La vendita della sede del Suffolk Punch Trust riapre una domanda che riguarda anche le razze autoctone italiane: come rendere sostenibile il loro allevamento, oltre l’emergenza della conservazione?
Il cartello «vendesi» può fare paura, quando sul futuro di una razza pesano già troppi punti interrogativi.
Succede a Hollesley, nel Suffolk, dove è stata messa sul mercato per 2,4 milioni di sterline la sede del Suffolk Punch Trust, organizzazione impegnata nella conservazione di uno dei cavalli da tiro simbolo della campagna inglese.
La proprietà comprende strutture equestri e un centro visitatori: la vendita, riportata dalla BBC e dalla stampa equestre britannica, alimenta le preoccupazioni per il futuro dell’attività.
Secondo la ricostruzione di BBC News firmata da George King, le difficoltà economiche avevano già portato alla chiusura al pubblico di centro visitatori, caffetteria e negozio, per concentrare le risorse sull’allevamento.
La vendita della sede non equivale all’annuncio della cessazione definitiva del Trust, ma sul suo futuro restano interrogativi aperti.
Meno di cinquecento
La fragilità della razza dà alla notizia un peso particolare. La Suffolk Horse Society indica meno di 500 Suffolk di razza pura registrati nel Regno Unito. Un patrimonio esiguo, per una razza che ha accompagnato il lavoro agricolo e che la meccanizzazione ha progressivamente privato della sua funzione economica principale.
Ogni allevamento che incontra difficoltà pone quindi una questione che supera i propri cancelli. In gioco ci sono la continuità delle nascite, le scelte riproduttive, le competenze di chi conosce questi cavalli e la possibilità di trasmetterle grazie ad una adeguata selezione.
Il Suffolk Punch Trust è, va precisato, un progetto di conservazione che comprende l’allevamento: definirlo semplicemente un santuario sarebbe inesatto.
Proprio per questo la sua situazione invita a una riflessione più ampia.
Anche una struttura che lavora per far nascere nuovi cavalli deve trovare, ogni anno, le risorse per continuare.
Una razza ha bisogno di nuove nascite
Il futuro dei cavalli pesanti non può stare soltanto nei santuari.
E la domanda riguarda anche le altre razze autoctone.
Accogliere un animale e garantirgli una vita dignitosa ha un valore preciso, anche dal punto di vista economico.
Conservare una razza richiede inoltre una popolazione che si riproduca, una sufficiente diversità genetica e persone disposte a occuparsi delle generazioni successive.
Dietro ogni puledro ci sono una fattrice mantenuta per tutto l’anno, una scelta di accoppiamento, terreni, fieno, assistenza veterinaria, tempo e lavoro.
Ci sono anche anni da attendere prima che quel giovane cavallo possa trovare una propria destinazione.
L’affetto può convincere un allevatore a resistere: ne abbiamo la dimostrazione anche qui in Italia, dove se non ci fosse la passione degli allevatori per i loro animali nessuno si assumerebbe imprese economicamente così poco redditizie, se non costose tout court.
Perché qualcun altro possa raccogliere il testimone di questi custodi volenterosi, però, occorre rendere praticabile quella scelta anche sul piano economico.
Quale posto per loro, oggi?
Lavoro agricolo e forestale dove esistano condizioni adatte, attacchi, turismo, attività educative: sono ambiti nei quali cercare e costruire opportunità, valutando per ciascuno domanda, costi, preparazione degli animali e competenze degli operatori.
Nessuno di questi impieghi diventa sostenibile per il solo fatto di essere suggestivo.
Occorrono clienti, servizi, formazione e una remunerazione del lavoro. E servono programmi di conservazione e sostegni pubblici capaci di riconoscere il valore della biodiversità allevata, anche quando il mercato non riesce a sostenerlo interamente.
Nel dibattito italiano rientra anche la destinazione alimentare.
Per gli allevamenti che la praticano, è una componente economica da esaminare apertamente, senza tabù, verificandone il peso nelle singole razze e nelle diverse aziende.
Non basta richiamarla per affermare che le nostre popolazioni equine siano al sicuro; ignorarla impedirebbe però di comprendere una parte delle ragioni per cui vengono ancora allevate, e riconoscere la sua importanza nel nostro patrimozionio zootecnico nazionale.

Il patrimonio comprende gli allevatori
La vicenda del Suffolk Punch Trust non dimostra il fallimento della conservazione, ma piuttosto quanto sia difficile darle continuità.
Ci chiede anche di allargare lo sguardo: insieme ai cavalli rischiamo di perdere le persone capaci di allevarli, prepararli e impiegarli.
Una competenza che scompare può essere difficile – o impossibile – da ricostruire quanto una linea genealogica.
Se vogliamo che queste razze abbiano un domani, dobbiamo poter rispondere a una domanda concreta: chi farà nascere i prossimi puledri, e con quali prospettive?
È lì che la tutela incontra la vita quotidiana, ed è lì che si decide se una razza continuerà a essere una presenza viva nei nostri territori, incidendo positivamente su di essi sia per l’impatto economico che ambientale.
Se una testimonianza preziosa della nostra storia di umani, che solo per il fatto di essere viva ci ricorda da dove veniamo, da quali condizioni e da quali fatiche, vada buttata via per sempre o si possa mantenere per le future generazioni.
Dal punto di vista culturale, per chi scrive queste righe, perdere i Suffolk Punch è come gettare via l’Arazzo di Bayeux: e non avere più CAITPR sarebbe equivalente al coprire di graffiti l’affresco del Pisanello in Santa Anastasia a Verona.
Ragioniamoci su, prima di fare scelte irreparabili.
Perché il caso Suffolk Punch riguarda anche le razze italiane?
Le difficoltà del Suffolk Punch Trust riaprono il tema della sostenibilità dell’allevamento delle razze autoctone. La conservazione richiede continuità riproduttiva, diversità genetica, competenze e risorse economiche per sostenere gli allevatori e favorire il ricambio generazionale.

Titan al lavoro a Valley Park con un dispositivo chiamato «Archer», che solleva l’estremità anteriore del tronco riducendone l’attrito sul terreno: un esempio di esbosco a trazione animale – foto di Chris Talbot da Wiki Commons
























