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Home | Cultura equestre | Due Paesi, due modelli: cosa raccontano i cavalli di Gran Bretagna e Italia

Due Paesi, due modelli: cosa raccontano i cavalli di Gran Bretagna e Italia

La Gran Bretagna possiede una delle più importanti tradizioni equestri del mondo e una popolazione equina nettamente superiore a quella italiana. Ma osservando il patrimonio delle razze autoctone il quadro cambia: dall'analisi emerge un diverso modo di intendere il rapporto tra cavallo, territorio e biodiversità

7 Luglio 2026
di Maria Cristina Magri
Incendi, allevamenti bradi, cavalli preziosi ma…c’è un ‘ma’

Franches-Montagnes sull'Appennino reggiano, foto di Maria Cristina Magri

Chi ama i cavalli, in fondo, è quasi sempre un po’ anglofilo.

Perché dall’Inghilterra e dintorni arrivano da secoli i cavalli più insanguati, più eleganti, perché lo stile equestre non è mai stato tale se non ricalcava le tradizioni e l’estetica ‘made in countryside’.

Siamo così tanto anglofili da vivere un eventuale confronto con questo punto di riferimento storico della cultura equestre europea come impossibile da sostenere, a priori.

Ma è un errore: perché se di fatto la Gran Bretagna ha sempre molto da insegnare a chiunque abbia interesse per la cultura sportiva ippica ed equestre, l’Italia dimostra una cultura del cavallo molto diffusa e radicata in ampie parti del suo territorio.

A prima vista il confronto sembra premiare nettamente la Gran Bretagna, i numeri sono importanti: per lei le stime infatti parlano di una popolazione compresa tra 800.000 e un milione di equini contro i circa 400.000 presenti in Italia.

Un divario importante, che esprime chiaramente il peso storico dell’industria equestre britannica, delle corse al galoppo e di un mercato del cavallo tra i più importanti al mondo.

Ma se spostiamo lo sguardo dal numero totale dei cavalli al patrimonio delle razze, quindi alla biodiversità, il quadro cambia.

Le Isole Britanniche contano una ventina di razze autoctone tra cavalli e pony: ma molte sono a forte rischio estinzione, numericamente esigue.

Sono celebri in tutto il mondo ma pochi, pochissimi: lo Shire ha 227 soggetti registrati, il Cleveland Bay 300, il Suffolk Punch 150 (dati al 2024).

Il Purosangue Inglese e il pony Shetland invece hanno colonizzato ogni angolo del vasto mondo, insieme a quel gioiellino irlandese che è il Connemara.

Un patrimonio di grande valore storico e genetico che, tuttavia, oggi deve fare i conti con un fenomeno comune a molte realtà europee: diverse razze tradizionali sono drammaticamente ridotte nel numero e considerate vulnerabili o addirittura a rischio di estinzione.

La maggior parte della popolazione equina britannica infatti appartiene a cavalli da corsa o a soggetti derivati da incroci. Come i celebri Hunter, figli di robuste cavalle del tipo da attacchi e di padri Purosangue, ottimi cavalli da campagna e ovviamente da caccia, come dice il nome stesso.

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In Italia la situazione è quasi speculare.

Pur disponendo di una popolazione equina complessivamente inferiore, il nostro Paese conserva oltre venti razze equine autoctone ufficialmente riconosciute distribuite in ogno regione, alle quali si affiancano le principali razze sportive allevate sul territorio.

Dal Bardigiano dell’Appennino parmense al Murgese della Puglia, dal Cavallino della Giara in Sardegna al Sanfratellano dei Nebrodi, dal Maremmano al Tolfetano, dall’Haflinger al Catria ogni razza è profondamente legata a un ambiente, a una comunità e a una storia locale.

Ed è proprio questa distribuzione territoriale a rappresentare una delle differenze più interessanti tra i due Paesi.

In Gran Bretagna le razze raccontano soprattutto l’evoluzione dell’allevamento e delle differenti funzioni che il cavallo ha svolto nei secoli: il lavoro agricolo, il traino, la caccia, le corse, l’equitazione sportiva.

Non per niente in GB è molto diffusa la differenziazione in tipologie (cob, hunter, polo pony…) piuttosto che ‘razze’ tout court.

Il sistema UK è fortemente orientato al mercato sportivo, non alla conservazione in quanto tale – se si escludono esempi come il pony Exmoor, che difatti è protetto da una lunga storia di leggi legate alla gestione del territorio in cui vive.

In Italia, invece, i cavalli (ma anche gli asini, presenti con ben 8 diverse razze) sono attualmente visti come un patrimonio integrante di un territorio

Ogni territorio, ogni regione ha selezionato nel tempo il cavallo più adatto al proprio paesaggio, al clima, alle attività economiche e perfino alle tradizioni culturali.

Ne nasce una sorta di mosaico zootecnico che disegna l’intera penisola, dalle Alpi alle isole maggiori.

Questa differenza emerge anche osservando il sistema di gestione.

La Gran Bretagna dispone di un settore equestre tra i più importanti d’Europa, ma la registrazione degli equidi è distribuita tra numerosi studbook e organismi diversi.

L’Italia, invece, ha un’anagrafe nazionale centralizzata, che dovrebbe facilitare il monitoraggio delle popolazioni allevate e delle razze riconosciute.

Naturalmente nessuno dei due modelli può essere considerato “migliore” in senso assoluto.

Il sistema britannico rappresenta un punto di riferimento mondiale per l’allevamento sportivo e per la selezione genetica, mentre quello italiano si distingue per un persistente legame tra cavallo, territorio e patrimonio storico.

Forse è proprio qui che emerge la differenza più significativa: la Gran Bretagna possiede un numero maggiore di cavalli e una tradizione allevatoriale straordinaria.

L’Italia, invece, custodisce una delle più ricche reti di razze autoctone d’Europa, nelle quali biodiversità, paesaggio, storia rurale e cultura materiale continuano ancora oggi a intrecciarsi.

Un lusso apparentemente inutile, per qualcuno.

Ma che si rivela prezioso se si osservano fenomeni come quello che sta avvenendo nell’allevamento del cavallo Frisone che, nonostante l’alto numero di soggetti iscritti, soffre di una perniciosa consanguineità.

info 2 new
Viene allora spontanea una domanda: come è possibile che un Paese simbolo dell’allevamento equino europeo veda oggi alcune delle sue razze più rappresentative – come Shire, Suffolk Punch o Clydesdale – sopravvivere con popolazioni così ridotte?

La risposta racconta molto del rapporto tra uomo e cavallo.

Per secoli questi giganti gentili sono stati selezionati quasi esclusivamente per il lavoro agricolo e il traino pesante. Con l’arrivo della meccanizzazione, quella funzione è venuta meno nel giro di pochi decenni e, insieme ad essa, è venuta meno anche gran parte della domanda di allevamento.

Quando un animale perde il proprio ruolo economico, mantenerne una popolazione numerosa diventa inevitabilmente più difficile.

Oggi queste razze sopravvivono grazie alla passione degli allevatori, alle associazioni di tutela e al loro valore storico e culturale, ma rappresentano solo una piccola parte della popolazione equina britannica.

Questa riflessione apre però una questione più ampia, che riguarda anche l’Italia.

Molte razze allevate nel nostro Paese continuano infatti ad avere una destinazione economica, seppure diversa da quella originaria.

Altre stanno trovando nuove funzioni nel turismo equestre, nella gestione ambientale, nell’attività sportiva o nelle iniziative di valorizzazione dei territori.

Ed è forse proprio questa la sfida del futuro.

I pascoli marginali di montagna, le aree interne e molti ambienti rurali hanno bisogno degli animali al pascolo.

Cavalli, bovini, ovini e caprini contribuiscono ogni giorno a mantenere aperti gli habitat, limitano l’avanzata del bosco, riducono il rischio di incendi e conservano paesaggi che esistono proprio grazie alla presenza dell’uomo e degli animali.

Ma tutto questo ha un costo.

La vera domanda, allora, non è se una razza debba avere o meno una destinazione economica.

La domanda è un’altra: come possiamo riconoscere e remunerare il valore che questi animali producono per la collettività?

Perché allevare un cavallo soltanto per conservarlo è un gesto di grande generosità, ma difficilmente può diventare un modello diffuso.

Al contrario, se una razza riesce a trovare nuove funzioni — nella gestione del territorio, nel turismo lento, nelle attività sociali, nella valorizzazione culturale o in altre forme di economia rurale — aumentano anche le possibilità che quella razza continui a vivere.

In fondo è questa la vera differenza emersa dal confronto tra Italia e Gran Bretagna.

Una razza equina non sopravvive semplicemente perché qualcuno decide di conservarla.

Sopravvive quando continua ad avere un posto nella società, nell’economia e nella cultura di un territorio.

La biodiversità non vive nei musei.

Vive nelle campagne, nei pascoli, nelle aziende agricole, nei cammini, lungo i sentieri di montagna, accanto alle persone che ogni giorno scelgono di allevare quegli animali.

Forse il futuro delle nostre razze non dipenderà tanto dalla loro storia, quanto dalla nostra capacità di immaginare per loro un futuro.

Da leggere su Cavallo Magazine: la storia del cavallo Frisone, la gemma dei Paesi Bassi.

Tags: allevamento biodiversità gran breagna razze equine
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