Pagoro è stato il tipico rappresentante dei valori e delle qualità dei cavalli sportivi prodotti dall’allevamento italiano classico e tradizionale, quello – per intenderci – che dall’inizio del Novecento arriva più o meno alla fine degli anni Settanta. Quel tipo di allevamento precedente l’affermazione in Europa del concetto trasversale di ‘cavallo sportivo’, frutto di incroci e genealogie indipendenti dalle tipicità locali e regionali grazie alle moderne tecniche di gestione del seme degli stalloni e di fecondazione delle fattrici.
Caratteristiche distintive di quel tipo di cavallo italiano (che non fosse il cavallo agricolo, o comunque il prodotto di razze rurali) erano la nevrilità, l’agilità, una morfologia che combinava proporzioni perfette e leggerezza del fisico, il tutto innestato su di un carattere forte, talvolta non semplice da gestire, ma tipico di soggetti che una volta entrati in sintonia con il proprio cavaliere avrebbero affrontato qualunque difficoltà, anche a dispetto di risorse fisiche sotto il profilo della potenza pura non certo paragonabili a quelle dei ‘colleghi’ irlandesi o (soprattutto in quel periodo) tedeschi. Insomma, la diretta conseguenza dell’unione tra stalloni purosangue e fattrici derivate, figlie di purosangue o di stalloni di sangue orientale: in Irlanda e Germania – le due nazioni allora principali produttrici di cavalli sportivi – si utilizzava ugualmente il purosangue, ma unito in prevalenza a cavalle da lavoro agricolo e da tiro leggero, quindi generatrici di puledri che ne ereditavano la possanza e la forza fisica inserite sul ‘sangue’ paterno.
Piccolino (poco più di un pony: 1.48 al garrese… !), sauro, ardente, coraggioso, indomito, Pagoro nasce nel 1944 nell’allevamento governativo di Persano (la famosa Razza di Persano), figlio del purosangue Grazzano (sauro nato nel 1935 da Ortello e da una figlia di Havresac) e della derivata orientale Zagora. Sebbene nella memoria collettiva storica sia associato quasi in automatico alle competizioni di salto ostacoli in particolare sotto la sella di Salvatore Oppes, Pagoro in realtà il primo campionato internazionale della sua favolosa carriera l’ha affrontato nella specialità del completo: le Olimpiadi del 1952 a Helsinki.
In Finlandia Pagoro viene montato dall’allora tenente Piero d’Inzeo, componente una formazione azzurra che schiera anche lo stesso Salvatore Oppes su Champagne e Lucio Manzin su Golden Mount. Per la squadra il risultato è negativo (eliminazione, dovuta alle eliminazioni di Manzin e Oppes) mentre per d’Inzeo e Pagoro è… contraddittorio: 9° dopo la prova di addestramento e 6° alla fine dopo una magnifica prestazione senza errori in campo ostacoli. Quindi un ottimo piazzamento, su 59 concorrenti: ma in realtà avrebbe potuto corrispondere alla medaglia d’argento, se non ci fossero stati 20 punti di penalità nel percorso di cross, raccolti solo perché Piero d’Inzeo decide di fare un’ampia volta davanti a un ostacolo ritenendo altrimenti di rischiare di giungervi in condizioni non ideali. Dunque Pagoro termina l’Olimpiade di completo penalizzato solo a causa di questo motivo: ma senza commettere alcun errore o rifiuto.
Scrive il Cavallo Italiano – il giornale della Fise – a proposito della prestazione di Piero d’Inzeo e Pagoro nel cross olimpico di Helsinki: «Dopo l’eliminazione di Oppes, i precisi ordini di scuderia vengono maggiormente confermati: puntare sulla classifica individuale chiedendo al cavallo tutto quello che può (poiché l’eliminazione di Oppes su Champagne elimina anche la squadra, n.d.r.). Pagoro prende il via svolazzando sugli ostacoli e tirando sul ferro; passa sicuro sull’undicesimo e sul diciassettesimo ostacolo e si avvia verso la fine facendo sfoggio di forma e di grandezza. Al ventinovesimo ostacolo però, una staccionata posta al limite di un ripido discesone, d’Inzeo avverte che il cavallo non è giusto, lo ferma allora deliberatamente (dirà poi per non incorrere in una caduta e quindi in una maggiore penalizzazione) e lo passa dopo aver compiuto una volta che gli costerà 20 punti di penalità. Si avvia quindi verso gli ultimi ostacoli e tra il penultimo e l’ultimo quasi non riesce a girare in un angolo retto tanta è la foga e la freschezza del generoso cavallo a stento dominato dal suo ottimo cavaliere».
Una significativa curiosità: è proprio Pagoro il cavallo montato da Piero d’Inzeo ritratto nella fotografia di copertina della riedizione di “Campo di prova” (prima uscita per Rizzoli nel 2002), magnifica raccolta di sei racconti a firma di Patrizia Carrano riproposta recentemente dalla casa editrice More Than a Horse. L’obiettivo coglie il binomio in una fase di lavoro proprio a Helsinki, poco prima dell’inizio delle gare olimpiche.
Subito dopo i Giochi finlandesi Pagoro passa a Salvatore Oppes dando così inizio alla storia di uno dei binomi più importanti della storia del salto ostacoli azzurro. Nel Campionato del Mondo di Madrid 1954 Oppes e Pagoro chiudono al 4° posto al termine della finale con lo scambio dei cavalli rimanendo alle spalle del tedesco Hans Guenter Winkler su Halla, del francese Pierre Jonquerès d’Oriola su Arlequin D e dello spagnolo Francisco Goyoaga su Baden: ma il ‘piccolo’ Pagoro ottiene complessivamente il risultato migliore nella classifica riservata ai cavalli!
Olimpiadi di Stoccolma 1956: l’Italia conquista la medaglia d’argento con Raimondo d’Inzeo su Merano, Piero d’Inzeo su Uruguay e Salvatore Oppes su Pagoro, la prima medaglia olimpica azzurra (unita a quelle individuali d’argento e di bronzo di Raimondo e Piero) dopo la fine della seconda guerra mondiale… Oppes ottiene il risultato meno brillante dei tre con un totale di 47 penalità (23 e 24 nelle due manches) ma va tenuto conto che le barriere a Stoccolma fioccano copiose: la Germania vince con un totale di 40 penalità, l’Italia segue con 66, la Gran Bretagna è medaglia di bronzo con 69.
L’anno seguente, il 1957, vede Salvatore Oppes su Pagoro conquistare la medaglia di bronzo nel Campionato d’Europa a Rotterdam, alle spalle di Hans Guenter Winkler su Sonnenglanz e del francese Bernard de Fombelle su Bucephale.
Nel 1958 Salvatore Oppes a causa di impegni di carattere militare deve limitare significativamente la sua attività agonistica: i vertici militari dell’Arma dei Carabinieri decidono quindi di affidare Pagoro al giovane sottotenente Giancarlo Gutierrez per i primi sei mesi dell’anno: il nuovo binomio si rende protagonista di buone prove nelle Coppe delle Nazioni di Nizza (Italia al 3° posto, Pagoro 8/4 penalità) e soprattutto di Roma (Italia al 2° posto, Pagoro 12/8).
A proposito di Piazza di Siena, Pagoro è presente nella squadra azzurra di Coppa delle Nazioni dello Csio di Roma (allora Chio) cinque volte consecutive: nel 1955, ’56 e ’57 montato da Salvatore Oppes e con l’Italia sempre al 1° posto, nel 1958 appunto con Giancarlo Gutierrez, nel 1959 nuovamente con Oppes e l’Italia in seconda posizione. Sarà poi proprio la magica arena di Villa Borghese teatro dell’ultima impresa dell’ormai ventenne Pagoro nel 1964: montato dal sottotenente Paolo Angioni e insieme a Piero d’Inzeo su Damigella la vittoria della categoria di staffetta. Un risultato di cui Paolo Angioni è sempre andato molto fiero, e non certo per il prestigio o per la difficoltà di una gara tutto sommato di contorno: no, il campione olimpico di completo a squadre di Tokyo di quello stesso 1964 ha sempre considerato un grande onore aver associato il proprio nome a quello di Pagoro in occasione dell’ultimo atto della formidabile storia sportiva del figlio di Grazzano. Quella gara è infatti l’ultima per Pagoro: poi la pensione.
Pagoro trascorre gli ultimi anni della sua vita nei verdi paddock della Scuola Militare di Equitazione a Passo Corese, trattato e considerato come un vero e proprio re della scuderia. Nemmeno con il peso dell’età questo piccolo grande campione ha mai perso un grammo della sua fierezza e del suo carattere, forte delle vittorie raccolte in quasi quindici anni di carriera a Roma, Madrid, Lisbona, Parigi, Londra, Dublino, Aquisgrana, Rotterdam, Lucerna, Ostenda, Nizza… vale a dire i teatri più prestigiosi del salto ostacoli mondiale.
Pagoro muore a 26 anni d’età nel giugno del 1970. Il Cavallo Italiano (il giornale della Fise) conclude l’articolo che ne celebra il ricordo con queste parole: «Onorò la nostra bandiera e fu lui stesso una bandiera del nostro sport tanto da meritarsi, ieri da vivo e oggi da morto, l’unanime ammirazione e gratitudine per quel che ha fatto, per quel che è stato».
























