Il cavallo che salva l’uomo

Forse sarà stato proprio quello il momento in cui Carlo Costanzo d’Inzeo avrà visto il cavallo – il suo cavallo e quindi tutti i cavalli – come qualcosa di diverso da come lo aveva sempre considerato in precedenza

Carlo Costanzo d'Inzeo su Esmate durante il Campionato Militare Ippico del 1926 riservato ai sottufficiali e da lui vinto (ph. Archivio famiglia d'Inzeo)

Bologna, 20 febbraio 2024 – La scintilla potrebbe essere scattata quel giorno. Proprio quel giorno. Uno di quei giorni compresi tra il luglio del 1914 e il novembre del 1918: i giorni della prima guerra mondiale.

Ma quale giorno? Non importa quale: un giorno di quei giorni. Un giorno di quei giorni di battaglie, di sofferenze, di fango, di sangue, di polvere, di trincee e di baionette, di bombe e di coltelli, di povertà e di distruzione, di paura di morire e di voglia di vivere.

Paura di morire, ma soprattutto voglia di vivere: forse per questo, forse grazie alla voglia di vivere che sta dentro ciascuno di noi esseri umani, forse grazie a questo Carlo Costanzo d’Inzeo quel giorno di quei giorni ha capito che il cavallo era e per sempre sarebbe stato molto più di un compagno per la sua vita: sarebbe stato proprio la sua vita.

Forse quel giorno è scattata la scintilla, chissà. Perché quel giorno di quei giorni Carlo Costanzo d’Inzeo sarebbe morto, se con lui non ci fosse stato un cavallo. Il suo cavallo. E non sarebbe morto per le pallottole del nemico, per le schegge di una granata, per l’esplosione di una bomba o per il fendente di una baionetta, no: sarebbe morto annegato. Nel tentativo di guadare un fiume, forse l’Isonzo, o forse il Tagliamento, oppure il Piave, o forse un altro corso d’acqua meno nobile ma altrettanto pericoloso, magari un semplice canale: lui, incapace di nuotare. E per giunta con addosso i pesanti scarponi della divisa ormai macilenta e sbrindellata, e tutto il corredo di cuoio e di metallo che i soldati si dovevano portare dietro per fare le loro cose appunto di soldati, e per di più in guerra.

Quel giorno Carlo Costanzo d’Inzeo potrebbe essere stato costretto ad attraversare quel fiume, oppure potrebbe aver deciso di farlo di sua iniziativa. Potrebbe aver pensato che la profondità dell’acqua non sarebbe stata tale da dover nuotare, perché lui non avrebbe potuto nuotare; oppure potrebbe aver pensato che comunque sarebbe valsa la pena di tentare, se l’alternativa fosse stata quella di finire sotto il fuoco nemico… Oppure potrebbe averlo fatto per la necessità imprescindibile di raggiungere o inseguire qualcosa o qualcuno oltre quel corso d’acqua.

Ma qualunque sia stata la ragione e qualunque sia stato il suo pensiero, Carlo Costanzo d’Inzeo quel giorno di quei giorni è sfuggito alla morte grazie al suo cavallo: insieme i due compagni – uomo e animale – hanno attraversato quel fiume, le cui acque effettivamente profonde si sarebbero rivelate una trappola mortale per l’uomo se non ci fosse stato il cavallo. Carlo Costanzo d’Inzeo abbracciato al suo compagno, appeso alla sua incollatura o forse all’arcione o al seggio della sella, immerso in quell’elemento per lui incontrollabile, estraneo, freddo e capace di avvolgere tutto in un solo attimo, perfino la sua stessa vita, in quel momento avrà di certo provato il senso di una gratitudine originaria e immensa per il suo cavallo.

Forse si sarà anche sorpreso nel vederlo fare una cosa che mai prima avevano sperimentato insieme, nel vederlo risolvere con tale spontanea naturalezza un problema che per lui sarebbe stato insormontabile e che per entrambi poteva essere fatale… Il cavallo forte, pesante, bardato con l’equipaggiamento completo che in acqua nuota leggero e potente, sicuro e consapevole tanto da portare il suo cavaliere in salvo di là, sull’altra riva, un cavaliere che in quel momento ha smesso di dirigere e comandare e pilotare ma si è semplicemente affidato impotente alle risorse del suo compagno annullando in lui la sua angoscia e contemporaneamente riponendo in lui la speranza e l’urgente bisogno di sopravvivenza.

Forse sarà stato proprio questo il momento in cui Carlo Costanzo d’Inzeo avrà visto il cavallo – il suo cavallo e quindi tutti i cavalli – come qualcosa di diverso da come lo aveva sempre considerato in precedenza, semplice strumento per svolgere una qualche forma di attività. Compagno di vita in senso letterale: perché salvatore della sua vita.

Forse è stata questa la scintilla da cui è partito tutto, il momento dal quale si è sviluppato il codice genetico di una vicenda personale e familiare che ha unito uomini e cavalli in un rapporto talmente straordinario da poter essere considerato unico nella storia, quanto meno quella della futura e prossima equitazione sportiva.

Un cavallo salva la vita di Carlo Costanzo d’Inzeo: e la vita di Carlo Costanzo d’Inzeo e quella di chi sarà sangue del suo sangue viene consacrata ai cavalli. La storia inizia così.

(Tratto da “D’Inzeo – Piero e Raimondo: due fratelli, una leggenda” di Umberto Martuscelli, Ed. Grafiche Zanini, Bologna 2017)