Negli ultimi giorni il dibattito sulle proposte di legge relative al riconoscimento degli equidi come animali d’affezione è stato raccontato da alcuni come un percorso ormai condiviso anche dal mondo allevatoriale e produttivo.
Le audizioni alla Commissione Agricoltura della Camera stanno però mostrando un quadro molto più articolato.
Federcarni-Confcommercio, ad esempio, ha diffuso una nota in proposito proprio ieri. “Occorre valutare con attenzione l’impatto complessivo delle proposte di legge sugli equini. Evitando interventi che rischiano di compromettere una filiera produttiva consolidata. È necessario che il perseguimento di obiettivi di tutela e benessere animale avvenga attraverso strumenti equilibrati che garantiscano sostenibilità economica, salvaguardia delle produzioni e libertà di scelta dei consumatori”.
A parlare è stato Maurizio Arosio, presidente di Federcarni-Confcommercio, nel corso dell’audizione presso la Commissione Agricoltura della Camera dei deputati sulle proposte di legge in materia di tutela degli equini e loro riconoscimento come animali d’affezione.
E prosegue: “Federcarni ha espresso la propria contrarietà alle misure che prevedono il riconoscimento generalizzato degli equidi quali animali d’affezione e il conseguente divieto di macellazione, esportazione e importazione degli equidi destinati alla produzione alimentare, nonché di vendita e consumo delle carni equine”.
Secondo Federcarni Confcommercio, il riconoscimento generalizzato degli equidi come animali d’affezione rischierebbe inoltre di creare un disallineamento rispetto alla normativa europea attualmente vigente, che continua a considerare gli equidi anche come animali da reddito.
Una differenza che, secondo la Federazione, potrebbe tradursi in disparità competitive per gli operatori italiani rispetto agli altri Paesi membri dell’Unione Europea, oltre a produrre effetti distorsivi sul mercato.
Nel corso dell’audizione presso la Commissione Agricoltura della Camera, Federcarni ha poi ricordato come il sistema attuale consenta già ai proprietari di scegliere tra la classificazione DPA (“destinato alla produzione alimentare”) e Non DPA (“non destinato alla produzione alimentare”), attraverso un meccanismo basato su volontarietà e tracciabilità.
L’introduzione obbligatoria di una classificazione generalizzata degli equidi come animali d’affezione verrebbe invece considerata dalla Federazione una forzatura normativa. Con il rischio — è stato sottolineato — di favorire fenomeni di illegalità, macellazioni clandestine o trasferimenti degli animali verso Paesi con normative meno restrittive.
Federcarni ha inoltre richiamato l’attenzione sulle possibili ricadute economiche e sociali del provvedimento.
Secondo i dati citati durante l’audizione, nel 2025 il patrimonio equino nazionale supera i 423 mila capi. Distribuiti in oltre 168 mila allevamenti, all’interno di una filiera che coinvolge allevatori, macellerie e distribuzione.
E che in diversi territori italiani mantiene anche un legame con tradizioni gastronomiche e culturali storicamente radicate.
Gli strumenti equilibrati di cui parla Maurizio Arosio sono certamente l’obiettivo fondamentale.
Perché, al di là delle sensibilità personali sul consumo di carne equina, le audizioni parlamentari mostrano come il tema coinvolga aspetti economici, normativi, zootecnici, culturali e territoriali molto più complessi di quanto appaia nel dibattito pubblico.
























