Partiamo dalla base: asini, muli e bardotti sono equidi, non equini, che nel passato hanno avuto una importanza basilare nello sviluppo della società umana.
Di più facile ed economica gestione rispetto al cugino cavallo, che per questo è sempre stato considerato più nobile, permettevano alle famiglie più povere di poter comunque contare su un collaboratore per i compiti di fatica.
Gli asini in primis – vere e proprie fondamenta delle possibilità di miglioramento di lavoro per chi, altrimenti, avrebbe potuto contare solo sulle proprie braccia.
E a un livello superiore, vista la necessaria partecipazione di una cavalla per generarli, i muli: ibridi fenomenali, capaci di associare al meglio le qualità dei genitori.
Più prestanti fisicamente del padre asino, più rustici ed essenziali in quanto ad esigenze di mamma cavalla.
Con quel qualcosa in più che li ha resi oggetto di cure e attenzioni non solo da parte dei privati ma anche e soprattutto degli enti militari.
Perché la loro capcità di trasporto con il basto su terreni accidentati erano indipensabili (anche) per il trasporto di salmerie, mortai, proiettili, feriti.
Per questo anche il Regio Esercito Italiano si preoccupò in ogni tempo di averne a disposizione a sufficienza per le proprie necessità.
L’allevamento di cavalli, muli e quindi anche asini era un bisogno strategico fondamentale e dall’Unità d’Italia in poi gli sforzi per farne nascere quanti più era possibile non sono mai venuti meno, sino a tutta la Seconda Guerra Mondiale.
I cavalli delle Murge, ad esempio, vennero definiti e curati come razza dagli anni ’20 del secolo scorso in conseguenza dell’importanza dell’Asino di Martina Franca come razzatore eccellente per i muli pesanti.
La ‘combo’ pugliese dava come risultato i possenti muli martinesi, e il successo di questi ultimi sul mercato nel 1896 aveva addirittura messo in pericolo la produzione cavallina pura.
A causa dell’approvvigionamento necessario all’esercito per la campagna d’Africa, infatti, i muli spuntavano alti prezzi alla vendita e per qualche anno gli allevatori fecero coprire la maggior parte delle cavalle agli asini stalloni.
Solo l’esercito italiano negli anni ’30 aveva a disposizione circa 530.000 muli: il loro allevamento era fonte importante di reddito nei territori vocati, su cui vennero organizzati 5 Centri di Rifornimento Quadrupedi.
Erano dislocati nelle regioni più adatte per clima, terreno, pascoli e acque all’allevamento dei giovani puledri col sistema semibrado. Mirandola in Emilia-Romagna, Grosseto in Toscana, Fara Sabina nel Lazio, Persano in Campania e Bonorva in Sardegna.
I muli sono considerati sterili, perché il loro corredo cromosomico dispari (63 cromosomi, contro le 31 coppie degli asini e le 32 dei cavalli) impedisce generalmente la fase della meiosi impedendo così la formazione di gameti funzionali.
Ma a volte capita che l’incastro riesca, questa possibilità è storicamente accertata.

Nel libro Les races chevalines : avec une étude spéciale sur les chevaux russes, pubblicato nel 1894 da Léonid de Simonoff e Jean de Moerder viene citata Chaterine, una mula parigina dal manto grigio trotinato.
Catherine fu accoppiata ad uno stallone Berbero e nel 1904 diede vita al Kroumir, somigliantissimo a papà.
Nel 1920 Old Beck, una mula texana del tipo comune nelle piantagioni dei coltivatori di cotone partori una bella puledrina viva, figlia di un asino.
Old Beck venne fatta coprire diverse altre volte sia da cavalli che da asini, ma la maggior parte delel volte i feti non erano vitali a causa di gravi malformazioni.

In un caso felice nacque da un cavallo un bel soggetto da sella, citiamo la cronaca del tempo:”Il 25 ottobre 1922 fu accoppiata con lo stallone baio Pat Murphy e il 26 settembre 1923 diede alla luce un puledro maschio vivo. Questo puledro è di colore baio con una stella bianca sulla fronte e tre gambe bianche, come mostrato nella foto. Aveva tutte le caratteristiche del padre, tranne l’orecchio sinistro che pendeva e il lato sinistro della fronte che non era pieno come quello destro. Al momento dell’accoppiamento Pat Murphy aveva diciannove anni e al momento del parto “Old Beck” ne aveva ventidue. Il puledro nacque nel pascolo del Dipartimento di Zootecnia e fu visto dai membri del dipartimento entro trenta minuti dal suo arrivo. Il suo pelo non era ancora asciutto. Altri membri del personale del college che videro il puledro in quel momento furono il Dr. Mark Francis, Preside di Medicina Veterinaria, il Dr. RP Marstellar, della Facoltà di Veterinaria, e il Preside EJ Kyle, Preside di Agraria”.
L’ultimo caso registrato è il felice parto della molly (cioè mula, nel lontano Ovest) Colorado Kate che, sorprendendo tutti, il 28 aprile del 2007 diede alla luce un bel puledro.
Quello di Colorado Kate è l’unico caso in cui gli esami del DNA hanno confermato senza ombra di dubbio che la madre sia proprio una mula, e il puledro effettivamente suo figlio.

Il dubbio in questi casi è sempre da tenere presente.
Perché spesso una cavalla non dotatissima in quanto a elegante morfologia può anche essere confusa con una mula (pare sia il caso di Catherine la Parigina).
E per soprammercato sembra che le mule abbiano una forte inclinazione a rapire i puledri altrui. Riuscendo perfino ad allattarli, grazie all’induzione della montata lattea dovuto alla stimolazione data dal puledro.
Ma se c’è riuscita Colorado Kate, vuol dire che il ‘miracolo’ non era così impossibile nemmeno negli altri casi.
Anche in Italia c’è stato un caso recente: quello del puledrino Quarantena, nato nel 2020 in pieno lockdown dalla mula Tuona e dall’asino Amiatino Lampo a Tuscania, provincia di Viterbo.
C’è chi in quei giorni si dedicava alla panificazione seriale – e chi, come Lampo…pensava ad altro.
Ci sono poi i Bardotti, figli di un’asina e un cavallo. Molto più rari del mulo perché più difficile da ottenere come ibridazione, e anche meno ricercati in quanto ritenuti più delicati dei muli.
Ma questa è un’altra storia…
























