Vittorio Emanuele II: quando non puoi dire una battuta che…subito ti fanno il monumento!

Il monumento equestre a Vittorio Emanuele II che si trova in piazza del Duomo a Milano coglie (forse) un attimo ben preciso…

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Il monumento a Vittorio Emanuele II in piazza del Duomo a Milano, foto di Marta Fusetti
Milano, 13 agosto 2020 – Continuiamo a raccontarvi le statue equestri più belle delle nostre città.

Siamo ancora a Milano, questa volta per il monumento al re Vittorio Emanuele II.

Probabilmente il più simpatico rappresentante di tutta la storia sabauda, Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia.

Affettuoso con la moglie ma donnaiolo impenitente, simpatico e alla mano col popolo ma consapevole della propria dignità dinastica quando (davvero) serviva. Ragazzino iperattivo e somaro impenitente da scolaro ma buon soldato nella pratica.

E per di più sinceramente amante dell’equitazione e dei cavalli.

Montare era tra i suoi passatempi preferiti sin da bambino.

Aveva una passione particolare per i Purosangue Arabi che trasmise anche al figlio Umberto I e a cavallo cacciava anche su per gli impervi sentieri dell’arco alpino, dalla Valle Gesso alla Valtournenche.

Il monumento di Milano, opera dello scultore Ettore Rosa e inaugurato nel 1896, raffigura Vittorio Emanuele appena prima della battaglia di San Martino.

E’ il 1859, sarà l’ultimo scontro della seconda guerra d’indipendenza e l’allora “semplice” re di Sardegna frena con mano ferma il suo focoso cavallo e si gira sulla sella per incitare i suoi.

Chissà, magari stava davvero facendo quella battuta di spirito in piemontese poi passata alla storia: “Fieuj, o i pioma San Martin o j’àuti an fan fé San Martin a noi!” che tradotta dal piemontese in italiano suona come “Ragazzi, o prendiamo San Martino o gli altri fanno fare San Martino a noi!”.

L’11 novembre, giorno di San Martino, nell’ambiente rurale era infatti per tradizione riservato al cambio di lavoro e ai traslochi.

Perfettamente in linea col personaggio quindi, così a suo agio quando poteva comportarsi quasi come un suddito qualunque e perfettamente felice con la sua Rosina, moglie morganatica e figlia di un cocchiere che fu tamburino maggio re in gioventù.

Peccato solamente che questo re cavaliere avesse poco fiuto per quello che riguarda l’ippica.

Rimandò Vandalo, poi diventato uno dei cavalli più celebri dei tempi eroici del trotto, al suo allevatore perché era stato giudicato troppo problematico di carattere.

Vandalo poi vinse fino a 23 anni e si portò in scuderia più di 200 vittorie…

Ma questa è un’altra storia, e in fondo è bello che non tutti i lieto fine abbiano per protagonista un principe più o meno azzurro, no?

Da questa pubblicazione la foto che segue: perché anche i re facevano trekking a cavallo, con la scusa della caccia.

Qui Vittorio Emanuele II è sicuramente meno epico di come è raffigurato nel monumento a Milano.

Ma certamente molto più vicino a tanti di noi amanti del turismo equestre.

ll re Vittorio Emanuele II davanti ad una tenda durante una battuta di caccia sul Gran Paradiso, circa 1860: lo stalliere gli sta portando il suo cavallo – da uno scritto del dottor Marco Cima