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Home | Sport | Reining | Pavoni e il parareining: l’equilibrio tra agonismo e iclusività

Pavoni e il parareining: l’equilibrio tra agonismo e iclusività

Alessandro Pavoni ci racconta i successi e le difficoltà lungo il suo percorso iniziato nel 2019

30 Novembre 2025
di Redazione Cavallo Magazine
Pavoni e il parareining: l’equilibrio tra agonismo e iclusività

Ph - Alessandro Pavoni

Quando si parla del parareining in Italia, gli si associa inevitabilmente il nome di Alessandro Pavoni. Dal 2019 è lui a guidare lo sviluppo di un programma che non solo ha dato una struttura agonistica a una disciplina allora quasi inesistente, ma l’ha resa un esempio di inclusione, innovazione e collaborazione internazionale.

Quello che segue è il racconto in prima persona del suo lavoro, dei successi e delle difficoltà, delle persone che lo hanno affiancato e delle scelte che hanno portato il parareining italiano fino ai più alti livelli mondiali.

“Sono entrato nel mondo del parareining nel 2019, quando la FISE mi ha nominato referente nazionale affidandomi l’incarico di sviluppare un programma che avesse le potenzialità per far entrare il para-reinig tra le discipline riconosciute dalla FEI (Federazione Equestre Internazionale) e che allo stesso tempo rendesse la disciplina massimamente inclusiva, aperta non solo agli atleti con disabilità fisica ma anche a coloro con disabilità cognitive.

La volontà della FISE, fortemente sostenuta dalla dottoressa Barbara Ardu, era che il parareining non diventasse un settore isolato “per soli disabili”, ma che potesse integrarsi negli ambienti e nelle dinamiche della disciplina madre, il reining.

Per dare struttura a questo progetto, ho studiato approfonditamente il programma già adottato nel paradressage, con particolare attenzione al sistema dei profili funzionali e dei relativi gradi. Fondamentale in questo percorso fu il confronto con il dottor Stefano Seripa, responsabile della classificazione paradressage in Italia. La nostra collaborazione permise di trasferire nel reining gli stessi principi utilizzati dalla FEI nelle altre discipline para: una valutazione funzionale che potesse descrivere con precisione le abilità di ciascun atleta sul cavallo, indipendentemente dalla diagnosi clinica.

Nel paradressage, ogni atleta riceve un profilo, che viene poi collocato in uno dei cinque gradi previsti dalla disciplina. Ogni grado consente specifiche andature e livelli di complessità, garantendo equità tra binomi con capacità differenti. Lo stesso criterio venne applicato al parareining: i profili funzionali furono inseriti in cinque categorie, rispettando il più possibile l’impostazione FEI.

Vista l’impossibilità di “incasellare” rigidamente tutte le diverse tipologie di disabilità fisica: molte patologie producono effetti differenti da persona a persona, e spesso due atleti con la stessa diagnosi presentano abilità funzionali molto diverse. Si è reso necessario valutare ogni cavaliere sul campo, attraverso una visita funzionale che determina quali aiuti compensatori (come frustini o strumenti specifici) siano autorizzati.

Un altro capitolo particolarmente delicato riguardava le disabilità cognitive. Nel sistema FEI, gli atleti cognitivi vengono inseriti nel cosiddetto profilo 39, che però non consente la partecipazione alle gare internazionali. Questo avrebbe escluso completamente tali cavalieri da un percorso agonistico internazionale. Poiché la FISE voleva garantire pari opportunità per tutti, ho progettato un sistema parallelo: gli atleti cognitivi avrebbero avuto accesso a tre categorie apposite, definite in base alle andature e alla complessità dei percorsi. A differenza dei fisici (che una volta assegnati a una categoria possono solo salire di grado e mai scendere) gli atleti cognitivi avrebbero potuto variare categoria di gara a discrezione del tecnico. Questo perché la loro prestazione non dipende dal movimento ma dal vissuto percettivo: un giorno possono essere perfettamente in grado di galoppare, il giorno dopo no, magari a causa dell’ambiente, dello stress o di altri fattori sensoriali.

Un ruolo fondamentale, nel parareining, lo gioca il Quarter Horse (la razza tipica del reining): la docilità, addestrabilità e morbidezza delle andature rendono questi cavalli particolarmente adatti anche ad atleti con disabilità cognitive, offrendo un equitazione agonistica “più per tutti”.

Tutti i cavalieri che entrano nel parareining, anche se provengono da percorsi riabilitativi o non agonistici, sono tenuti a presentare un certificato medico agonistico, poiché si tratta a tutti gli effetti di sport competitivo. Da qui deriva l’attenzione nel mantenere una separazione tra categorie fisiche e cognitive: pur condividendo la cornice della disciplina, le abilità richieste restano differenti, e l’equità sportiva deve essere garantita.

Consolidata la struttura del sistema di classificazione, il programma venne presentato nel 2020 alle federazioni europee, che lo considerarono valido soprattutto per quanto riguarda gli atleti fisici. In quello stesso periodo la FISE stava portando avanti il progetto di introdurre ufficialmente il parareining all’interno della FEI come terza disciplina para dopo paradressage e paradriving.

L’iniziativa, sostenuta in particolare dalla dottoressa Ardu, avrebbe dato grande visibilità al parareining su scala mondiale”. 

Tags: federazione italiana sport equestri inclusività parareining
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