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Home | Sport | Equitazione paralimpica | La classificazione funzionale paralimpica

La classificazione funzionale paralimpica

Il dott. Stefano Seripa ci spiega come la FEI classifica la disabilità

31 Dicembre 2025
di Redazione Cavallo Magazine
La classificazione funzionale paralimpica

La classificazione FEI degli atleti con disabilità è un processo tecnico complesso, che non sottintende l’idea di “inclusione automatica” in ambito agonistico di qualsiasi forma di limitazione funzionale. Come chiarisce il dott. Stefano Seripa, medico classificatore formato secondo gli standard federali e coinvolto nelle procedure di valutazione degli atleti del paradressage, l’ingresso nelle discipline para è possibile solo quando la disabilità presenta parametri funzionali misurabili e comparabili.

L’intenzione degli organismi internazionali e del Comitato Italiano Paralimpico (CIP) è stata quella di definire un sistema di classificazione che garantisse ai paratleti una competizione equa sotto il profilo tecnico-funzionale, pur avendo disabilità diverse.

Prima ancora di poter essere classificato, l’atleta deve provvedersi di una diagnosi medica documentata e un certificato medico agonistico specifico per persone con handicap. La normativa che regola le visite agonistiche per atleti con disabilità differisce da quella per i normodotati: i criteri risalgono al decreto del 1993 e stabiliscono quando un atleta con disabilità può essere dichiarato idoneo all’attività agonistica in condizioni di sicurezza. Seripa precisa che i classificatori non fanno diagnosi: ciò che valutano è la funzionalità residua parametrata alla specifica pratica del dressage.

Per elaborare la classificazione si è resa necessaria una misurazione standardizzata della disabilità, possibile solo per patologie che presentano elementi di disfunzionalità quantificabili come la forza muscolare, la coordinazione e l’ampiezza di movimento. Sono questi i parametri che si possono valutare in modo affidabile e che permettono la creazione dei cosiddetti “profili equipollenti”.

La classificazione paralimpica è dunque una procedura che, attraverso valutazioni rigorose e protocolli codificati, attribuisce al paratleta uno dei cinque gradi FEI in base all’impatto funzionale della sua condizione. Non basta però la presenza di una patologia: è necessario che il deficit superi una soglia minima di compromissione, indicativamente intorno al 15% rispetto alle attese per età e costituzione fisica. Inoltre, la disfunzione deve incidere entro i range di movimento rilevanti per la disciplina, nel nostro caso il dressage. Seripa porta l’esempio di un’atleta con un’anchilosi articolare: nonostante il riconoscimento di invalidità civile, se il blocco non limita i gradi di movimento necessari allo svolgimento di riprese di dressage, quell’atleta non risulta classificabile ai fini paralimpici.

La patologia deve quindi essere identificabile, documentata e con impatto funzionale misurabile su mobilità, forza o coordinazione; e di entità tale da generare un deficit significativo. Solo queste condizioni, unite alla compatibilità del deficit con le esigenze tecniche della disciplina, rendono un atleta eleggibile alle competizioni para.

Non tutte le disabilità, però, sono misurabili in modo adeguato: disturbi psichici, ritardi cognitivi e deficit intellettivi non presentano parametri funzionali applicabili alla classificazione paralimpica FEI. Per questi casi esiste invece il contesto dell’equitazione integrata, che permette attività ludico-educative o preagonistiche anche per chi non rientra nei criteri del paradressage.

Per quel che riguarda le disabilità visive, Seripa sottolinea come la FEI adotti criteri molto restrittivi: sono eleggibili soltanto i casi di cecità totale o di residuo visivo estremamente limitato, già equiparabile spesso alla cecità definita secondo la normativa italiana. Deficit visivi o campimetrici, seppure gravi e impattanti con la autonomia della persona potrebbero dunque non rientrare nei parametri FEI.

La visita di classificazione assegna una serie di punteggi sulle diverse aree funzionali, dai quali emerge il profilo funzionale complessivo dell’atleta e il relativo grado: dal Grado 1, riservato ai profili più gravi (spesso in sedia a rotelle, eventualmente anche elettrica), fino al Grado 5, per atleti con disabilità più lieve ma rilevante. I gradi intermedi (2, 3 e 4) rappresentano livelli progressivi di capacità motoria e complessità tecnica. Seripa chiarisce anche un punto spesso frainteso: gareggiare in Grado 1 non significa affrontare un livello tecnico inferiore, il grado è commisurato all’abilità residua. Il lavoro al passo richiede la stessa  precisione e finezza tecnica delle riprese al trotto o al galoppo.

La visita di classificazione valuta anche gli aiuti compensatori, ovvero gli ausili autorizzati per ridurre l’impatto della disabilità. Esistono aiuti consentiti a tutti (come la frusta, gli speroni o il permettere il saluto solo con la testa), e altri specifici per profilo: doppia frusta, maniglie, redini modificate, cuscini di stabilizzazione, ed altri.). Ogni aiuto compensatorio deve essere approvato e indicato nella master list (un file online che riporta il grado e gli ausili). 

Seripa specifica che un atleta può anche proporre un ausilio non ancora previsto dalla FEI: in tal caso si deve presentare una documentazione tecnica dettagliata, che verrà valutata dalla commissione internazionale. Se ritenuto idoneo (nel senso che garantisca un contenimento della disabilità ma non un vantaggio strumentale rispetto altri profili equipollenti), quell’ausilio può essere approvato e persino aggiunto al panel FEI per gli altri atleti con profili analoghi. La filosofia di fondo resta però che gli ausili devono compensare il deficit, non neutralizzarlo.

Le classificazioni vengono organizzate più volte l’anno (generalmente tre, tipicamente al Nord, al Centro e al Sud) per permettere sia le prime visite sia le revisioni dei profili e degli ausili. Seripa spiega che la valutazione completa include anche l’osservazione dell’atleta in sella, perché alcune disfunzionalità risultano evidenti solo nel gesto tecnico: ciò può portare a un “upgrade” o “downgrade” del grado assegnato. Quando non è possibile vedere subito l’atleta montare, durante la visita di classificazione vengono esaminati video delle attività in sella dell’atleta e viene programmata una revisione a breve scadenza, da svolgersi durante il contesto di una gara.

Inoltre la classificazione può essere stabile o variare nel corso del tempo in funzione delle patologie di base: alcune come amputazioni, comportano un profilo che non varia nel tempo; altre, come la sclerosi multipla, possono portare l’atleta a scendere progressivamente di grado negli anni.

Per favorire l’accesso territoriale, sono stati formati classificatori in diverse regioni, come la Sardegna e altri territori del Sud Italia, in modo da ridurre gli spostamenti e rendere il processo più sostenibile per i paratleti.

Tags: cip classificazione paralimpica fei fise
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