“The show must go on”: una frase nata nel mondo del circo più di anni fa, quando qualunque cosa accadesse a chiunque era una questione d’onore non deludere gli altri protagonisti, o il pubblico, abbandonandoli quando non fosse disponibile un sostituto.
Dal circo questa frase proverbiale è passata allo spettacolo in genere: non ci stupisce quindi aver letto queste parole che ci ha scritto una settimana fa Silvia Elena Resta, una performer che dello spettacolo equestre ha fatto la sua vita.

“Sai, ti volevo scrivere perché per domenica avevo organizzato un evento che era il primo spettacolo qui nella mia scuderia. Oltretutto l’evento ospita una anteprima di una mostra fotografica delle fotografie fatte con Maurizio Polverelli durante questi ultimi anni.
Poi però, purtroppo è accaduto il peggio: ieri è morto il mio Cavallo, Zar.
Sono distrutta dal dolore, ma non ho voluto cancellare l’evento, anche perché penso che coglierò l’occasione per fare una piccola commemorazione dedicata a lui”.
Conosciamo Silvia Elena da anni, e sappiamo bene quale è il suo rapporto con i cavalli.
Diventano i suoi compagni in un viaggio che dura tutta la vita, e quando la vita arriva alla sua fine Silvia deve elaborare un lutto reso ancora più pesante da anni di affetto, esperienze e lavoro condivisi.
Come Zar, il Lusitano dal magico mantello Perlino che Silvia aveva acquistato a 3 anni, quando era poco più di un puledrone. E per altri 17 gli è rimasta accanto affrontando ogni genere di difficoltà.
Artrosi, uveite, la perdita della vista da un occhio, una cardiopatia comparsa negli ultimi anni: Zar sembrava averle avute tutte.
Eppure aveva continuato a vivere una vita piena, lavorando al fianco della sua proprietaria e condividendo con lei spettacoli, viaggi e allenamenti.
«Avrei voluto vederlo diventare un vecchietto» racconta oggi Silvia, invece una colica improvvisa ha cambiato tutto nel giro di poche ore.
Dopo una prima visita veterinaria e il trasferimento in clinica, Zar è stato sottoposto a un intervento chirurgico che sembrava essersi concluso nel migliore dei modi.
Ma durante la fase di risveglio si è verificata una gravissima complicazione: una frattura esposta di un arto posteriore che non ha lasciato possibilità terapeutiche realistiche.
Silvia si è trovata così costretta a prendere la decisione più dolorosa che ogni proprietario di cavalli teme di dover affrontare.
Eppure, parlando con lei, la conversazione torna continuamente alla vita di Zar, non alla sua morte.
«Era un cavallo di una generosità infinita. Non mi ha mai detto di no».
Lusitano dal mantello particolare e dagli occhi chiarissimi, Zar era arrivato in Italia da giovane, pieno di problemi fisici che avrebbero scoraggiato molti.
Silvia aveva scelto di investire tempo, cure e pazienza, costruendo con lui un percorso lungo e spesso complicato.
«Con il senno di poi lo sceglierei altre mille volte».
Negli anni aveva imparato tutto: esercizi di alta scuola, numeri in libertà e da spettacolo.
Ma all’inizio era così emozionato da affrontare un’intera esibizione quasi soltanto al galoppo, travolto dall’adrenalina dell’ambiente.
Poi col tempo e la pazienza di Silvia era diventato un professionista capace di affrontare luci, musica, pubblico, effetti scenici e perfino fuochi d’artificio senza perdere la calma.
Ma i ricordi più preziosi per lei non sono quelli sotto i riflettori.
Sono le nuotate in mare fuori stagione, quando Silvia indossava la muta e insieme entravano nell’acqua. Sono le fotografie scattate nel giardino di casa. Sono i pomeriggi tranquilli nel paddock del centro ippico dove aveva trascorso gli ultimi anni della sua vita, con un grande box e la possibilità di osservare gli altri cavalli al lavoro.
«Quando mi hanno detto che l’operazione era riuscita, sapevo già che probabilmente non avrebbe più fatto spettacoli. Ma ero felice lo stesso: pensavo che almeno lo avrei avuto ancora con me».
E forse è proprio questa frase a raccontare meglio il loro rapporto: non era il cavallo atleta. Non il cavallo artista. Non il cavallo da esibire davanti al pubblico.
Semplicemente Zar, un compagno che per diciassette anni è stato presenza quotidiana, responsabilità, amicizia e affetto.
«Sarebbe andato ovunque con me» dice Silvia.
E’ probabilmente il complimento più grande che un cavallo possa ricevere: e anche quello più grande che quel cavallo può fare a chi lo ha curato, accudito e amato per 17 meravigliosi anni insieme.
























