Un gesto d’addio diventato virale sui social, una poesia commovente e una domanda difficile: perché il fine vita dei cavalli viene affrontato in modi apparentemente diversi fra Italia e mondo anglosassone?
Sempre per rimanere in tema di video più o meno virali, social e imperscrutabili algoritmi, ci è capitato di vedere più di un filmato nel quale venivano tagliati i crini della coda di un cavallo.
Di sottofondo, una musica romantica, parole affettuose ed emozione da tagliare col coltello.
Ma il taglio dei crini veniva effettuato su un pony ancora in piedi, lucido, in carne e ben toelettato.
C’era qualcosa di stridente fra la consapevolezza che quel pony fosse vivo ancora per poco e il suo apparente stato di forma, del tutto normale e accettabile.
Il gesto richiamava una poesia di Miska Carlberg Paget, veterinaria di grandi animali in Arizona. Ma anche cantante country, musicista e poetessa: The Best Horses in Heaven, They Have No Tail.
Nella poesia, i cavalli migliori arrivano in Paradiso senza la coda.
Non perché l’abbiano perduta, ma perché ne hanno lasciato un ciuffo sulla Terra, nelle mani di qualcuno che li ha amati profondamente.
Quando un giorno quella persona li raggiungerà, porterà con sé i crini conservati e il cavallo tornerà finalmente completo.
È un’immagine delicata, bellissima. La coda diventa il segno visibile di un legame che nemmeno la morte può interrompere.
Ma c’è una differenza sostanziale fra il significato della poesia e ciò che vediamo nei vide. La poesia racconta il ricordo di un cavallo amato, il video mostra un animale ancora vivo al quale si sta dando l’addio.
E inevitabilmente viene da domandarsi: perché proprio adesso?
Un cavallo può sembrare sano e non esserlo
È una domanda comprensibile, ma alla quale le immagini non possono rispondere.
Un cavallo può essere ben nutrito, avere il mantello lucido, guardarsi intorno con curiosità e, contemporaneamente, soffrire di una malattia grave o irreversibile.
Non tutte le patologie sono visibil. Non tutte le sofferenze si manifestano con un animale abbattuto, magro o incapace di reggersi in piedi e, soprattutto, il benessere di un cavallo non coincide con il suo aspetto .
Una valutazione veterinaria deve considerare il dolore, la possibilità di controllarlo, la prognosi, la capacità dell’animale di compiere i comportamenti fondamentali della propria specie e la prospettiva di una vita ancora accettabile.
Può quindi accadere che un cavallo apparentemente in buone condizioni abbia davanti a sé un peggioramento inevitabile.
Ma può anche accadere che un proprietario si trovi a prendere una decisione difficile in una situazione meno netta, nella quale entrano in gioco possibilità terapeutiche, gestione quotidiana, rischi e risorse disponibili.
Non possiamo sapere quale sia il caso del pony che abbiamo visto.
E non sarebbe corretto giudicare chi gli sta accanto soltanto sulla base di pochi secondi di filmato.
Resta però una domanda che merita di essere affrontata.
Il fine vita dei cavalli: Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti
Nei Paesi anglosassoni, soprattutto in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, il tema dell’eutanasia equina viene affrontato anche attraverso strumenti pubblici di informazione e accompagnamento alla decisione.
La British Horse Society, per esempio, dedica al fine vita dei cavalli un’intera sezione informativa. Il programma Friends at the End offre sostegno ai proprietari che devono affrontare la perdita del proprio animale, prima, durante e dopo l’eutanasia.
Negli Stati Uniti, l’American Association of Equine Practitioners mette a disposizione linee guida che prendono in considerazione la sofferenza, la prognosi, la qualità della vita e le condizioni concrete nelle quali il cavallo viene mantenuto.
Questo non significa che nel mondo anglosassone si ricorra all’eutanasia con leggerezza, né che in Italia i veterinari affrontino il problema con criteri necessariamente diversi.
Significa, piuttosto, che esistono modalità differenti di organizzare e comunicare il percorso del fine vita.
In Italia la questione viene spesso affrontata nel rapporto diretto fra proprietario e medico veterinario, in un quadro normativo e deontologico che attribuisce grande importanza alla tutela dell’animale e alla giustificazione dell’intervento.
Ma quanto sono davvero diverse le decisioni prese nei vari Paesi e quanto, invece, cambia semplicemente il modo di parlarne?
Sono due domande distinte, che non dovremmo confondere.
Quando scegliere di non aspettare l’ultimo giorno
C’è poi un’altra differenza, forse ancora più interessante, che emerge frequentemente nelle discussioni anglosassoni sul fine vita.
È l’idea che, in determinate circostanze cliniche, possa essere preferibile programmare una morte serena piuttosto che attendere un’emergenza, una crisi dolorosa o il momento in cui l’animale non riesce più ad alzarsi.
Non si tratta di una regola universale e nemmeno di una scorciatoia per evitare le difficoltà della vecchiaia. E’ una valutazione che può avere senso soltanto quando esistono ragioni cliniche e di benessere animale sufficientemente solide.
Perché fra accompagnare un cavallo fino alla fine naturale della sua vita e risparmiargli un’agonia prevedibile non dovrebbe esserci una contrapposizione ideologica.
La domanda centrale rimane sempre la stessa: che cosa è meglio per quel cavallo, in quelle condizioni?
E la risposta non può dipendere dalla sensibilità del pubblico di un social network.
E per i cani e i gatti è diverso?
Il confronto diventa ancora più interessante se allarghiamo lo sguardo agli animali da compagnia.
Cani e gatti vivono con noi, spesso dentro le nostre case, e il loro fine vita viene affrontato in un contesto emotivo e pratico diverso da quello di un cavallo.
Eppure le domande fondamentali si assomigliano moltissimo.
Quanto dolore è ancora possibile controllare, quanto pesa una malattia sulla vita quotidiana? Quando un trattamento prolunga davvero una vita buona e quando rischia soltanto di prolungare la sofferenza?
Cambiano le specie, cambiano le possibilità di assistenza, cambiano le condizioni nelle quali gli animali vivono ma il problema etico resta.
E sarebbe interessante capire se le differenze che percepiamo fra Italia e paesi anglosassoni riguardino davvero la disponibilità a ricorrere all’eutanasia oppure, soprattutto, il modo in cui la decisione viene discussa, condivisa e accompagnata.
Il taglio della coda e il bisogno umano di conservare qualcosa
Torniamo allora a quel pony: il taglio dei crini della coda non è una procedura veterinaria necessaria all’eutanasia. È un gesto simbolico, un ricordo che qualcuno sceglie di conservare.
Come una fotografia, una ciocca di capelli, un oggetto appartenuto a una persona cara può essere un modo per rendere sopportabile il distacco, per dare una forma concreta a un legame che non si vuole perdere.
Ed è difficile non comprendere il bisogno che lo ispira.
Quello che lascia perplessi, semmai, è la trasformazione di un momento così intimo in un contenuto destinato alla circolazione sui social.
La musica, il montaggio, le parole sovrapposte alle immagini possono rendere commovente una scena della quale, però, ignoriamo quasi tutto ciò che sarebbe davvero importante conoscere.
Non sappiamo quale sia la diagnosi, non conosciamo la prognosi, non sappiamo come sia stata valutata la qualità della vita dell’animale: vediamo soltanto un addio.
E forse è proprio questa la riflessione che vale la pena fare.
Una buona morte non si riconosce dalla bellezza del video, ma dalla solidità della diagnosi, dalla valutazione della sofferenza e dal rispetto per l’animale.
La poesia di Miska Paget ci racconta quanto possa essere profondo l’amore per un cavallo: il nostro compito, quando arriva il momento più difficile, è fare in modo che quell’amore non perda mai di vista lui, il cavallo.
Su questo tema torneremo, chiedendo a medici veterinari italiani e britannici come si valuta la qualità della vita di un cavallo, quando l’eutanasia può rappresentare una scelta di tutela.
E quanto le differenze culturali incidano sul modo in cui affrontiamo il momento dell’addio.






















