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Home | Cultura equestre | Sant’Antonio e la benedizione degli animali

Sant’Antonio e la benedizione degli animali

Prepariamoci per domani... 17 gennaio. Una data a cavallo tra sacro e profano. Sant’Antonio e la Benedizione degli animali: un rito ancestrale che resiste nel tempo. E non fa più differenza tra animali da reddito e da affezione

16 Gennaio 2024
di Dott.ssa Annalisa Parisi
Sant’Antonio e la benedizione degli animali

Bologna, 16 gennaio 2024 –  Sant’Antonio il Grande, Sant’Antonio d’Egitto, Sant’Antonio del Fuoco, Sant’Antonio del Deserto, Sant’Antonio l’Anacoreta… Eppure, il buon frate, eremita egiziano dalla fluente barba bianca la cui effige ancora oggi si trova nelle stalle è ricordato nelle comunità rurarli con devozione soprattutto quale protettore degli animali.

Le origini popolari di questo attaccamento al santo risalgono al Medioevo, periodo in cui era immenso il disprezzo (nonché il timore) nutrito nei confronti del diavolo. Spaventoso e feroce d’aspetto, usciva sempre sconfitto dalla “singolar tenzone” con il buon eremita di cui era l’acerrimo nemico.

Il 17 gennaio in tutte le stalle si chiede a Sant’Antonio di benedire i propri animali.

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Una tradizione che nasce dai maiali…

Un antico detto popolare recitava: “da pericule, male e lambe, Sant’Antonio ce ne scampe”.

La tradizione deriva dal fatto che l’ordine degli Antoniani aveva ottenuto il permesso di allevare maiali all’interno dei centri abitati, poiché il grasso di questi animali veniva usato per ungere gli ammalati colpiti dal fuoco di Sant’Antonio.

I maiali venivano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nel paese con al collo una campanella.

Secondo una leggenda del Veneto (regione in cui viene chiamato San Bovo o San Bò), la notte del 17 gennaio gli animali acquisiscono la facoltà di parlare.

In questa particolare occasione i contadini si tenevano lontani dalle stalle, perché udire gli animali conversare era segno di cattivo auspicio.

 

Tra religione e paganesimo

Per molti altri storici, l’origine del culto del santo si sovrapporrebbe alle precedenti celebrazioni pagane, probabilmente di origine celtica.

Infatti, quando i Crociati trasferirono le spoglie di Sant’Antonio nella Francia meridionale ad Arles, il suo culto si diffuse a macchia d’olio, scontrandosi inevitabilmente con il culto pagano del Dio Lug (o Lugh) antica divinità celtica.

Lug veniva rappresentato come un giovane affiancato da un cinghiale, simbolo di attaccamento alla terra, animale particolarmente sacro ai Celti, anche detti “popolo della quercia”.

Il dio Lug era una delle divinità più importanti dell’olimpo celtico, come dimostrato da numerosi toponimi di molte città come Lugano, Lugo, Lione.

Con un’intensa opera di sincretismo Sant’Antonio viene associato e sovrapposto al preesistente culto celtico. Secondo molti storici gli attributi di Sant’Antonio sarebbero stati ripresi proprio dal dio celtico, infatti il santo divenne guardiano dell’inferno come lo era Lug e dispensatore di fuoco agli uomini (e da qui la tradizione dei falò).

La Chiesa “ingentilì” il cinghiale trasformandolo in un maialino con un campanello al collo dal quale Sant’Antonio era sempre seguito, descrivendolo come un diavolo sapientemente ammansito dal Santo.

Peraltro anche la campanella del maialino sarebbe un simbolo di vita e di morte secondo la cultura celtica: infatti per i Celti la campana rappresenta il grembo della Dea Madre, di cui Lug era figlio.

 

Curiosità, leggende e storia

Sant’Antonio era anche il protettore dei fabbricanti di spazzole, che nell’antichità si facevano proprio con le setole di maiale. La figura dell’eremita è un esempio evidente di come sacro e profano, cultura “alta” e cultura “bassa”, tradizione popolare e storia dell’arte, sono spesso aspetti diversi ma imprescindibili e strettamente legati di un unico “filo storico e culturale”.

In Sant’Antonio Abate e nel culto ispirato alla sua figura sono presenti le reminiscenze degli antichi riti pagani, romani e celtici, la tradizione culturale cristiana e quella popolare laica.

Molte le leggende legate a questa tradizione che è celebrata un po’ ovunque in Italia.

Tra le più suggestive c’è quella che narra che prima dell’anno Mille su un isolotto di fronte a Bari , ormai scomparso, sorgeva un monastero dedicato proprio a Sant’Antonio, dove i monaci suoi seguaci curavano, lontano dalla città, i malati di Herpes Zoster. Il Santo, infatti, aveva trovato un rimedio contro questa malattia, detta anche fuoco di Sant’Antonio, nel grasso di maiale.

A Roma fin dal 1437, la cerimonia si svolgeva con grande sfarzo e solennità presso la chiesa antichissima dedicata al santo che si trovava presso la Basilica di Santa Maria Maggiore. Aveva annesso un ospedale, precedente la chiesa e costruito nella seconda metà del XIII secolo, proprio per la cura degli ammalati del cosiddetto “fuoco di sant’Antonio”.

The Feast of St. Anthony in Rome 1838   Wilhelm Marstrand Wilhelm Marstrand Public domain via Wikimedia Commons
La Festa di Sant’Antonio a Roma del pittore Wilhelm_Marstrand (1838) ©Public-domain-via-Wikimedia-Commons

 

Gli animali da benedire erano numerosissimi e andavano dai buoi agli asini, dagli animali da cortile fino ai cavalli delle carrozze dei nobili. La cerimonia, attirava anche molti stranieri e si ripeteva spesso per diversi giorni.

Tra i testimoni d’Oltralpe ci furono anche Goethe e Andersen che hanno lasciato nei loro scritti il racconto della cerimonia mentre la scena è stata immortalata in una litografia di A. J. B. Thomas del 1823, in un acquerello di Bartolomeo Pinelli del 1831 e in un quadro del danese Wilhelm Mastrand del 1838.

benedizione dei cavalli il giorno di s antonio Pinelli Bartolomeo Roma 1781 Roma 1835 Benedizione dei cavalli il giorno di S. Antonio 1817
La benedizione dei cavalli il giorno di Sant’Antonio. Tela di Bartolomeo Pinelli (1817) al Museo di Roma

 

Attraverso la figura del Santo si possono inoltre ben comprendere i cambiamenti epocali che nel corso del tempo la nostra società ha subito.

Se solo ci si sofferma sulla “famosa” benedizione degli animali che da secoli è associata alla festa di Sant’Antonio si può osservare come negli anni sia cambiata per  forma e per intenti: un tempo ad essere benedetti erano gli animali da reddito, vacche, pecore, maiali ed asini, mentre ora sui sagrati delle nostre chiese, il 17 gennaio di ogni anno, è possibile scorgere in gran parte anche i cosiddetti animali da “affezione”, in una sorta di devozione fortunatamente mutata in nome e virtù di una nuova o forse rinata sensibilità.

Tags: animali d'affezione animali da reddito benediazione animali festa sant'antonio santo società rurale
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