Monumenti equestri a Milano: Umberto I, la rollkur e il linguaggio dell’arte

Un paesaggio urbano da non dimenticare, quello che il lockdown ha regalato ai milanesi: riscopriamolo attraverso i suoi monumenti equestri

Il bassorilievo di Luigi Secchi dedicato a Umberto I, foto di Marta Fusetti
Milano, 3 agosto 2020 – Nel numero di luglio 2020 di Cavallo Magazine abbiamo pubblicato un servizio sui monumenti equestri di Milano visti durante il periodo di lockdown.

Monumenti equestri messi in evidenza dalla inusuale mancanza di persone e traffico che lasciava correre l’attenzione ai dettagli.

Vale la pena conoscerli meglio e osservarli con più calma, perché possono ancora raccontarci tante cose.

Come il bassorilievo di Umberto I al Castello Sforzesco, il sigillo che imprime sulla torre del Filarete la dedica al re ucciso a Monza nel 1900 dall’anarchico Gaetano Bresci.

Il sovrano sabaudo era il figlio di Vittorio Emanuele II, primo re d’Italia: ma tanto sapeva apparire alla mano il padre, quanto freddo e distaccato era il figlio.

Umberto I era del tutto diverso dal real genitore.

Si distinse per l’impronta sempre più conservatrice che caratterizzò il suo regno,  per altro ben cominciato con l’abolizione della pena di morte.

Nato nel 1844 e salito al trono nel 1878, sposò la cugina Margherita.

Due volte Savoia, Margherita fu una grande p.r. della dinastia sabauda, capace di veri e propri lampi di genio per quanto riguarda l’ambito della comunicazione empatica.

Ma come lui fondamentalmente legata ad un modello già obsoleto di governo.

Come ha scritto bene Maria Santini, Margherita gradiva le suppliche ma non sopportava le richieste e almeno in questo era uguale al consorte.

Lontani dal punto di vista affettivo (lui rimase fedele tutta la vita all’amante storica, la duchessa Eugenia Litta) erano assolutamente concordi per quanto riguardava la politica.

E costruirono insieme la serie di eventi (tra cui i riconoscimenti accordati al generale Bava Beccaris per la repressione nel sangue dei moti di Milano del 1898) che favorirono il clima negativo in cui nacque l’azione di Gaetano Bresci.

Il re era già sfuggito due volte alle ingenue armi bianche di Passanante a Napoli e di Pietro Acciarito alle corse di Capannelle.

Ma non sopravvisse al revolver di Bresci.

A ben vedere il bassorilievo eseguito da Luigi Secchi nel 1905 racconta adeguatamente Umberto.

Di sapore antico come fu in fondo il suo spirito e poggiato su di una torre ricostruita dal 1901 al 1905 in tempi che stavano diventando moderni, ma su stile rinascimentale.

E in sella: il re amava moltissimo montare a cavallo. Come il padre era un buon cavaliere, disinvolto e coraggioso anche sui campi di battaglia al contrario del figlio Vittorio Emanuele III che come mezzo di locomozione preferì sempre le macchine.

Magari Vittorio Emanuele II si fosse discostato dai gusti del padre anche in politica.

Invece si tenne come consigliere il nefasto Bava Beccaris (ancora lui, sì), che nel 1922 fu tra i più accalorati nel consigliargli di affidare il governo a Benito Mussolini.

Ma torniamo al nostro bassorilievo.

A spiccare sul pallido marmo di Candoglia la mancanza del berretto sul capo di Umberto I: probabilmente un escamotage per non rendere immediatamente moderna e databile l’immagine, adeguandola allo stile della torre restaurata secondo stilemi simil-rinascimentali.

E il fatto che tenga la briglia con la mano destra invece che con la sinistra: licenza poetica, ci sta che l’artista sacrificasse la realtà alle necessità compositive.

Umberto I in sella: la sua mano nella realtà era molto più leggera di quanto si potrebbe pensare guardando il bassorilievo al Castello Sforzesco

L’assetto di Umberto è invece esattamente quello che aveva nella vita reale, testimoniato da tante immagini fotografiche.

Ma la mano dura che incappuccia il cavallo (tale e quale una rollkur odierna) è una licenza dello scultore.

Infatti nelle foto dal vero Umberto aveva la mano leggera e il cavallo sempre in atteggiamento naturale.

Che lo scultore volesse dire qualcosa con quel dettaglio, che volesse parlare tramite una metafora equestre del polso di ferro del sovrano?

Non lo potremo mai sapere, si tratta soltanto di una nostra interpretazione: ma tutto considerato non ci sembra nemmeno tanto campata per aria.

In primo piano in quelle immagini in bianco e nero i suoi celebri baffi a manubrio,.

Veramente imponenti e di cui andava molto orgoglioso, si guadagnano sul marmo tutta l’importanza che ebbero dal vero.

Impossibile guardare i regali mustacchi  e non pensare a quando sedeva a cena con la moglie senza mangiare e indossando implacabile il piegabaffi.

Salvo poi toglierselo una volta assolto l’obbligo formale con la consorte e correre dall’amante, che abitava nel villino poco distante.

Ogni sera, per tutta la vita: perché anche i re hanno i loro affetti stabili.

Qui uno stralcio del servizio sui monumenti equestri di Roma

Di seguito un video tratto dall’archivio di Rai 1 sulle vicende di cui vi abbiamo accennato più sopra