche una predisposizione caratteriale.
Sono proprio i cavalli che volevo».
Qui un altro dei nostri articoli sul Purosangue Arabo in collaborazione con Anica






















