Nei giorni scorsi i titoli che li riguardano sono diventati virali sui device degli appassionati: la famosa invasione dei cavalli selvaggi sulle alture dietro Genova sta per diventare qualcosa di epico.
E la chiosa sul crollo dei prezzi della carne equina fa il resto, legando psicologicamente il tutto al recente dibattito ‘carne-e-quina-sì-o-no’.
Ma è vero, oppure no?
Primo dato di fatto: abbiamo telefonato ad una nota macelleria equina di Modena, e ci è stato risposto dal gentile titolare: “Non mi sembra proprio, a me la carne l’hanno fatta pagare esattamente come le ultima volte precedenti. Se poi chi acquista i cavalli e li porta ai macelli abbia avuto dei cali di prezzo non so, ma io l’ho pagata lo stesso prezzo e ovviamente lo stesso prezzo al dettaglio degli ultimi tempi avranno i miei clienti”.
Considerazione personale spontanea del commerciante: “Adesso si vende meno carne equina, i giovani non ne mangiano più. Una volta eravamo noi macellai che compravamo gli animali vivi, avevamo il nostro macello e sapevamo cosa vendevamo. Ora con i problemi che hanno avuto tanti come a Correggio finirà che compreremo la carne dalla Polonia o dagli altri paesi dell’Est, e chissà cosa arriverà sulla tavola: là i controlli sono inesistenti”.
Per quanto riguarda la genesi del problema dei cavalli ‘selvaggi’ genovesi invece abbiamo sentito il dottor Matteo Vasini. direttore della Associazione Nazionale Razze Equine e Asinine Italiane (Anareai).
Gli abbiamo chiesto di aiutarci a comprendere meglio la vicenda, un fenomeno che affonda le sue radici in una storia lunga e complessa che sappiamo sta seguendo da tempo, come noi del resto.
Dottor Vasini, da dove nasce il fenomeno dei cosiddetti “cavalli selvaggi” del genovese?
«Si tratta di una situazione che gli allevatori locali conoscono bene e che risale a oltre vent’anni fa. All’origine ci sarebbe l’abbandono di un piccolo gruppo di fattrici, probabilmente già gravide, lasciate al pascolo estivo sui monti sopra Rezzoaglio dopo la morte improvvisa del proprietario. In assenza di una gestione successiva, questi animali hanno iniziato a riprodursi liberamente in un territorio montano poco antropizzato, ricco di pascoli e aree verdi non più utilizzate. Nel giro di pochi anni la popolazione è cresciuta senza controllo, con animali progressivamente rinselvatichiti e sempre più difficili da gestire, anche solo per operazioni di identificazione o controllo sanitario».
Quali criticità sono emerse nel tempo?
«Le segnalazioni da parte di allevatori e agricoltori sono state numerose, soprattutto per quanto riguarda la sicurezza e la gestione del territorio. Durante l’inverno, questi gruppi tendono a scendere a quote più basse, arrivando nei pressi di abitazioni, orti e strade. Non sono mancati incidenti, anche gravi, con conseguenze per persone, animali e attività economiche. A questo si aggiungono aspetti sanitari e gestionali: parliamo di animali non identificati, non sottoposti a controlli, in un’area che in passato è stata anche limitrofa a focolai di anemia infettiva. Inoltre, la presenza di stalloni liberi e non controllati rende impossibile l’utilizzo regolare dei pascoli, creando difficoltà concrete agli allevatori».
Nel tempo sono state proposte soluzioni?
«Sì, più volte. Le proposte avanzate dagli allevatori — e condivise anche da noi — erano orientate a una gestione attiva e sostenibile del fenomeno: catture periodiche nel rispetto del benessere animale, finalizzate al censimento, all’identificazione e al controllo sanitario. Tuttavia, queste soluzioni non hanno trovato attuazione stabile. In alcuni momenti si è invece scelto di privilegiare un approccio basato sulla totale libertà degli animali, senza però affrontare in modo strutturato le conseguenze sul territorio».
Si è parlato anche di possibili ricadute positive, come turismo o progetti scientifici. Che bilancio si può fare oggi?
«Nel tempo sono state ipotizzate opportunità legate, ad esempio, all’“horse watching” o a studi etologici. Tuttavia, guardando alla realtà attuale del territorio, il quadro è diverso. Dopo oltre vent’anni, il numero di allevatori è diminuito, l’età media della categoria è molto elevata e le strutture operative, come le stazioni di monta autorizzate, sono sempre meno presenti. È evidente che il contesto produttivo si è indebolito.»
Questa vicenda si intreccia anche con il tema più ampio dell’allevamento equino in Italia. Qual è il quadro?
«È necessario fare una riflessione più ampia. L’allevamento, soprattutto in aree marginali come le montagne liguri, è un’attività sempre più complessa e con margini economici molto ridotti. Rispettare le normative sanitarie, gestire i pascoli, mantenere strutture a norma, affrontare i costi crescenti di alimentazione, trasporti e cure veterinarie: tutto questo richiede impegno continuo e risorse importanti. Eppure, proprio queste attività rappresentano uno dei pochi presidi economici e sociali rimasti in questi territori, contribuendo a contrastare lo spopolamento e il dissesto idrogeologico».
Qual è quindi il nodo centrale della questione?
«Il punto è trovare un equilibrio. Il principio della libertà degli animali può essere condivisibile sul piano etico, ma deve essere valutato nel contesto reale in cui si applica. In un territorio come quello ligure, non siamo in ambienti vasti e isolati come altre aree del mondo: qui le interazioni con attività umane, infrastrutture e comunità locali sono inevitabili. Occorre quindi chiedersi quale sia il costo complessivo — economico, sociale e ambientale — di una gestione non regolata del fenomeno».
Esistono oggi strumenti di gestione?
«Nel Parco dell’Aveto, dietro La Spezia è attivo un piano di contenimento finalizzato alla tutela della sicurezza pubblica. Sono state adottate misure come recinzioni nelle malghe pubbliche per limitare gli spostamenti degli animali. Sono inoltre allo studio soluzioni tecniche, come i cosiddetti “passi canadesi” e dissuasori acustici, per mantenere i cavalli in aree più idonee. Fuori dalle aree protette, invece, la situazione è più complessa: gli interventi dipendono direttamente dai Comuni, con tutte le difficoltà amministrative e di risorse che questo comporta».
Quali potrebbero essere, quindi, le linee guida per il futuro?
«Servono strumenti efficaci e condivisi che permettano una gestione sostenibile del fenomeno: controllo sanitario, gestione numerica e selettiva, riduzione dei rischi per la sicurezza pubblica. Tutto questo dovrebbe avvenire senza penalizzare ulteriormente gli allevatori e gli agricoltori che ancora operano sul territorio, già messi alla prova da condizioni economiche difficili. L’obiettivo deve essere quello di conciliare tutela animale, sicurezza e sostenibilità economica e sociale».
Una curiosità, nella Bibbia dopo il libro della Genesi c’è quello dell’Esodo: fate un po’ le vostre previsioni sul tema.
E un aggiornamento: la puledrina Spina, nata brada, trovata senza mamma e salvata a Bargagli dai Vigili del Fuoco nei giorni scorsi, sta bene.























