Nel 2011 Rossella Olgiati ha affrontato il primo Csio della sua carriera agonistica a Copenhagen. Una carriera che stava vedendo l’amazzone lombarda competere ad alto livello e con risultati molto positivi.
La seconda volta a Copenhagen, proprio su quello stesso campo ostacoli, è stata per Rossella Olgiati lo scorso fine settimana, dal 5 al 9 agosto: Campionato d’Europa Veterani, medaglia d’argento sia a squadre sia individuale. Per lei e per l’Italia un successo magnifico.
Dal 2011 al 2026. Da uno Csio a un Campionato d’Europa. Quello che però nessuno avrebbe potuto immaginare, nemmeno Rossella stessa, è ciò che è accaduto tra queste due date…
«Circa otto, nove anni fa mi è successo qualcosa di strano. Cadevo da cavallo senza alcuna ragione… oppure mi capitava di perdere le redini, così, senza riuscire a controllarmi… Mi sono preoccupata, ovviamente, e molto. Per fortuna sono state escluse malattie neurodegenerative, ma la situazione peggiorava giorno dopo giorno: sono arrivata al punto di non riuscire più a salire le scale, avevo dolori continui, non riuscivo a concentrarmi su nulla, quando non sentivo dolore allora ero preda di una stanchezza che mi spossava».
E non si è capito perché?
«Sì. A un certo punto ho trovato un neurologo che ha diagnosticato con precisione il mio problema: fibromialgia. Mi ha portato da uno specialista esperto di questa malattia».
Adesso è guarita, o sta guarendo?
«No. Non si guarisce mai. Si può solo seguire una terapia del dolore per alleviarne gli effetti. È una malattia che coinvolge il sistema nervoso e quello muscolare, rendendo cronici sia il dolore sia la stanchezza».
Sarà stato difficilissimo affrontare questa consapevolezza…
«Non è facile. Un tempo c’era chi diceva che una delle cause della fibromialgia poteva essere anche la depressione, ma in realtà è l’esatto contrario: è la fibromialgia che può causare depressione perché il dolore cronico determina una qualità della vita davvero tremenda».
Quindi… come si fa?
«Ci si deve abituare, calibrare la propria vita con la consapevolezza di dover convivere con questo problema e sottoporsi a una serie di cure che servono a innalzare la soglia del dolore. Non si guarisce mai, però è importante sapere che per quanto invalidante questa malattia possa essere, si può reagire. Bisogna reagire».
Come ha fatto lei, in effetti…
«Sì, ci ho provato, quanto meno. Per esempio non mi sono rassegnata all’idea di non poter più montare a cavallo e ho continuato a farlo, sebbene con tempi e modi molto diversi dal mio solito nel momento della massima difficoltà: semplicemente montavo una volta ogni dieci o quindici giorni, senza fare nulla di particolare, solo per sentirmi ancora lì, in sella».
Poi però è riuscita a riprendere a pieno ritmo!
«Sì, circa due anni fa ho cominciato a sentirmi meglio. E proprio in quel momento sono andata in Belgio a trovare due miei amici allevatori, Patrick e Natalie Jonkmans. Due persone adorabili, non li vedevo da anni proprio a causa del mio problema. Un tempo ho avuto molti dei loro cavalli in scuderia… ».
Gli Jonkmans sono gli allevatori di Romulus van het Nederveld, il cavallo in sella al quale lei ha vinto le medaglie continentali a Copenhagen, giusto?
«Esatto. Sono stati proprio loro a convincermi del fatto che avrei dovuto fare di tutto per riprovare a montare con assiduità, tanto da consegnarmi Romulus proprio per questo. Devi riprendere a montare, e devi farlo con questo nostro cavallo… Io devo ringraziare Patrick e Natalie con tutto il mio cuore: pochi avrebbero fatto per me quello che hanno fatto loro».
E come è stato riprendere?
«Beh, all’inizio ho fatto garettine molto facili, giusto per vedere se potevo ancora cavarmela in qualche modo… ma sempre con i miei tempi perché continuo ad avere giorni in cui sto male, altri in cui mi sento benino, però in linea di massima riesco a stare in piedi e a fare le mie cose!».
Ma il suo coinvolgimento nel progetto Veterani come è avvenuto?
«Un giorno ho incontrato Giorgio Masiero. Gli ho fatto vedere un video del mio cavallo, lui l’ha mandato a Stefano Nogara (tecnico selezionatore della squadra Veterani, n.d.r.), Stefano mi ha spronato a fare le tappe di avvicinamento al Campionato d’Europa Veterani, io nel frattempo avevo saltato qualche gara da 1.40 e… così è nato tutto».
In tutto ciò sentendosi come, fisicamente e mentalmente parlando?
«Adesso devo dire che riesco a fare le mie cose, con i miei modi e con i miei tempi. Riesco a gestire la malattia. Ma oltre alle complicazioni fisiche ci sono anche quelle di carattere psicologico, perché questa è una malattia che la gente non riesce a comprendere molto bene, e posso anche capirlo in effetti: un giorno stai bene e fai le cose normali, poi il giorno dopo sei ko e non puoi fare assolutamente nulla… C’è chi può pensare che sia una sorta di simulazione, e in effetti mi è capitato di incontrare qualcuno che mi ha messo in difficoltà proprio per questa ragione. Per fortuna la maggioranza delle persone che mi sono vicino capiscono perfettamente e mi aiutano molto».
A Copenhagen è andato tutto benissimo: come ha vissuto l’impatto con quella gara, in cui lei si è presentata come debuttante?
«Devo ammettere che quando sono arrivata lì ho provato un certo stupore nel considerare il livello di importanza dell’evento percepibile in ogni aspetto… nove squadre, tutti molto concentrati, agguerriti, la tensione, la pressione… Insomma, l’atmosfera era la stessa degli eventi a cui ho partecipato prima dell’insorgere della mia malattia, solo che mi sono trovata ad avere un ruolo diverso e anche a confrontarmi con altezze diverse: ma per quello che sono adesso le mie possibilità fisiche è probabilmente una dimensione per me ideale».
Grazie a un magnifico doppio percorso netto nella seconda prova, quella che ha dato l’argento all’Italia, lei si è presentata alla finale individuale al 2° posto: preoccupazione… tensione… ‘paura’ di vincere… oppure?
«La mia tensione non è mai stata quella del ‘devo vincere’, no: piuttosto quella del voler montare bene, del voler fare bene. Certo, quando poi ti trovi in quella posizione di classifica, beh… un pensierino alla medaglia lo si fa, è inevitabile, e a volerla dire tutta la speranza che la mia rivale francese un errorino lo facesse mi era anche venuta… Ma credo sia normale in qualunque contesto agonistico».
Il clima in squadra?
«Fantastico. I miei compagni sono stati meravigliosi, tutti, sempre. Francesco Vergine è una persona davvero straordinaria, un uomo di grande spessore e allo stesso tempo capace di leggerezza, Gioia Cremonese la conosco da tanto ma ho approfondito la conoscenza lì e non è stata certo una sorpresa trovarmi bene con lei, Susanna Violanti l’ho potuta conoscere meglio, una donna guerriera, e poi Vittore Ripamonti, lombardo come me, che ci ha fatto fare delle risate indimenticabili… Un gruppo favoloso, con anche Stefano Nogara, Marco Montorsi e il veterinario Jacopo Secco sempre al nostro fianco».
A distanza di qualche giorno che sensazioni prova ripensando a… tutto?
«È la passione che mi ha rimesso in sella. Con una malattia come la mia non è facile. La gioia che ho provato è stata quella di aver rimontato a cavallo, di aver dimostrato a me stessa di poterlo fare, e di sentire ancora quelle forti emozioni nel farlo. Emozioni che avverto fortissime anche nel seguire i miei allievi, ma provarle sulla mia pelle essendo io in sella… ecco, questo mi mancava. Tanto».























