Tutti sappiamo bene quale importanza abbia per un qualsiasi concorso ippico di salto ostacoli il ruolo del direttore di campo. Il primo ad aver avuto tale funzione in pianta stabile e con continuità in Piazza di Siena per lo Csio di Roma è stato Alberto Lombardi, nato nel 1893 (scomparso nel 1975), ufficiale di cavalleria, vincitore nel 1930 su Roccabruna del Gran Premio del concorso internazionale di Aquisgrana (180 partenti, 1.400 mt, cinque percorsi netti nel primo percorso e di questi tre realizzati da cavalieri italiani: oltre al capitano Alberto Lombardi su Roccabruna, il capitano Tommaso Lequio su Norgil e il capitano Francesco Formigli su Montebello).
Alberto Lombardi firma la sua prima Piazza di Siena nel 1935 e arriva fino al momento in cui lo sostituirà nel 1973 Marcello Mastronardi. Una lunghissima storia, la sua, che comprende anche le Olimpiadi di Roma 1960. Una storia che riletta con lo sguardo del presente colpisce anche per una particolarità molto significativa: quella di predisporre sul terreno di gara le combinazioni – gabbie e doppie gabbie – molto spesso a distanze che oggi definiremmo sbagliate, cioè troppo lunghe per una falcata di galoppo o troppo corte per due. Facile immaginare con quali esiti…
Si trattava tuttavia di una scelta deliberata, di tipico retaggio militare. Lo spiega bene Renzo Bonivento (Olimpiadi di Berlino 1936 in salto ostacoli, poi ispettore delle scuole, giornalista e commentatore sportivo) sulle pagine del Cavallo Italiano, la rivista pubblicata dalla Fise dal 1923 al 1971: «Altri ancora sull’esperienza di questo ultimo Chio di Roma (si parla di quello del 1962, n.d.r.) si sono lamentati della eccessiva facilità delle gabbie giuste che non provocano alcuna selezione. Concordo con questi ultimi non per il fatto della selezione (…) ma per non perdere di vista l’essenza stessa del concorso che si ripromette di far saltare in uno spazio limitato gli ostacoli che si trovano comunque nell’aperta campagna. Le gabbie di muri sono quelle dei passaggi di strada; strada che può essere larga o stretta ma che il cavaliere prima di saltare non può scendere da cavallo per pre-misurare l’intervallo tra un muro e l’altro, e non saltare se l’intervallo è superiore o inferiore ai classici 7 metri e 50. Quindi è perfettamente razionale che un percorso affrontato da campioni, e da coloro che aspirano a diventarlo, richieda ai concorrenti, che hanno già visto e controllato da terra ogni difficoltà, quell’intervento giusto e ben dosato che si traduce praticamente in una accelerazione o diminuzione di andatura per entrare giusto o di slancio in una gabbia e doppia gabbia».
Interessante l’opinione al proposito di due grandi fuoriclasse stranieri. Scrive il tedesco Hans Guenter Winkler nel suo libro “Halla, my horses and I” riferendosi ai Giochi di Roma 1960: «I percorsi a Roma sono sempre stati molto difficili. Gli italiani costruiscono percorsi molto ‘furbi’ e noi lo sapevamo. Il problema principale era costituito dalle distanze tra gli ostacoli. La doppia gabbia era sempre una sorpresa e quella del percorso delle Olimpiadi non ha fatto alcuna eccezione».
Dal canto suo il brasiliano Nelson Pessoa è molto più esplicito: «C’è stato un momento in cui l’Italia ha creato una distanza nelle combinazioni dalla quale solo i cavalieri italiani uscivano senza troppi danni, la famosa distanza dei nove metri del generale Lombardi. La trovavamo solo a Roma, era una trappola terribile. Noi cavalieri eravamo furiosi quando venivamo costretti ad affrontare questa distanza volutamente sbagliata».























