In realtà dovevamo esserci anche noi lì, a San Piero a Grado, in provincia di Pisa, per la XX Benedizione degli Animali in occasione della memoria liturgica di Sant’Antonio Abate.
Poi l’influenza e un altro carico di accidenti assortiti ci hanno messo i bastoni tra le ruote, e nemmeno quest’anno siamo riusciti ad onorare l’invito di Alessandro Bellandi e gli altri amici dell’associazione Tradizioni di Maremma.
E allora che si fa?
Ovvio: telefoniamo a Bellandi e ci facciamo raccontare tutto.
Alessandro, ci parli di questa edizione della Benedizione di Sant’Antonio Abate a San Piero a Grado, dal punto di vista di uno degli organizzatori.
“Siamo di questo piccolo paese vicino Pisa, dove si trova la Basilica romanica. È un luogo molto importante per noi, anche perché da qui siamo partiti per il viaggio a cavallo verso Roma.
Da vent’anni organizziamo la Benedizione degli Animali: l’idea è nata dalla mia compagna, Serena Bargagna, e poi l’abbiamo portata avanti insieme. Quest’anno, essendo la ventesima edizione, ci tenevamo in modo particolare a fare qualcosa di ancora più curato”.
Come è stata la partecipazione?
“Eravamo 116 binomi. C’erano anche una folta delegazione dell’associaizone Natura a Cavallo, due carrozze e due ragazzi e con i loro cavalli spagnoli. Ho contato mentre eravamo in movimento, quindi può essere che qualcuno mi sia sfuggito: ma i numeri erano quelli”.

Statistica dei cavalli presenti?
“Oggi nel mondo del trekking dominano i cavalli americani. Però c’erano anche diversi Maremmani, e per me è sempre una grande soddisfazione perché sono un appassionato di questa razza e resto convinto che siano cavalli straordinari”.

Foto di Edo Badalamenti
Chi ha impartito la benedizione?
“Don Brian D’Alcanto, un giovane parroco. San Piero a Grado è il suo primo incarico ufficiale e si vede che è molto coinvolto: è una persona energica, vicina ai giovani, capace di creare un ambiente vivo in parrocchia”.
Queste occasioni, che uniscono fede, tradizione e animali, aiutano a rendere più vivi certi luoghi?
“Penso che ogni iniziativa positiva faccia bene. Ogni piccolo contributo porta qualcosa. Le parrocchie oggi soffrono la mancanza di persone giovani o di mezza età che si mettano in gioco. Occasioni come questa aiutano, anche solo a far avvicinare qualcuno che altrimenti non ci sarebbe stato”.
Com’è stata organizzata la manifestazione quest’anno?
“Quest’anno abbiamo deciso di fare tre giorni, non solo uno perché arrivavano persone anche da Lombardia, Piemonte e Veneto, e farli venire per un solo giorno ci sembrava riduttivo. Il primo giorno, il 16 gennaio eravamo in pochi, anche per via del maltempo annunciato: ma abbiamo fatto un’uscita sulle colline livornesi, che sono splendide. Il sabato abbiamo organizzato una passeggiata sul mare, con pranzo finale. In contemporanea, sul prato della Basilica, siamo riusciti finalmente a realizzare una fattoria didattica, un’idea che avevo da anni. Abbiamo coinvolto i bambini delle scuole: hanno preparato pannelli e disegni, soprattutto di animali, che poi abbiamo esposto anche in chiesa per due giorni”.
Un progetto che ha avuto riscontro?
“Sì, moltissimo. I bambini oggi spesso non sanno nemmeno da dove arrivano certi alimenti, per noi era importante offrire loro questa occasione. Abbiamo trovato le persone giuste e il risultato è stato bellissimo. Tanto che poi sono arrivate anche richieste per collaborazioni, feste e attività con le scuole. Ma la cosa più bella è che quando gli abbiamo chiesto di disegnare quello che li rende felici, loro in tantissimi casi hanno disegnato gli animali”.

Foto di Edo Badalamenti
La domenica della benedizione com’è andata?
“Come tutti gli anni ci siamo ritrovati alle 8 del mattino e siamo partiti per un trekking ad anello di circa tre ore attorno al Parco di San Rossore. Colazione nei campi, rientro verso le 12.30 sul prato della Basilica, benedizione e poi pranzo tutti insieme”.
C’è qualcosa, di queste tre giornate, che ti è rimasto particolarmente nel cuore?
“Ogni anno resto colpito dalle persone. Tutti quelli che mi chiamano e che vogliono esserci. A volte mi chiedo perché continuo a farlo, perché economicamente è una rimessa: ma poi lo rifaccio perché la gente lo chiede, e il paese ci tiene. Per me la vera vittoria è vedere un bambino che arriva con una gallina, si siede e aspetta la benedizione. Lì capisci che certi valori girano ancora”.
Secondo te perché questo evento tra fede e tradizione resiste, mentre altri si sono persi?
“Gli animali sono un veicolo potentissimo. Il cavallo ti avvicina a persone che magari nella vita normale non avresti mai incontrato: ma a cavallo diventiamo tutti uguali, condividiamo storie, esperienze, fatica. Io ho più amici lontani che vicini grazie ai cavalli, e queste occasioni servono per rivedersi, per stare insieme”.
Tu partecipi anche ad altre benedizioni durante l’anno?
“Sì, per almeno quattro settimane sono sempre in giro. È un modo per ricambiare: questa settimana vado a San Rossore, poi a Bergamo poi di nuovo vicino Pisa. È un continuo incontrarsi”.
C’è anche una dimensione molto spirituale in tutto questo.
“Sì. Anche chi si dice non credente, alla fine crede in qualcosa – o magari lo cerca soltanto, ma è già avere una meta. Come nei pellegrinaggi: non conta tanto la meta, ma il mettersi in cammino”.
Quest’anno hai montato un cavallo molto speciale.
“Sì, Libeccio, figlio della cavalla della mia vita, Querula. Una Maremmana che quest’anno ha portato mio nipote, che non montava da anni. È stato emozionante vederla comportarsi ancora una volta da vera professionista: la conferma ulteriore di tutte le sue qualità”.ù
Noi intanto ci poniamo come meta la XXI edizione della Benedizione degli Animali con Tradizioni di Maremma, alla Basilica di San Pietro Apostolo in località San Piero a Grado: vi terremo aggiornati anche su questo viaggio!

Foto di Edo Badalamenti























