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Home | Cultura equestre | L’asino nella tradizione di Pasqua

L’asino nella tradizione di Pasqua

Grazie agli amici di Passione Caitpr, godiamoci una passeggiata a dorso di asino e mulo tra storia e religione nella tradizione pasquale del centro sud

20 Aprile 2025
di Redazione Cavallo Magazine
L’asino nella tradizione di Pasqua

C’è una caratteristica dell’asino che colpisce l’immaginario popolare, al pari della croce scapolare: è quella di “inginocchiarsi”, abitudine tipica dei quadrupedi docili. L’asino, il bue, la pecora, animali dall’indole mite, per appoggiarsi a terra impiegano le ginocchia in un movimento gentile, che ha colpito fortemente l’immaginario popolare.

La considerazione dell’asino, nell’immaginario umano, è duplice, come abbiamo già visto, e questa ambivalenza ha informato tutte le sue rappresentazioni iconografiche, letterarie e filosofiche, da Apuleio a Nietzsche a Cattelan.

Da un lato il somaro identifica una persona stupida e ignorante, a causa della sua ostinazione e cocciutaggine. Ma dall’altro “significa” valori preziosi come la mitezza, la generosità, la pazienza e l’umiltà.

La simbologia positiva cristiana

L’ aspetto positivo viene valorizzato (con le dovute eccezioni) nella simbologia cristiana, sia nell’Antico Testamento, in cui l’asino è un simbolo di regalità, che negli episodi del Nuovo Testamento.

Fu poi decisamente San Francesco il più grande sostenitore di “frate asino”, metafora sì del corpo, ma anche animale in carne e ossa da lui amato, posto nel presepe, e spesso cavalcato, per esempio nel viaggio dalla Verna ad Assisi.

La tradizione popolare

Nella tradizione rurale e contadina si riscontra la stessa duplicità: infatti nel mondo “volgare” (in senso etimologico) asino è un’offesa. Ma in ambito devozionale si attribuisce a questo delizioso animale una sorta di collegamento alle cose sacre, per non dire addirittura di mediazione tra umani e volontà divina.

Gli animali che si inginocchiano

Guarda caso, gli animali miti (agnello, pecora, bue, asino) hanno la caratteristica comune di mettersi a terra “inginocchiandosi”, con un gesto delicato che non appartiene al cavallo.

I cavalli si sdraiano solo se si sentono davvero tranquilli, perché a terra sono ovviamente più vulnerabili. E per rotolarsi al suolo, cioè per “sojjarsi” come si dice nel nostro dialetto, utilizzano le ginocchia ben poco, almeno in confronto agli asini e ai muli.

Chiaramente l’azione di inginocchiarsi in questi animali ha spiegazioni biologiche e funzionali, ma le interpretazioni folkloristiche le attribuiscono un valore simbolico.

I racconti sugli asini che si inginocchiano

Di racconti popolari sugli asini che si inginocchiano ce ne sono tanti, e non solo nel nostro mondo occidentale: si pensi che nel folklore degli Appalachi si narra che alla mezzanotte della Vigilia di Natale tutti gli animali da fattoria si inginocchino in onore della nascita di Cristo. ​

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Ma l’asino “che si inginocchia” più famoso della tradizione italiana è sicuramente quello del miracolo di Sant’Antonio da Padova (Liber Miraculorum): si tratta di una narrazione popolare molto nota, in cui un asino si inginocchia davanti all’Ostia consacrata.

A Polsi, (Reggio Calabria) sorge un antico santuario detto della “Madre del Divin Pastore”, cioè il pastore che si spinse fino a un luogo impervio per cercare una giumenta scappata e la trovò inginocchiata di fronte a una croce.

Un’altra storia si colloca presso Torino, dove nel 1150 giunsero le spoglie di San Giovanni Vincenzo, caricate sul dorso di un mulo che, giunto a Sant’Ambrogio, si inginocchiò e non volle proseguire, fatto interpretato come una volontà divina di tenere lì le spoglie.

E che dire della basilica di Collemaggio all’Aquila? Pare che la Porta Santa sia quella laterale (e non quella sulla facciata) perché quando Celestino, dall’eremo di Sant’Onofrio al Morrone partì verso L’Aquila,  a dorso di un asino, «il giumento, sfinito, arrivò nei pressi della basilica, e si sarebbe inginocchiato davanti all’attuale Porta Santa»1.

L’Aquila e Roio: settembre, andiamo, è tempo di transumare!

Ma oggi vogliamo parlare di Roio, e della sua fondamentale importanza storica nei riti della Settimana Santa, che coinvolgono anche L’Aquila, di Pasquetta, e dell’antica tradizione di un asino che si inginocchia.

Numerose sono le riflessioni di storici e giornalisti locali su questo argomento, ma ci piace rimandare alla piacevole ricostruzione di Angelo De Nicola che trovate nel suo libro La missione di Celestino (II parte, capp. 2-3), ben illustrata qui.

Per ribadire l’importanza di questi luoghi, inoltre, vogliamo ricordare che proprio dall’altura di Roio il pittore Giovan Paolo Cardone, allievo di Pompeo Cesura, “effettuò ricognizioni e disegni della città medievale, utili per la realizzazione del famoso Gonfalone aquilano del 1579“.

Ma torniamo all’asino: il fatto avvenne su un’antica mulattiera, oggi denominata “Via Mariana“, che sale da borgo Rivera per tre chilometri, e arriva alla piazza di Roio Poggio, davanti al santuario.

Il progetto del “cammino” sul Monte Madonna della Croce

Fu l’arcivescovo Carlo Confalonieri a ipotizzare un “cammino” che iniziasse da questa strada e proseguisse fino a Monteluco, attraverso il Parco della Rimembranza, già monumento ai caduti del 1915-18.

Due filari di pini, piantati nel lontano 1923, portavano i nomi dei caduti della Grande Guerra, ma accanto ad essi furono apposte, nel 1942, le prime edicole di una Via Crucis: questo paesaggio, che ricordava il Golgota, ispirò il progetto di un grande “cammino”, che attese vent’anni per essere realizzato.

Infatti nel 1961 Carlo Confalonieri, divenuto cardinale, fece porre anche sulla Via Mariana quindici edicole sacre in pietra,istituendo così la parte iniziale di questo lungo percorso in salita, che partiva a valle, dall’Aquila, e arrivava fino a Monteluco. La prima parte, più recente, ebbe più fortuna presso gli aquilani, forse per prossimità. All’altra, il vero e proprio Golgota, impreziosito però dai filari di pini, restarono più legati i roiani.

La mulattiera della Via Mariana è stata un itinerario caro a tutti gli aquilani, laici e credenti, che fino agli Settanta hanno percorso, per fede o per diporto, quella stradina sassosa in salita.

“È pia devozione che…”

Ma torniamo al nostro tema: é pia devozione che (così recita una lapide commemorativa) proprio su quella mulattiera un asino “si inginocchiò” su una pietra per indicare il punto in cui edificare un santuario in onore della Madonna, apparsa a un pastore.

Lo storico aquilano Angelo Signorini (“La Diocesi di Aquila“) riporta che l’episodio, risalente al dicembre 1578, è stato raccontato nel 1715, dal domenicano padre Serafino Montoro, nel libro “Zodiaco di Maria, ovvero le dodici provincie del Regno di Napoli“.

Il racconto riferisce che Felice Calcagno, un pastore di Lucoli, stava svernando in transumanza con il gregge in un bosco detto “Ruo” (Foggia), o forse a Ruvo di Puglia (da notare le consonanze dei toponimi Ruo, Ruvo, Roio).

Ma il pastore lucolano smarrì il suo gregge e pregò disperato la Vergine di farglielo ritrovare. Allora gli apparve una donna con un bambino in braccio, che gli indicò il luogo dove recuperare il gregge.

Alcuni pastori, saputo il fatto, accorsero sul posto dell’apparizione e vi trovarono una statua di cedro dorato in grandezza naturale, a detta del Calcagno uguale alla donna apparsa. I pastori sistemarono la statua nella loro capanna, ripromettendosi di riportarsela in Abruzzo per collocarla in qualche chiesa di Lucoli.

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Lucoli o Roio?

E così a primavera i pastori iniziarono la transumanza di ritorno dalle Puglie all’Aquila, portando la statua sul dorso di un mulo.

Ma sulla via del ritorno, quando giunsero a Roio, il mulo che trasportava la statua si inginocchiò e non volle proseguire. I pastori non si arresero, e portarono la statua a spalla fino a Lucoli, che (lo ricordiamo) era la terra natale del pastore Felice Calcagno.

Ma il giorno seguente… la statua, da Lucoli, era sparita.

Fu ritrovata a Roio, là dove il mulo si era fermato: il fatto misterioso fu letto come una precisa volontà superiore di edificare il Santuario di Santa Maria della Croce.

Insieme al nome Santa Maria della Croce, dice Fulgenzio Ciccozzi, c’è però anche quello di Madonna della Transumanza, “la quale ha dispensato ricchezza spirituale ed economica alla comunità roiana“.

La lapide commemorativa alla fine della via Mariana indica il sasso che presenta la forma delle ginocchia del mulo, anche se detto sasso è stato spostato più a monte, verso la piazza, probabilmente per agevolare i pellegrini.

Per (non) dimenticare

Che nostalgia di quando Roio era una meta obbligata, soprattutto a Pasqua, per tutti gli aquilani! Un rito oggi abbandonato, proprio come la bellissima pineta “dei lupi” a Monteluco, meta di scampagnate ferragostane. Minuziosa e terribile, ma tristemente vera, è la ricostruzione di Gabriella di Lellio, ben documentata, tra passato e presente.

Che una zona naturalisticamente così preziosa, e storicamente così legata alla tradizione e agli animali non venga valorizzata (e anzi venga associata nell’opinione pubblica ad eventi negativi) è un vero peccato.

Il terremoto del 2009 ha modificato la geografia fisica ed antropica del luogo: ma si sa che gli asini portano fortuna, e sono pazienti: infatti, nel frattempo, i piccoli danni alla statua sono stati riparati, e il santuario a breve verrà restituito alla cittadinanza, ma il resto aspetta la sua grande rivalutazione.

Che asinello (o mulo?) era quello che trasportava la Madonna?

Nulla è dato sapere in merito all’asinello che portava la divina statua. Ma se dobbiamo immaginarcelo, è legittimo pensare che i “nostri” asini d’Abruzzo non fossero come i delicati asinelli grigi ritratti dai pittori medievali.

Il nostro rusticone abruzzese è scuro, grande, avvezzo al freddo, non è esattamente il delicato soggetto pittorico di Giotto, l’asinello amiatino, che porta, ben visibile sul dorso, la sua Croce di Sant’Andrea. Dobbiamo aspettare il realismo ottocentesco e Patini, per veder rappresentato anche il nostro asino scuro nelle pitture.

Ma ci piace pensare che, sotto quel pelo ispido e nero, anche il nostro asinello montanaro abbia la croce di Sant’Andrea dell’amiatino: croce che “significa”, per le poetiche tradizioni contadine, la benedizione di Dio agli animali.

Testo di Luisa Nardecchia

Centro Studi per la Biodiversità PASSIONECAITPR (Statuto art. 4 comma XXIX)

Tags: arte asini asino mili mula mulo pasqua religione tradizione
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