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Home | Sport | Salto ostacoli | Emanuele Bianchi: sogno, incubo, gioia

Emanuele Bianchi: sogno, incubo, gioia

Il cavaliere azzurro nel Gran Premio di Coppa del Mondo di Lione è stato protagonista di una prestazione dentro la quale sono raccolte tutte le sensazioni che lo sport sa regalare

18 Giugno 2019
di Redazione Cavallo Magazine

Bologna, 31 ottobre 2016 – Che debba essere proprio lui il primo a partire nella gara che rappresenta il suo debutto in un Gran Premio di Coppa del Mondo sembra quasi un maligno scherzo del destino. Il primo Gran Premio di Coppa del Mondo della sua vita. Lui, che solo tre anni fa era campione d’Europa individuale, sì, ma tra gli juniores… Lui, che solo da cinque anni frequenta il salto ostacoli internazionale. Cinque anni: sono un attimo. E parliamo di un GP di Coppa del Mondo di quelli difficili, sia per ciò che si trova in campo, sia per il livello degli avversari, sia per la situazione ambientale. Certo, uno può dire: che differenza fa? Sempre ostacoli da saltare sono… No, fa differenza. La fa. Vedere un po’ di cavalli prima fa bene: prima di tutto fa entrare di più nello spirito della cosa rendendo il facile e il difficile molto più reali e concreti di quanto invece possano rimanere nella propria testa dove si può immaginare tutto e il contrario di tutto perché nulla è ancora accaduto. In secondo luogo perché si possono valutare statisticamente un po’ di situazioni: quella distanza, quella girata, quella copertura… Anche se tutto viene già deciso quando si fa la ricognizione del percorso, c’è sempre qualcosa sulla quale si può ancora riflettere una volta in più. Non fa mai male riflettere una volta in più rispetto a ciò che si vede e non solo rispetto a ciò che si immagina. E poi c’è l’impatto con la gente, con il pubblico. Di sicuro non si pensa alla gente e al pubblico quando si entra in campo per un Gran Premio di Coppa del Mondo, però la gente e il pubblico contribuiscono a creare un’atmosfera che è quella nella quale mi immergo anche io, cavaliere in campo in sella al mio cavallo. Io non penso a loro, a tutta quella massa di persone che sono sedute lì proprio per guardare me, ma guardando me e solo e soltanto me tutti loro producono quel qualcosa di così particolare e indefinibile che entra in contatto con la mia pelle, con la mia mente, con il mio cuore… Io non me ne accorgo, ma è così. E tutta quella gente, quelle migliaia di persone intorno al campo ostacoli iniziano a godere dello spettacolo vedendo me prima di tutti gli altri perché io sono il primo a partire. Certo, lui è il primo a partire. Sarà il suo percorso che condizionerà in qualche modo l’atteggiamento successivo della folla, i pensieri successivi di ognuna delle persone sedute lì per vedere quello che non si è ancora visto perché tutto deve ancora succedere, le loro certezze e i loro dubbi successivi, le loro emozioni, le loro sorprese, le loro ansie. Il suo percorso. Il percorso del primo a partire. Non c’è solo la gente, che guarda: ci sono anche tutti gli altri cavalieri. Che stanno a guardare esattamente per le stesse ragioni per le quali sarebbe stato a guardare anche lui, se non fosse stato il primo a partire: quindi a tutti loro viene data una possibilità che lui invece non ha. Ma un primo a partire deve pur esserci, no? Quindi lui parte. Anzi, prima di partire c’è quel lungo momento che è meraviglioso e terribile allo stesso modo. Quando dal nulla si passa al tutto. Quando dal fuori si passa al dentro. Quando dallo spazio ristretto del campo prova e poi del corridoio di accesso si passa immediatamente e quasi brutalmente allo spazio enorme e illuminato e brillante e riflettente e pieno di tutto quello che vuol dire Gran Premio di Coppa del Mondo: la luce, i suoni, gli ostacoli, la voce dolce ed elegante ma sonora e squillante della speaker, i colori così marcati e forti e distinti da sembrare quelli di giocattoli enormi. Come quando a un concerto il palco è in semioscurità e si sentono solo suoni deboli e scollegati e poi improvvisamente tutto si illumina e la musica comincia potente e unita e perfetta. Come passare da piccole dimensioni immerse nel buio a enormi dimensioni espanse nella luce. Lo spettacolo comincia. Comincia per lui che entra in campo così, e comincia per loro – spettatori – che sono lì per quello. Lui entra. Il momento meraviglioso e terribile allo stesso tempo non è ancora finito però: lui si ferma al centro del campo, la gente zittisce, lui si guarda intorno, stacca una mano dalle redini, aggiusta il sottopancia, fa una carezza sul collo della sua cavalla, riprende in mano le redini, fa qualche falcata di galoppo poi si ferma di nuovo e si guarda intorno. Una sospensione che galleggia nello spazio di quella immensità che è ancora tutto e nulla, perché tutto può succedere e quindi nulla è detto e scritto. Tutto sta per cominciare ma non è ancora cominciato: il desiderio è al suo culmine. E allora ecco che bisogna cominciare, il destino inevitabilmente spinge verso qualcosa che deve compiersi. Emanuele Bianchi prende il galoppo e da quel momento esatto non si torna più indietro: si può andare solo avanti verso qualcosa che poi si potrà raccontare e rivedere e rivivere. Avanti. Emanuele Bianchi va verso il primo ostacolo, un ostacolo da saltare come tutti quelli che verranno dopo. E’ l’ostacolo sul quale inizia tutto. Quanti ostacoli ha saltato Emanuele Bianchi nella sua vita prima di saltare quel primo ostacolo? Quanti ostacoli ha saltato Emanuele Bianchi nella sua vita senza far cadere una sola barriera? Questa barriera invece cade. La barriera dell’ostacolo su cui inizia tutto cade. Esce dai ferri e sbatte al suolo sorda, goffa, pesante come una pietra che si stacca da una parete e precipita a terra. La barriera del primo ostacolo, il primo salto, l’inizio di tutto. I pensieri vanno veloci e a milioni nella mente delle migliaia di menti il cui sguardo osserva quella barriera che cade (è finita prima di cominciare, e adesso poveretto, che sfortuna però, ovvio è un esordiente, vediamo cosa succede, è solo il numero uno, il bello deve ancora venire, chi è questo Bianchi, solo un po’ di disattenzione, ma questa Vadetta non è mica quella dei Philippaerts, che strana divisa, sarà della polizia, però guarda che lui monta bene, chi è il secondo a partire… ). L’unico che non può vedere quella barriera mentre cade è lui, Emanuele Bianchi. Che inizia così il primo Gran Premio di Coppa del Mondo della sua vita: con una barriera che cade e che lui nemmeno può vedere. Non la vede anche perché lui non pensa a quella barriera ormai caduta: lui pensa a quella che viene dopo. Concentrazione. Faccio quello che so fare. La barriera che viene dopo. Che non cade. E a quella dopo ancora: che non cade. E a quella dopo ancora: che non cade. E a quella dopo… a quella dopo… a quella dopo… verticali, larghi, combinazioni, Gran Premio di Coppa del Mondo, non cade più nessuna barriera, Gran Premio di Coppa del Mondo, Emanuele Bianchi su Vadetta van het Mettenhof termina il primo Gran Premio di Coppa del Mondo della sua vita senza errori. Tranne quella barriera del numero uno: il primo ostacolo, il primo ostacolo del primo Gran Premio di Coppa del Mondo affrontato come primo a partire. Adesso quello che doveva compiersi si è compiuto. Quello che si sarebbe potuto rivedere si rivedrà. Quello che si sarebbe potuto raccontare si racconterà. Cosa si racconterà? Si racconterà questo: che Emanuele Bianchi su Vadetta van het Mettenhof domenica 30 ottobre 2016 nel primo Gran Premio di Coppa del Mondo della sua vita ha fatto a Lione una gara favolosa. Emanuele Bianchi.

Tags: coppa del mondo emanuele bianchi lione salto ostacoli
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