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Home | People & Horses | Susan Leyland: dall’amore per i cavalli alla scultura

Susan Leyland: dall’amore per i cavalli alla scultura

Da istruttrice di equitazione a scultrice di soggetti equestri: Susan Leyland, con il pony Dartmoor Robin nel cuore...

27 Settembre 2025
di Maria Cristina Magri
Susan Leyland: dall’amore per i cavalli alla scultura

Una delle sculture di Susan Leyland

Siena, 26 luglio 2023 – Se guardiamo le sue sculture è la prima cosa che pensiamo: questi sono cavalli veri.

Con le loro espressioni reali, coerenti agli atteggiamenti e alle posture, che sembrano sempre come colti nell’intimità di un pensiero, di un momento meravigliosamente normale delle loro giornate: e si è immediatamente consapevoli del fatto che Susan Leyland i cavalli li conosce davvero anche senza sapere nulla della sua biografia.

Poi preso dalla curiosità ti informi e ti rendi conto che tutto quadra: Susan Leyland, nata in Gran Bretagna nel 1952 e cresciuta vicino a Cambridge, è cresciuta in mezzo ai cavalli ed è stata anche istruttrice di equitazione per diversi anni, fino a quando non ha deciso di far diventare la scultura, che era il suo hobby, il suo lavoro principale.

Protagonisti assoluti ovviamente loro, i cavalli: come imbrigliati nella materia in cui vengono plasmati eppure così leggeri, fini, espressivi e compiuti in se stessi.

Leyland ha creato sculture equestri che abitano in tutto il mondo: da The War Horse Memorial ad Ascot, in Gran Bretagna ai cinque cavalli dorati della fontana di Ba Na Hills in Vietnam, passando per svariate commissioni e realizzazioni che sempre raccontano queste magnifiche e sensibili creature.

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Non potevamo fermarci qui: era troppo interessante capire di più su questa artista, che vive in Italia ormai da tanti anni, e sul suo lavoro.

La ringraziamo di cuore per essere stata così disponibile a rispondere alle nostre domande.

Signora Leyland, quando e come è nato il suo legame con i cavalli?

“Il mio legame con loro, lo immagino soltanto perché ero molto piccola, probabilmente è nato con il primo incontro con un cavallo; o forse era parte del mio DNA. Mio nonno era medico veterinario e allevatore di Pony Hackney, e mi ha regalato l’amato pony Robin, un Dartmoor quando avevo 4 anni. Mi fece fare una promessa il giorno in cui me lo donò: non avrei dovuto venderlo mai perché, disse, Robin avrebbe potuto finire a lavorare in miniera se lo avessi fatto. Certo, fortunatamente i tempi sono cambiati dal 1956! Ma è stato mio nonno mi ha insegnato a rispettare, curare il pony ed a montarlo con una piccola sella di feltro che aveva solo una maniglia e niente staffe. É stato quello l’inizio del lungo legame col cavallo: una passione che è rimasta sempre con me“.

Quando è cominciato il suo percorso artistico?

“Quello per così dire ufficiale è iniziato nel 1998/99, quando ho fatto le mie prime due mostre: fino a quel momento la scultura era stata un divertimento, un hobby. Nel 2000 ho poi deciso di lasciare il mio lavoro come istruttrice di equitazione per dedicarmi totalmente alla scultura. Non ho avuto un’educazione accademica, ma sentivo una forte volontà di creare e di sperimentare. Il mio desiderio e obiettivo era quello di provare a trovare un modo innovativo di presentare il cavallo nell’arte. Ho imparato molto della tecnica tradizionale del cotto, aiutata e incoraggiata dalla famiglia Mariani della fornace di terracotta MITAL ad Impruneta, in provincia di Firenze, località nella quale abito. Sono stati loro, i Mariani a darmi un po’ di creta con la quale ho modellato i miei primi cavalli e bassorilievi“.

E’ arrivata subito a questa forma di espressione o ne ha sperimentate altre?

“Sono arrivata alla forma espressiva “Horse Block Sculpture” intorno al 2006. Agli inizi ho sperimentato i limiti della materia nel formare i cavalli, data la intrinseca fragilità nei dettagli che riguardano gli arti. In seguito ho iniziato a modellarli montando queste forme, a volte incomplete, con supporti di metallo su pietre naturali, travi di legno e poi basi di creta. La scultura è espressione tangibile. Il disegno, l’anatomia, l’osservazione e gli studi del cavallo dal vero sono importanti per avere la necessaria conoscenza per poter creare“.

I cavalli sono stati il suo primo soggetto ‘del cuore’?

“Si, i cavalli sono il soggetto ‘del cuore’. Sono sempre stati per me una grande fonte di vita, di felicità, di libertà, di forza e sono la mia fonte di ispirazione e tramite espressivo”.

C’è qualche artista del passato che ama particolarmente, e perché?

“Arte e artisti, come la musica e compositori, sono un complesso mondo di ispirazione. Artisti del passato che in modo o un altro, mi hanno catturato con la loro bravura e le loro interpretazioni del cavallo nell’arte sono Fidia con i bassorilievi del Partenone del 470 a.C, Andrea del Verrocchio e il suo monumento equestre di Bartolomeo Colleoni. Poi ovviamente Leonardo da Vinci ma anche Emmanuel Frémiet con Joan of Arc and Fontaine des Quatre Mondes, Anna Hyatt Huntington e il suo El Cid Campeador, Duilio Cambellotti con Buttero e Fonte della Palude, le opere di Marino Marini. Trovo che questi artisti hanno rappresentato il cavallo nell’arte in maniera incredibile e il loro lavoro mi ha dato ispirazione e anche il perseguire grande qualità ed eccellenza come obiettivo“.

 

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L’artista con la copia di Cavallo Magazine sulla quale è comparsa questa intervista, febbraio 2023
Il lavoro di cui è più orgogliosa?

“Penso che il lavoro del quale sono più orgogliosa non sia tanto una scultura in particolare o un monumento, ma il lavoro che faccio in sé. Sono fiera di essere ancora appassionata del fare scultura, di cercare nuove idee e di migliorarmi, di mettermi in gioco e affrontare nuove sfide e progetti.

Ogni anno i progetti, del passato e del presente, mi spingono continuamente oltre la mia zona del ‘comfort’“.

L’opera più difficile da realizzare?

“In termini di emozioni e fatica psicologica è senz’altro il War Horse Memorial. Per quattro anni, dal 2014 al 2018 ho assimilato le tragedie e i dolori della Prima Guerra Mondiale per riuscire a trasmettere ed esprimere il dolore e il sacrificio della guerra in un monumento. Quello è stato il mio intento. Il monumento dedicato ai cavalli che sono morti nella Grande Guerra, uno volta e mezzo la grandezza naturale, è montato su una base alta due metri e mezzo ed è collocato sul verde di una rotonda nei pressi di Ascot UK. La scultura per la fontana del Sun World Ba Na Hills Vietnam, con i suoi cinque cavalli a grandezza naturale, apparentemente complessa, in realtà è stata meno impegnativa. Una scultura tecnicamente molto difficile da realizzare invece è stata “Flying Horse” realizzata su commissione interamente in creta e destinata ad essere sospesa“.

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The War Horse
Difficoltà tecniche: quali sono le loro caratteristiche in rapporto con le figure equine – sempre così difficili da realizzare?

“Ogni materia, per fare una scultura, permette all’artista di lavorare e ottenere risultati diversi. Cerco di scegliere il metodo più adatto al risultato desiderato. Certo, una scultura di un cavallo in creta con gambe lunghe e fini oltre alla difficoltà di realizzazione rimane sempre molto fragile. Nel caso del progetto dei cavalli da corsa infatti sto impiegando la plastilina sopra un’armatura metallica: è un materiale che non asciuga e che permette al termine di ricavare le forme per procedere alla fusione in bronzo. Comunque la maggior parte dei miei lavori sono pezzi unici, modellati in una creta artistica semi-refrattaria. Le opere in bronzo sono edizioni limitate“.

Lei vive a Firenze da molti anni: ha seguito anche i cavalli per arrivare sino alla città del Palio, o è stato un caso?

“Nell’agosto del 2020, durante il lock down, il Palio di Siena non è stato celebrato. Fra le iniziative che hanno riempito questo vuoto ho avuto il privilegio di fare una mostra curata da Sensi Arte nell’ambito della Contrada della Selva e del suo museo. Fare parte di una Contrada e conoscere qualcosa delle tradizioni storiche senesi è stata una bellissima esperienza. Ho dedicato la mostra a Siena, al Palio e al barbero Remorex che ha vinto per la Selva il Palio dell’Assunta nel 2019“.

Monta ancora a cavallo?

“Non tanto spesso ma si, monto sempre a cavallo. Amo prendermene cura, stare all’aria aperta e fare passeggiate tra le vigne“.

Come nascono le sue sculture?

“In passato ho provato ogni possibile metodo immaginabile per trovare il mio stile: ora cerco semplicemente di liberare la mente dai preconcetti e far scorrere le emozioni. Tutto mi può influenzare: dall’interpretazione di un brano musicale a una situazione reale o immaginata. Spesso rielaboro precedenti sculture inserendo nuove figure su una base geometrica particolarmente riuscita, e soprattutto sperimentando sempre. In questi ultimi anni sono solita pensare e studiare su carta le mie idee: utilizzo poi tali disegni come riferimento nella realizzazione, metodo che mi è molto utile per procedere con maggior sicurezza nella creazione delle forme immaginate“.

Ha mai fatto il ritratto di Robin?

“No, ho una vecchia foto di allora dove ci siamo lui e io: una vecchia foto color seppia, tutta rovinata. Ma Robin è nel mio cuore, non in quello che sui può vedere in una scultura o in un disegno. E come lui anche gli altri miei cavalli e i miei cani, sento che non riuscirei veramente a trasmettere tutto quello che sono per me: perciò non ho mai fatto il loro ritratto”.

Sì, deve essere così: finché non li fermiamo in una scultura o in un ritratto possiamo ancora immaginare che siano liberi di galoppare, di correre, di nitrire e farci le feste esattamente lì, dentro al nostro cuore.

Legacy Website e Susan Leyland

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Tags: sculture susan leyland
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