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Home | Cultura equestre | Tra cavallo e asino vince… il mulo

Tra cavallo e asino vince… il mulo

Gli studiosi ci raccontano un'altra verità sull'intelligenza dell'asino che non ha niente da invidiare al nobile cugino-cavallo. Il mulo poi è addirittura meglio di entrambi

1 Luglio 2025
di Liana Ayres
Tra cavallo e asino vince… il mulo

©asam

“Sei proprio un asino”, “Asino chi legge”, “Credere agli asini che volano”, “Testardo come un mulo”, “Fare l’asino”…

Insomma, gli amici dalle orecchie lunghe non se la passano benissimo nell’immaginario collettivo. Trovare un modo di dire che renda loro giustizia non è facile. Perfino Pinocchio, nella fantasia di Collodi, con lunghe orecchie asinine non esprime doti positive…

Eppure, secondo il parere di molti scienziati e studiosi, non ci sarebbe differenza tra l’intelligenza dei cavalli e quella degli asini. Fermo restando che probabilmente anche tra di loro, esattamente come tra noi umani, ci sarà quello più intelligente e quello meno dotato, le differenze tra i due equidi – tanto a livello fisico quanto a livello intellettivo – sono da attribuire in larghissima parte all’adattamento evolutivo.

Cavalli e asini in molti test hanno dimostrato di disporre di intelligenza spaziale, capacità di apprendimento e memoria molto simili ma la loro storia probabilmente giustifica alcune differenze. Che nel tempo hanno arrecato all’asino un sicuro ‘danno di immagine’.

Da dove arriva l’asino

Gli asini che conosciamo oggi discendono da quelli selvatici africani. Sono cresciuti e sopravvissuti a un habitat decisamente poco amichevole. Con vegetazione povera e stagionale, poco accesso all’acqua e temperature con escursioni estreme.

Il cavallo invece ha avuto a disposizione per la sua evoluzione, foreste, pianure erbose, con tutta l’acqua che serviva.

Già solo questa diversa origine, nonostante la prossimità genetica, è bastata a sviluppare due equidi con differenze d’aspetto molto visibili.

Sempre in relazione all’habitat, l’abbondanza di risorse che hanno incontrato i cavalli ha permesso loro di poter vivere in gruppi abbastanza numerosi. L’asino invece, in virtù delle scarse risorse, non ha beneficiato di grande condivisione con i suoi simili. Si è evoluto in piccoli gruppi, affinché acqua e cibo non dovessero creare una competizione per la sopravvivenza. Ha così imparato a comunicare a distanza, un dettaglio banale che tuttavia è all’origine della ‘voce’ molto potente e delle orecchie tanto più grandi. La stessa struttura della testa si è evoluta in considerazione della risposta ai bisogni primari. Le mascelle più marcate e robuste sono state la risposta a un foraggio secco, ai rovi legnosi. Di conseguenza, per supportare una testa così più pesante, anche la muscolatura del collo si è adeguata. E gli arti più brevi, sono stati la risposta ai terreni impervi in dislivello, laddove la falcata lunga e veloce sarebbe stata del tutto inutile.

Nel corpo e nel carattere

La vita più ‘avara’ dell’asino durante tutto il corso della sua evoluzione ha inciso anche sul suo carattere oltre che sull’aspetto.

Secondo il parere di molti veterinari (e anche di molti proprietari…), l’asino è un ‘tipo tosto’, quasi stoico, con una resistenza al dolore di molto superiore rispetto a quella del cavallo. E ciò lo porta ad assumersi l’onere di lavori anche pesantissimi senza lamentarsi. Non perché non senta la stanchezza o il dolore, ma solo perché non ama mostrare queste forme di debolezza fisica.

IMG 9684r
©asam
Una storia antica

Secondo un articolo pubblicato nel 2022 su Science, la domesticazione dell’asino risalirebbe a circa 7mila anni fa, quando il Sahara stava iniziando a trasformarsi nel deserto che tutti conosciamo. In pratica il periodo in cui i popoli iniziarono a spostarsi da territori che stavano via via diventando più inospitali e gli asini furono la risposta al trasporto di merci e persone. L’evoluzione dei commerci influì moltissimo sulla diffusione dell’asino. Dapprima in Eurasia, quindi verso il Sud America quando, intorno al XV secolo gli spagnoli iniziarono i loro viaggi di conquista. Nel XVIII e XIX secolo furono invece gli asini ‘a conquistare’ l’America del nord, diventando uno strumento di trasporto e lavoro diffusissimo.

Mentre i cavalli entravano nella storia a fianco di eroi e regnanti, gli asini facevano girare l’economia agricola, tiravano le diligenze e consegnavano la posta molto lontano dai clamori dell’arte. E forse fu proprio in questo periodo che si legò la sua immagine a un concetto di povertà se paragonato allo status sociale dei cavalli.

Tutt’oggi, nei luoghi più poveri del pianeta – in molti paesi sub sahariani, in india e in Sud America – l’asino, con il suo lavoro, è un’insostituibile fonte di reddito da cui dipende la vita stessa delle persone con cui divide ‘la povertà’.

Un caratterino un po’ particolare

L’asino, quando provocato, può mostrare un’aggressività superiore rispetto a quella del cavallo. E anche per comprendere le ragioni di questo lato del suo carattere, bisogno tornare alle origini.

Differentemente rispetto al nobile cugino, l’asino per difendersi dai predatori non aveva a disposizione pianure per scappare. Bensì rocce, rocce e ancora rocce. Così, l’istinto di sopravvivenza l’ha portato a sviluppare un comportamento reattivo-aggressivo di difesa della sua vita, del suo territorio e del suo ristretto gruppo. Questo spiega perché con chi non viene riconosciuto come un membro del ‘club’ l’asino possa esibire atteggiamenti veramente aggressivi, fino al punto che in altri tempi è stato usato anche a difesa di pecore, oche o altri animali da cortile.

Detto ciò, una volta che si è conquistata la sua amicizia, l’asino è capace di una abnegazione e di un legame senza eguali che estende a qualsiasi animale, uomo compreso.

IMG 9492r
©asam
E il mulo?

Incrocio tra un asino e una cavalla, compagno ideale per qualsiasi trekking, il mulo è la prova provata che ‘i mix’ possono originare delle superbe evoluzioni. Sempre ricorrendo al parere della scienza, è stato rilevato che i muli offrono una performance – tanto fisica quanto intellettiva – superiore sia a quella degli asini sia a quella dei cavalli. Naturalmente l’effetto dell’ibridazione cambia da soggetto a soggetto (così come il QI) ma è certo che il mulo sia più forte e più resistente dei propri genitori. E anche dal punto di vista dell’intelligenza gli studi portano verso questa stessa valutazione.

Gli studi sul mulo sono ancora poco diffusi e del resto anche quelli sugli asini sono inferiori per numero e storia rispetto a quelli sui cavalli. Ma la sfida è stata lanciata e ora tocca all’intelligenza umana ‘esibire’ le proprie referenze…

Tags: asino cavallo evoluzione intelligenza mulo
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