Stefano Cesaretto, bresciano, nato il 14 luglio 1964, da cavaliere un Campionato d’Europa e un Campionato del Mondo (più due rassegne continentali da young rider), dal primo gennaio del 2026 commissario tecnico della squadra nazionale azzurra di salto ostacoli.
Il Campionato del Mondo di Aquisgrana è terminato lo scorso 23 agosto, per lei il primo campionato internazionale nel ruolo di selezionatore della squadra azzurra: come lo ha vissuto in avvicinamento e poi una volta ad Aquisgrana?
«Con una grande tensione che però ho cercato di tenere dentro di me e di non comunicare all’esterno, soprattutto ai ragazzi della squadra».
Per tutto lo sport equestre azzurro il Campionato del Mondo di Aquisgrana era l’appuntamento più importante della stagione, ma meglio sarebbe dire delle ultime stagioni… Lei quando ha cominciato a pensare concretamente alla composizione della squadra?
«Direi appena assunto il mio incarico, a inizio di stagione. Ho subito iniziato a pensare a come avrei potuto gestire la situazione e soprattutto alle risorse disponibili in termini di cavalli e cavalieri. E non è che avessimo tutta questa grande quantità di materiale su cui fare una selezione».
Si è messo subito in contatto con i componenti la squadra?
«Ci siamo sentiti con costante regolarità, loro mi mandavano sempre i video, siamo stati in contatto continuo, e questo contatto ha dato serenità sia a me sia a loro. All’immediata vigilia del Campionato del Mondo ci siamo sempre sentiti tutti insieme con anche il nostro chef d’équipe Marco Bergomi, con il nostro veterinario. È chiaro che poi una volta ad Aquisgrana la tensione è aumentata».
E lei come l’ha vissuta?
«Beh, dico solo che ogni sera mi sono addormentato facilmente, salvo poi risvegliarmi sempre alle due di notte con in testa i pensieri sulla giornata che avremmo vissuto. Ogni notte… Alla fine ho dormito veramente poco durante quei giorni!».
Lei è il commissario tecnico della squadra che ha raggiunto la qualificazione olimpica dopo 24 anni: non è emozionato all’idea?
«Mi sono emozionato tantissimo nei giorni successivi, giorno dopo giorno, più che nel momento in cui il risultato è stato ottenuto. L’emozione è quella di uno che ha fatto lo sport da cavaliere, prima ancora di quella in veste di tecnico. Io poi sono un tipo abbastanza emotivo, quindi ad Aquisgrana ho dovuto impormi un forte autocontrollo proprio per non condizionare troppo i nostri ragazzi».
Uno dei componenti la squadra poi non è esattamente una persona qualsiasi per lei: Giulia Martinengo Marquet oltre a essere una colonna della nostra formazione è anche sua moglie e compagna di vita: un motivo di ulteriore emozione? Come fate a gestire le cose tra voi?
«Giulia è una persona molto intelligente: grazie a questo siamo sempre riusciti a tenere ben separate le nostre due dimensioni, quella di amazzone e tecnico, e di moglie e marito. È un fatto anche di professionalità e di rispetto dei ruoli: è questo che ci ha permesso di stare insieme 28 anni mantenendo forte e produttivo il rapporto nell’ambito familiare da una parte e sportivo dall’altra. Quando lei esce dal campo di gara io le butto addosso tutto, le dico tutto quello che devo dire, a volte anche in modo eccessivamente severo, però poi la cosa finisce lì e si chiude».
Qual è la cosa più importante che deve fare lei nel suo ruolo di commissario tecnico nei confronti dei componenti la squadra?
«Noi abbiamo un ampio gruppo di cavalieri bravissimi: non hanno bisogno di qualcuno che dica loro come montare a cavallo, lo sanno benissimo da soli. Quello che devo fare io è cercare di mettere ciascuno di loro nelle condizioni ideali per poter rendere al meglio».
E… come si fa?
«Partiamo dal presupposto che io sono a loro completa disposizione: e loro lo sanno, ovviamente. Qualunque cosa io possa dare loro, loro da me l’avranno. Cerco poi di condividere al massimo qualunque situazione: il campo prova, la ricognizione del percorso, il lavoro a casa, scelte e decisioni… Quando siamo in concorso poi cerco sempre di organizzare una riunione a fine gara trovandoci tutti insieme per ragionare sul percorso e sulle varie prestazioni».
Ma nel concreto, qualche esempio?
«Non so… prendiamo Giacomo Casadei, che ha sempre vicino sia la madre sia il padre. Lui è un ragazzo molto giovane e professionalmente molto maturo: ma non bisogna trattarlo da ragazzo molto giovane all’inizio del suo percorso sportivo e professionale, bensì da professionista per l’appunto molto maturo. È quella la dimensione che va valorizzata, facendogli sentire la massima fiducia».
Piergiorgio Bucci?
«Un leader. Ma non solo perché è meno giovane e dunque più maturo degli altri, no: è un leader perché è un uomo di squadra, uno che crea energia positiva dentro la squadra con il suo comportamento, con le sue parole, con il suo esempio. Come Bruno Chimirri… In una squadra c’è molto bisogno di figure come Piergiorgio Bucci e Bruno Chimirri, sempre».
Olimpiadi: metabolizzata la grande gioia per questa qualifica guadagnata dopo 24 anni, adesso bisognerà pensare a come fare per gareggiare il meglio possibile a Los Angeles nel 2028. Per lei cosa significa tutto ciò da un punto di vista di pianificazione e di progetto?
«A novembre di quest’anno dobbiamo iniziare a sviluppare un programma per alcuni binomi che da subito seguano una strada precisa, un iter concordato che ci permetta di tenerli allenati ma nel contempo preservandoli il più possibile. Nello stesso tempo però ci sono alcuni cavalieri che avranno in calendario concorsi di altissimo livello e per loro bisognerà sviluppare un programma più ampio, per uno sport che è importante sia economicamente sia per guadagnare punti nella computer list. Dire oggi che io ho già in mente la squadra per le Olimpiadi sarebbe una stupidaggine».
Due cavalli come Delta de l’Isle e Hantano non hanno certo bisogno di conferme: nel 2028 avranno rispettivamente 15 e 16 anni, pensa che sarà necessario stabilire un programma speciale per loro in vista delle Olimpiadi?
«Bisogna programmare le cose a lungo termine per dare modo a questi due cavalli di arrivare al momento del dunque nella massima forma e nella migliore situazione possibile, ma bisogna anche vivere un po’ alla giornata perché lo sport spesso presenta sorprese: io spero che lungo il cammino di avvicinamento a Los Angeles emerga qualcosa di nuovo sulla scena del nostro salto ostacoli, anche in funzione del Campionato d’Europa del prossimo anno».
Ecco, questo è un argomento importante: la prova continentale per noi non avrà il significato di un dentro o fuori in prospettiva olimpica come accaduto sempre in passato perché la qualifica è già stata ottenuta ad Aquisgrana. Come pensa di gestire quella gara: sarà una tappa sperimentale oppure punteremo al risultato, anche se una cosa non esclude a priori l’altra?
«Spero ovviamente che il Campionato d’Europa possa servire per far crescere nuovi binomi, ma ovviamente in questo momento non sono certo nella condizione di anticipare chi saranno i quattro per quell’impegno. Spero anche di non dover schierare Delta de l’Isle e Hantano: però se questi due cavalli avessero fatto un avvicinamento in protezione, stessero bene, fossero in forma e noi non avessimo quattro binomi pronti per un Campionato d’Europa, beh… non escludo l’ipotesi di prendere entrambi in considerazione. Ma ripeto: spero che non se ne presenti il caso».
Pensa che il ritorno dell’Italia alle Olimpiadi possa servire anche come innesco per stimolare nuovi proprietari, nuovi sponsor, nuove iniziative legate allo sport?
«Io penso che il sogno olimpico sia nel cuore di chiunque ami lo sport, qualunque sport. Il risultato che abbiamo ottenuto ad Aquisgrana credo abbia dato una scossa positiva a tutto l’ambiente, all’amore per la nostra nazione in questo sport, all’amore per la squadra, per i colori. La gioia di vedere l’Italia nuovamente a quei livelli di competizione. La passione per la squadra da parte dell’ambiente è uno degli ingredienti importantissimi per ottenere i risultati. Quindi spero di sì: spero che il ritorno dell’Italia alle Olimpiadi inneschi un circolo virtuoso all’interno del mondo del nostro sport».
























