Torniamo a raccontarvi la storia del cavallo Mongolo, riprendendo un articolo del 2014 – l’anno del Cavallo di Legno!
Un ‘piano B’ molto ben riuscito: ecco come si potrebbe sintetizzare lo straordinario connubio tra i cavalli e le steppe eurasiatiche.
A dire la verità, quelli che arrivarono lì circa 4 milioni di anni fa dal Nord America attraverso lo stretto di Bering erano ben diversi dai loro attuali discendenti. Molto più piccoli, tanto per cominciare, e con arti e dentature molto differenti.
Ma quel territorio enorme fatto di erbe che crescevano a perdita d’occhio e molto oltre sembrava fatto apposta per loro.
In tutto il resto del mondo le loro varie sottospecie si estinsero, lì invece cominciarono a prosperare, crescere e diventare i nostri cavalli.
O meglio: quello che per tutti noi è la loro versione più vera, il cavallo Mongolo.
Basta nominarlo e già vi appare nella mente. Piccolo, ispido, irsuto, sempre inserito in un grande branco di confratelli a sfidare vento e freddo, siccità e deserti.
É lì, nelle grandi pianure asiatiche dove i cavalli hanno incontrato l’uomo che quasi 5.000 anni fa li ha domati la prima volta, dove sono diventati una cosa sola galoppando insieme in quegli spazi senza fine.

Ed è in quel milione e mezzo di chilometri quadrati ritagliati tra la Russia a nord e la Cina a sud, che i cavalli che noi europei definiamo ‘Mongoli’ hanno permesso la vita delle popolazioni nomadi definite dallo stesso nome.
Eppure sono rimasti i più arcaici di tutti i moderni equini domestici.
Non ne esiste altro tipo che possegga una così alta variabilità genetica, segno inequivocabile del fatto che l’uomo non ha inciso in modo significativo sulla loro selezione.
Parliamo di tipo, e non di razza: non solo perché molte ‘razze’ moderne recano traccia del legame genetico con i piccoli cavalli Mongoli.
Ma anche perché gli uomini che li allevano da millenni non concepiscono il concetto stesso di razza, una convenzione colloquiale per altro scorretta anche dal punto di vista ippologico moderno.
In Mongolia ci sono oggi tre milioni di cavalli: è l’unico paese al mondo dove sono più numerosi degli esseri umani.
E i mongoli identificano i loro cavalli più per la provenienza geografica e per il colore del mantello che per la genealogia: ma tutti sono accomunati da grandissima resistenza e fondo, che è la loro caratteristica più ricercata da millenni.
E anche la più sorprendente per noi europei, visto che i pareri di viaggiatori ed esploratori occidentali che li hanno incontrati (da frà Giovanni da Pian del Carpine in poi) seguono sempre lo stesso schema. Sorpresa prima ironica e poi divertita, per terminare in una onesta e aperta ammirazione.
Perché i cavalli Mongoli sono piccoli, difficilmente superano i 130 cm al garrese e in pochi di noi sospetterebbero le loro capacità fisiche e caratteriali, prima di averci a che fare.
Sono capaci di galoppare per 100 km al giorno montati da un adulto, sopravvivono a temperature estreme con pochissimo cibo e acqua. Si nutrono d’erba e niente altro ma sono in grado di servire sia per la sella che per gli attacchi.
Sono tradizionalmente scalzi, anche se negli ultimi anni si è diffuso l’uso di ferrarli.
Esemplare il giudizio dato nel 1919 su di loro dal premio Nobel per la letteratura Saint-John Perse, pseudonimo del francese Alexis Léger: «…hanno al loro attivo numerosi pregi. Robustezza, fondo, sobrietà e coraggio, risultato di una sorprendente vitalità, che mantiene in essi una sorta di gaiezza, di vivacità e di brio».
I cavalli Mongoli forniscono anche latte: le giumente vengono munte quattro volte al giorno e il loro latte viene trasformato in kumis, una bevanda fermentata molto apprezzata. E a volte carne, che è considerata molto appetibile e sana ma consumata poco frequentemente.
Sono inoltre compagni di gioco e sport, ovviamente: la corsa con i cavalli è una delle prove dei Naadam, la festa dei ‘tre giochi degli uomini’ che comprende anche la lotta e il tiro con l’arco.
Tre abilità che unite erano la base fondante della potenza di Gengis Khan: il suo esercito di cavalieri mongoli.
Con quegli uomini e quei cavalli gli eredi di Gengis Khan arrivarono quasi a conquistare l’Europa: e quando si spinsero sin quasi alle porte di Vienna no, non facevano ridere nessuno quei piccoli, instancabili cavallini.
La cui attitudine a prestare servizio in guerra non si è estinta nemmeno con il progredire dei tempi.

Pensate che una cavalla Mongola, Reckless (‘Spericolata’, tradotto in italiano) fu arruolata nel corpo dei Marines in Corea, nel 1952.
La acquistò il 5° Reggimento della 1° Divisione: era descritta di origine Mongola. Alta al garrese 142 cm, i soldati la pagarono 250 dollari a un ragazzo che la doveva vendere per comprare una protesi per la sorella, rimasta senza una gamba a causa di una mina.
Venne addestrata per portare il basto, ma divenne molto in fretta anche la mascotte dell’unità.
Quando entrò nell’esercito aveva circa tre anni, un bel mantello sauro con tre splendidi calzini bianchi e una lunga lista in fronte che arrivava sino alle froge.
Nelle notti più fredde dormiva in tenda con i suoi Marines, poteva gironzolare liberamente per tutto il campo ed era molto nota per la sua insaziabile golosità: pare avesse sgranocchiato anche 30 dollari di fiches per il poker, tra le altre cose.
Durante la Guerra di Corea Reckless trasportò con il suo basto rifornimenti e munizioni verso le zone di combattimento.
E tanti soldati feriti, che riportava nelle retrovie.

Niente la fermava: si era abituata in fretta agli scoppi delle bombe e altri frastuoni bellici, le bastava fare un sentiero un paio di volte per ricordarlo a memoria.
Spesso veniva mandata verso la prima linea senza conducente a portare il suo carico, per evitare il rischio che venisse ferito un uomo.
Alla fine di marzo del 1953 fece in un singolo giorno 51 viaggi dalla retroguardia alla prima linea, sempre da sola.
Fu ferita due volte, guadagnandosi sul campo i gradi di caporale prima e sergente poi.
Ha anche un altro record: fu il primo equino dell’Esercito Usa che partecipò ad uno sbarco anfibio.
E’ riconosciuta come una dei 100 eroi dell’America di tutti i tempi (l’unica con gli zoccoli, a quanto ci consta): dopo il pensionamento è diventata mamma di quattro puledri.
Ed è morta serenamente nel 1968, amatissima e coccolata da tutti i Marines per il suo coraggio, la sua generosità e la sua infinita pazienza e simpatia.
I cavalli Mongoli, concludendo, sono veramente il paradigma perfetto di ogni Cavallo. Libero, selvaggio, perfettamente in grado di badare a se stesso in ogni situazione anche estrema.
Ma incredibilmente disponibile e predisposto a fare amicizia con noi. A collaborare e diventare anche nostro inseparabile compagno di vita, trasferendo sull’uomo l’affetto che lo lega così fortemente ai membri del suo branco.
Qui trovate un articolo su Paola Giacomini e i suoi cavalli Mongoli, Custode e Tchegheré.























