Coriano, settembre 1944. Sulle colline della Romagna la guerra ha trasformato la campagna in un paesaggio irriconoscibile. I campi sono stati devastati dai bombardamenti, le strade quasi inesistenti, le case divelte dalle esplosioni. Sono giorni durissimi, in cui si combatte senza sosta per tentare di sfondare la Linea Gotica. I soldati dell’8th Princess Louise’s New Brunswick Hussars sono arrivati dall’altra parte dell’oceano, ma molti di loro vengono da un mondo che assomiglia molto a quello che hanno davanti: sono ragazzi cresciuti nelle fattorie del New Brunswick, abituati ai cavalli, ai campi e alla vita rurale. A Coriano, però, di quella campagna è rimasto ben poco, a parte fumo e cenere. È in questo scenario che, nella notte del 15 settembre, alcuni di loro sentono il lamento di un animale.
Seguono il rumore e trovano una puledrina, da sola.
È molto giovane, forse appena un mese secondo alcune ricostruzioni ufficiali. È ferita, denutrita, spaventata e continua a girare intorno al corpo della madre, uccisa durante i combattimenti. Da giorni, probabilmente, non si allontana da quel punto. Poi un’altra esplosione la raggiunge e un frammento di metallo le provoca una nuova ferita. Per i soldati potrebbe essere soltanto uno degli innumerevoli animali rimasti vittime della guerra, una presenza destinata a scomparire insieme a tante altre cose che in quei mesi stanno scomparendo. Invece qualcuno decide che, questa volta, non deve essere così.
La raccolgono e la portano al posto di medicazione del reparto. Il problema è che lì non c’è un veterinario. C’è il capitano Tom Dalrymple, un medico militare abituato a curare le persone, non i cavalli. Secondo la storia conservata dal reggimento, la sua prima reazione è quella di protestare: lui non è un veterinario! Ma alla fine, come si fa a rifiutare di salvare una vita? E così, si mette al lavoro. La puledra viene medicata e, prima delle cure, e si narra che le venga persino somministrata una razione di rum, una piccola scena che raccontata oggi sembra quasi surreale, ma che appartiene alla memoria tramandata dagli Hussars.
La responsabilità quotidiana della puledra viene affidata soprattutto ai meccanici del reparto. Tra loro c’è Gordon Bickerton, che molti anni dopo l’avrebbe ricordata come la sua dolce migliore amica di quel periodo. La puledrina divenne ben presto amata da tutto il reggimento. Quei soldati non hanno soltanto trovato una cavalla ferita: si sono ritrovati improvvisamente con qualcosa di cui occuparsi, qualcuno da nutrire e da proteggere mentre intorno a loro continuavano a cadere bombe e proiettili.
Il nome arriva quasi naturalmente. La chiamarono Princess Louise, come il reggimento, che portava il nome della principessa Louise, figlia della regina Vittoria. Da quel momento la puledra entra ufficialmente nella famiglia degli Hussars e ne diventa la mascotte. I soldati le prepararono persino un piccolo stendardo con scritto Princess Louise, da sistemarle sulla schiena durante le occasioni ufficiali.
Ma il vero problema arriva quando il reggimento deve spostarsi. Princess Louise non può essere semplicemente caricata su un mezzo militare come un soldato o un equipaggiamento qualsiasi. Le regole non prevedono che gli uomini portino con sé un animale. E così, quando arriva il momento di trasferirsi su nuovi campi di battaglia, i soldati decidono che è arrivato il momento di fare quello che serve.
La nascondono.
Costruiscono un piccolo spazio all’interno di un camion da tre tonnellate e coprono questo piccolo box sotto l’equipaggiamento e i bagagli militari. Fuori dal camion ci sono le strade devastate della guerra, le colonne di mezzi, i villaggi distrutti; dentro, in uno spazio ricavato quasi clandestinamente, viaggia una puledra italiana. Gli Hussars riescono così a portarla fuori dall’Italia e a tenerla con loro durante i successivi spostamenti attraverso la Francia, il Belgio e i Paesi Bassi.
La loro piccola missione parallela continua fino alla fine della guerra. Nel maggio del 1945, quando la Germania si arrende, Princess Louise si trova in Olanda insieme al reggimento e prende parte, in qualche modo, alla celebrazione della fine del conflitto. Ma anche questa volta non può semplicemente salire sulla nave che riporterà gli uomini in Canada. Rimane in Gran Bretagna per circa tre mesi, affidata alle cure del Royal Army Veterinary Corps, mentre gli Hussars fanno ritorno a casa.
È una separazione breve rispetto a tutto quello che hanno attraversato insieme, ma nessuno ha intenzione di lasciarla in Europa. Nel marzo del 1946 Princess Louise viene imbarcata sulla Leerdam, una nave olandese diretta a New York. Da lì prende il treno per Saint John, nel New Brunswick.
Quando arriva in Canada, ad aspettarla non ci sono soltanto i suoi soldati, ma un’intera popolazione. Per l’occasione furono addirittura fatti uscire gli alunni prima da scuola. Tutti volevano salutare Princess Louise.
Il 27 marzo 1946, a Saint John, Princess Louise viene accolta con una cerimonia ufficiale e una parata degli Hussars. Porta addosso le insegne del reggimento, il distintivo della 5th Canadian Armoured Division e le sue decorazioni di guerra: la 1939-45 Star, l’Italy Star, la France-Germany Star, la Canadian Volunteer Service Medal, la Victory Medal e tre strisce che ricordano le ferite riportate durante il conflitto. Per una cavalla che pochi mesi prima vagava ferita accanto alla madre morta, è un’accoglienza difficile persino da immaginare.
Quel giorno succede anche qualcosa di singolare. A Princess Louise viene riconosciuta la cittadinanza canadese, e accolta come membro della Royal Canadian Legion. Sul modulo d’iscrizione non può ovviamente mettere una firma: lascia la propria impronta dello zoccolo. Quel foglio, con la sua traccia impressa accanto alla data del 16 aprile 1946, è ancora oggi conservato come una delle testimonianze della sua storia.
A Hampton incontra poi il capitano Thad Stevens, che si offre di ospitarla nella propria proprietà.
La sua vita canadese non sarà però una pensione nell’ombra. Princess Louise continua a partecipare a parate e cerimonie, rimane una presenza amatissima dagli Hussars e viene trattata a tutti gli effetti come una veterana del reggimento. Nel 1954 nasce una sua figlia, Princess Louise II, fotografata insieme a lei a Camp Sussex con il sergente Gordon Bickerton, uno degli uomini che avevano contribuito ad accudire la madre vent’anni prima. Anche la figlia diventerà mascotte del reggimento.
Princess Louise muore nel 1973, all’età di circa 29 anni, e viene sepolta a Hampton, nel New Brunswick. A quel punto sono trascorsi quasi trent’anni da quella notte di settembre in cui i soldati l’avevano trovata a Coriano. La vita di un cavallo diventa la testimonianza che ancora oggi ci racconta di come, mai come in guerra, gli uomini abbiano bisogno di un cavallo per tornare persone.
Per questo, ancora oggi, il ricordo di Princess Louise non appartiene soltanto alla storia militare canadese. Appartiene anche a quella parte più silenziosa della guerra che raramente finisce nei libri: quella fatta di piccoli gesti, di animali raccolti lungo la strada, di uomini che per qualche minuto smettono di essere soldati ma scelgono di salvare anziché uccidere.
Coriano, 1944. In mezzo alle macerie della Linea Gotica, alcuni soldati canadesi trovano una puledra ferita. Avrebbero potuto lasciarla lì. Scelsero invece di farla viaggiare con loro attraverso la guerra.






















