Quattro ragazzi in Piazza di Siena

Seconda edizione del Campionato Internazionale Juniores: siamo nel 1953 a Roma e una formazione azzurra composta da futuri magnifici uomini di cavalli conquista la medaglia d’argento…

Da sinistra: Alberto Riario Sforza, Graziano Mancinelli, Antonio Gutierrez, Giampiero Bembo, Sergio Albanese

Bologna, martedì 21 maggio 2024 – Piazza di Siena 1953: lo Csio di Roma va in scena dall’1 al 10 maggio. Ma oltre alle gare riservate ai grandi e affermati campioni del salto ostacoli, in calendario c’è anche il Campionato Internazionale Juniores, una competizione istituita dalla Fei nel 1952 (prima edizione a Ostenda, in Belgio) su proposta proprio del presidente della Fise Ranieri di Campello, destinata a trasformarsi in Campionato d’Europa juniores. Una delle tante geniali innovazioni suggerite a livello sia nazionale sia internazionale da questo formidabile uomo di cavalli e di sport.

La squadra italiana juniores in Piazza di Siena ottiene il 2° posto, alle spalle della Francia e davanti a Belgio e Austria. Il capo équipe della nostra formazione è Antonio Gutierrez, che vediamo al centro nella foto insieme ai protagonisti di questo bellissimo risultato. Dunque vediamo chi sono i protagonisti di questo bellissimo risultato… ragazzi che sono ragazzi ma che hanno un’espressione da uomini come solo chi ha vissuto la propria infanzia e poi la propria adolescenza durante la guerra.

Il ragazzo all’estrema destra ha i capelli folti e crespi, si capisce che il loro controllo è un po’ forzato: sta in piedi a gambe leggermente allargate, dritto, il petto rivolto frontalmente all’obiettivo, lo sguardo però tende verso la sua sinistra. Lui sta lì ma sembra quasi che il suo desiderio sia quello di muoversi al più presto, con quel frustino nella mano destra che scende verso la punta dello stivale e forse chissà, picchietta nervosamente sul cuoio della caviglia, e quell’espressione sul volto che sembra dire dai, che ci facciamo qua… È Sergio Albanese; qualcuno affettuosamente potrebbe dire quel matto di Sergio Albanese.

Il secondo ragazzo è consapevole del momento, lo si capisce: guarda diretto l’obiettivo della macchina fotografica, sta con le mani incrociate dietro la schiena, una gamba avanti e una indietro, una spalla avanti e una indietro, il capo leggermente inclinato verso la spalla destra come per porsi in atteggiamento di disinvolta maturità. Non sorride ma l’espressione è quasi sorridente. A guardarlo vien da pensare a qualcosa di certo, di sicuro, di solido. Lui è Giampiero Bembo.

Poi c’è un biondino dall’espressione dura e poco allegra: in piedi, dritto, con le braccia che cadono lungo i fianchi, senza alcuna posa, come se qualcuno gli avesse detto mettiti lì e stai fermo e lui non ne avesse la minima voglia tanto da non assumere alcun atteggiamento che possa dare l’idea di partecipazione. Per il resto della sua vita sarà così: apparire non era e non sarebbe stata cosa per lui, nemmeno dopo i trionfi più grandi, nemmeno dopo decine e decine di vittore in Gran Premi e Coppe delle Nazioni, nemmeno dopo la medaglia d’oro individuale alle Olimpiadi. Graziano Mancinelli, il mito, se ne sta lì, così.

Infine l’ultimo a sinistra. Alto più di tutti, anche più del colonnello Gutierrez. Non dritto, però: anzi, la sua è una posa dinoccolata e morbida, con il corpo frazionato in diverse linee di percorso. Le braccia sono piegate ad angolo retto senza alcuno sforzo apparente, le mani vicine tra loro, una vestita di un guanto, l’altra che impugna l’altro guanto e il frustino ma senza stringere, anzi, si vede benissimo che le dita producono la forza appena sufficiente per evitare che guanto e frustino scivolino a terra, non di più. Non di più: ecco, il ‘non di più’ è stato il segno distintivo della vita di Alberto Riario Sforza. Non di più: cioè nessuna forma di esagerazione, nessun eccesso, e invece misura, equilibrio, discrezione. Aristocratico, il suo titolo è quello di duca: e nella foto si tiene a stretto contatto con il suo vero grande amico Graziano Mancinelli, simbolo straordinario della risalita anche sociale di chi è partito dal basso. Alto ma non rigido, anzi, e dunque altezza vissuta non come elemento di superiorità fisica bensì come elemento di adattabilità fisica.

Ecco: quattro ragazzi destinati a divenire magnifici uomini di cavalli e di sport. Insieme in Piazza di Siena per conquistare uno tra i primi grandi risultati di una carriera che riserverà a tutti e quattro una storia favolosa.